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RICERCA LOTTI

Asta 68 - Dipinti di pregio XIX e XX secolo

dettaglio asta
  • Giuseppe Cosenza Giuseppe Cosenza
    Luzzi (CS) 1846 - New York 1922
    Olio su tela cm 38x78 firmato in basso a dx Cosenza

    Giuseppe Cosenza nacque a Luzzi, in Calabria, nel 1846, e fu uno dei pittori italiani legati alla vivace stagione artistica della Napoli di fine Ottocento. Rimasto orfano in giovane età, si avvicinò alla pittura grazie a una precoce inclinazione naturale, che lo portò rapidamente a distinguersi come decoratore e autore di opere a carattere religioso.
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    Trasferitosi a Napoli, entrò in contatto con l’ambiente dell’Accademia di Belle Arti, assorbendo le influenze della scuola pittorica napoletana. In questo contesto maturò un linguaggio figurativo attento alla realtà quotidiana, alla luce e al colore, in linea con la sensibilità naturalistica dell’epoca.

    La sua produzione si ampliò presto oltre la pittura sacra, includendo paesaggi, marine, scene di vita popolare e ritratti. Le vedute costiere e i momenti di vita lungo il mare divennero tra i suoi soggetti più riconoscibili: opere in cui la luce mediterranea e l’atmosfera delle località campane emergono con immediatezza e freschezza espressiva.

    Nel corso della sua carriera partecipò a numerose esposizioni in Italia, consolidando una reputazione solida come pittore di paesaggio e di genere. Negli anni Ottanta dell’Ottocento intraprese un percorso internazionale che lo portò prima in Europa e poi negli Stati Uniti, dove si stabilì definitivamente a New York.

    Qui continuò a dipingere e a inserirsi nel contesto artistico locale, affiancando all’attività pittorica anche quella di scrittore e divulgatore culturale. Negli ultimi anni fu colpito da problemi alla vista che ne limitarono progressivamente il lavoro.

    Morì a New York nel 1922Giuseppe Cosenza nacque a Luzzi, in Calabria, nel 1846, e fu uno dei pittori italiani legati alla vivace stagione artistica della Napoli di fine Ottocento. Rimasto orfano in giovane età, si avvicinò alla pittura grazie a una precoce inclinazione naturale, che lo portò rapidamente a distinguersi come decoratore e autore di opere a carattere religioso.

    Trasferitosi a Napoli, entrò in contatto con l’ambiente dell’Accademia di Belle Arti, assorbendo le influenze della scuola pittorica napoletana. In questo contesto maturò un linguaggio figurativo attento alla realtà quotidiana, alla luce e al colore, in linea con la sensibilità naturalistica dell’epoca.

    La sua produzione si ampliò presto oltre la pittura sacra, includendo paesaggi, marine, scene di vita popolare e ritratti. Le vedute costiere e i momenti di vita lungo il mare divennero tra i suoi soggetti più riconoscibili: opere in cui la luce mediterranea e l’atmosfera delle località campane emergono con immediatezza e freschezza espressiva.

    Nel corso della sua carriera partecipò a numerose esposizioni in Italia, consolidando una reputazione solida come pittore di paesaggio e di genere. Negli anni Ottanta dell’Ottocento intraprese un percorso internazionale che lo portò prima in Europa e poi negli Stati Uniti, dove si stabilì definitivamente a New York.

    Qui continuò a dipingere e a inserirsi nel contesto artistico locale, affiancando all’attività pittorica anche quella di scrittore e divulgatore culturale. Negli ultimi anni fu colpito da problemi alla vista che ne limitarono progressivamente il lavoro.

    Morì a New York nel 1922.

    STIMA:
    min € 10000 - max € 12000
    Base Asta:
    € 5000

    1 offerte pre-asta
  • Lotto 2  

    Il battesimo

    Giuseppe Mazzola Giuseppe Mazzola
    Attivo in Lombardia tra il

    Giuseppe Mazzola fu un pittore milanese attivo nella metà dell’Ottocento, documentato tra il 1845 e il 1868, figura oggi poco nota ma di notevole interesse nel contesto della pittura lombarda del tempo. La scarsità delle opere conservate, non più di una ventina, e l’omonimia con artisti più celebri hanno contribuito a offuscarne la fortuna critica, senza tuttavia diminuire la qualità della sua produzione.
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    Formatosi nell’ambiente milanese legato all’Accademia di Brera, Mazzola operò in un periodo caratterizzato da una forte attenzione per la pittura di genere e di veduta, ambiti nei quali sviluppò una sensibilità autonoma. La sua opera si distingue per la capacità di costruire scene articolate, spesso ambientate in contesti urbani o pubblici, nelle quali la dimensione narrativa si unisce a un’attenta osservazione del reale.

