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Da giovane Bartolena si trasferì a Firenze per studiare alla Scuola Libera del Nudo sotto la guida del maestro Giovanni Fattori, entrando in contatto con l’ambiente dei Macchiaioli e facendo amicizia con altri artisti come Telemaco Signorini e Silvestro Lega.
Nonostante l’ambiente di studio, la sua esuberanza e il gusto per una vita mondana spesso lo allontanarono dall’accademia. Una crisi economica familiare negli anni ’90 lo costrinse a guardare con maggior serietà alla pittura. Nel 1892 espose per la prima volta in pubblico alla Promotrice di Torino e negli anni successivi presentò suoi lavori anche a Firenze. Il suo cammino però subì interruzioni: nel 1898 si trasferì a Marsiglia, dove visse per un breve periodo, lavorando come conducente di tram a cavalli, prima di rientrare in Italia e stabilirsi a Lucca e poi a Firenze.
Dopo la Prima guerra mondiale fece ritorno a Livorno. In quegli anni iniziò una fase intensa e produttiva: si dedicò con continuità a nature morte, paesaggi, marine e vedute di ambienti familiari alla sua terra. Nel 1925 un mercante tessile livornese divenne suo mecenate e nel 1926-1927 Bartolena tenne a Milano la sua prima mostra personale, accolto favorevolmente dalla critica. Seguì una serie di partecipazioni a esposizioni nazionali, tra cui la Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma.
Il suo stile, pur radicato nella tradizione derivata dai Macchiaioli, si caratterizzò per un uso intenso del colore, una tavolozza vivace e una pennellata spontanea, capace di restituire con immediatezza la luce, i contrasti e l’atmosfera della natura e degli oggetti. Predilesse soggetti come cavalli, paesaggi rurali, nature morte con frutta o fiori, marine e scene di campagna. La sua pittura mostrava un forte coinvolgimento emotivo e una sensibilità sincera verso la realtà, filtrata attraverso una visione impressionista e materica.
Pur godendo di una certa notorietà critica, Bartolena visse spesso in condizioni precarie e mantenne una vita segnata dalla solitudine e da scelte indipendenti: rifiutò legami stabili con galleristi o mercanti, preferendo mantenere la propria libertà creativa. Questo atteggiamento lo portò a vendere le sue opere quasi esclusivamente per necessità, senza mai cercare compromessi commerciali.
Giovanni Bartolena morì il 16 febbraio 1942 a Livorno in estrema povertà e solitudine.