    Particolarmente felice risulta la sua attitudine nel rappresentare episodi di carattere storico e collettivo, restituiti con equilibrio compositivo e ricchezza di dettagli. Le sue scene, animate da figure numerose ma sempre ben calibrate nello spazio, rivelano una mano sicura e una notevole padronanza del disegno. Mazzola dimostra infatti una capacità non comune nel gestire la complessità narrativa senza perdere chiarezza visiva, mantenendo sempre leggibile il fulcro dell’azione.

    Dal punto di vista stilistico, il suo linguaggio mostra affinità con la tradizione della veduta lombarda della prima metà del secolo, con richiami all’ambiente dei Canella, pur declinati in una chiave più narrativa e meno puramente descrittiva. La luce, spesso chiara e diffusa, contribuisce a dare unità alle composizioni, valorizzando architetture e figure senza appesantire la scena.

    Artista di raffinata sensibilità e di solida tecnica, Giuseppe Mazzola si rivela dunque interprete attento della realtà e della storia, capace di tradurre episodi complessi in immagini vive e coerenti. La sua produzione, sebbene limitata, testimonia una qualità esecutiva elevata e una mano particolarmente felice nel rendere scene articolate e ricche di vita, rendendolo una figura meritevole di maggiore attenzione nel panorama artistico dell’Ottocento lombardo.


    Olio su tela cm 90x150 firmato in basso a dx G.Mazzola
    STIMA:
    min € 8000 - max € 10000
    Base Asta:
    € 3000

  • Giuseppe Mazzola Giuseppe Mazzola
    Attivo in Lombardia tra il 1845-1868
    Olio su tela cm 70x72 firmato in basso a dx G.Mazzola

    Giuseppe Mazzola fu un pittore milanese attivo nella metà dell’Ottocento, documentato tra il 1845 e il 1868, figura oggi poco nota ma di notevole interesse nel contesto della pittura lombarda del tempo. La scarsità delle opere conservate, non più di una ventina, e l’omonimia con artisti più celebri hanno contribuito a offuscarne la fortuna critica, senza tuttavia diminuire la qualità della sua produzione.
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    Formatosi nell’ambiente milanese legato all’Accademia di Brera, Mazzola operò in un periodo caratterizzato da una forte attenzione per la pittura di genere e di veduta, ambiti nei quali sviluppò una sensibilità autonoma. La sua opera si distingue per la capacità di costruire scene articolate, spesso ambientate in contesti urbani o pubblici, nelle quali la dimensione narrativa si unisce a un’attenta osservazione del reale.

    Particolarmente felice risulta la sua attitudine nel rappresentare episodi di carattere storico e collettivo, restituiti con equilibrio compositivo e ricchezza di dettagli. Le sue scene, animate da figure numerose ma sempre ben calibrate nello spazio, rivelano una mano sicura e una notevole padronanza del disegno. Mazzola dimostra infatti una capacità non comune nel gestire la complessità narrativa senza perdere chiarezza visiva, mantenendo sempre leggibile il fulcro dell’azione.

    Dal punto di vista stilistico, il suo linguaggio mostra affinità con la tradizione della veduta lombarda della prima metà del secolo, con richiami all’ambiente dei Canella, pur declinati in una chiave più narrativa e meno puramente descrittiva. La luce, spesso chiara e diffusa, contribuisce a dare unità alle composizioni, valorizzando architetture e figure senza appesantire la scena.

    Artista di raffinata sensibilità e di solida tecnica, Giuseppe Mazzola si rivela dunque interprete attento della realtà e della storia, capace di tradurre episodi complessi in immagini vive e coerenti. La sua produzione, sebbene limitata, testimonia una qualità esecutiva elevata e una mano particolarmente felice nel rendere scene articolate e ricche di vita, rendendolo una figura meritevole di maggiore attenzione nel panorama artistico dell’Ottocento lombardo.

    STIMA:
    min € 5000 - max € 7000
    Base Asta:
    € 2000

  • Lotto 4  

    La benedizione

    Italo Mus Italo Mus
    Chatillon AO 1892 - Saint Vincent AO 1967
    Olio su masonite cm 50x70 firmato in basso a dx I.Mus

    Italo Mus nacque il 4 aprile 1892 a Châtillon, un piccolo villaggio della Valle d'Aosta. Cresciuto in una famiglia di artisti, suo padre Eugenio Mus era uno scultore che lo avviò sin da giovane allo studio del disegno e della scultura in legno nella sua bottega.
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    Sebbene inizialmente si dedicasse all'intaglio, il giovane Italo si orientò verso la pittura, grazie anche all'incoraggiamento di Lorenzo Delleani, pittore di fama, che lo indirizzò verso una formazione accademica.

    Frequentò l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove approfondì la sua preparazione sotto la guida di maestri come Paolo Gaidano, Andrea Marchisio, Giacomo Grosso e Luigi Onetti. La sua carriera artistica ebbe una svolta importante nel 1912, quando partecipò al Salone dei Giovani Pittori, ottenendo il primo premio, un riconoscimento che segnò l'inizio di una carriera brillante.

    Nel 1913, Mus ampliò la sua esperienza artistica collaborando alla realizzazione di decorazioni a fresco in città come Lione e Losanna. Ma fu la sua Valle d'Aosta, con i suoi paesaggi montani e le tradizioni rurali, a diventare la principale fonte di ispirazione per le sue opere. Le sue tele spesso raccontano scene di vita quotidiana, come il lavoro dei pastori, dei contadini e le peculiarità degli antichi edifici rurali come i rascard, tipiche costruzioni in legno e pietra delle Alpi.

    Tra le sue opere più celebri si ricordano "Pastore al lavoro", "Contadini: la semina" e "Rascard", che testimoniano la sua capacità di catturare la bellezza e la semplicità della vita montana. Con una tavolozza che riflette i toni caldi e terrosi dei paesaggi alpini, Mus riusciva a trasmettere un forte senso di identità e appartenenza alla sua terra.

    Italo Mus morì il 15 maggio 1967 a Saint-VincentItalo Mus nacque il 4 aprile 1892 a Châtillon, un piccolo villaggio della Valle d'Aosta. Cresciuto in una famiglia di artisti, suo padre Eugenio Mus era uno scultore che lo avviò sin da giovane allo studio del disegno e della scultura in legno nella sua bottega. Sebbene inizialmente si dedicasse all'intaglio, il giovane Italo si orientò verso la pittura, grazie anche all'incoraggiamento di Lorenzo Delleani, pittore di fama, che lo indirizzò verso una formazione accademica.

    Frequentò l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove approfondì la sua preparazione sotto la guida di maestri come Paolo Gaidano, Andrea Marchisio, Giacomo Grosso e Luigi Onetti. La sua carriera artistica ebbe una svolta importante nel 1912, quando partecipò al Salone dei Giovani Pittori, ottenendo il primo premio, un riconoscimento che segnò l'inizio di una carriera brillante.

    Nel 1913, Mus ampliò la sua esperienza artistica collaborando alla realizzazione di decorazioni a fresco in città come Lione e Losanna. Ma fu la sua Valle d'Aosta, con i suoi paesaggi montani e le tradizioni rurali, a diventare la principale fonte di ispirazione per le sue opere. Le sue tele spesso raccontano scene di vita quotidiana, come il lavoro dei pastori, dei contadini e le peculiarità degli antichi edifici rurali come i rascard, tipiche costruzioni in legno e pietra delle Alpi.

    Tra le sue opere più celebri si ricordano "Pastore al lavoro", "Contadini: la semina" e "Rascard", che testimoniano la sua capacità di catturare la bellezza e la semplicità della vita montana. Con una tavolozza che riflette i toni caldi e terrosi dei paesaggi alpini, Mus riusciva a trasmettere un forte senso di identità e appartenenza alla sua terra.

    Italo Mus morì il 15 maggio 1967 a Saint-Vincent.

    STIMA:
    min € 6000 - max € 8000
    Base Asta:
    € 1800

    1 offerte pre-asta
  • Lotto 5  

    Studio pomeridiano

    Eugenio Viti Eugenio Viti
    Napoli 1881 - Napoli 1952
    Olio su tela cm 71x77 firmato in basso a sx Eugenio Viti

    Eugenio Viti nacque a Napoli il 28 giugno 1881, in un ambiente culturalmente vivace che contribuì a orientare precocemente la sua vocazione artistica. Si formò presso il Regio Istituto di Belle Arti della città partenopea, dove fu allievo di Michele Cammarano e Vincenzo Volpe, assimilando una solida base accademica unita a una particolare attenzione per il valore costruttivo del colore e della forma.
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    Fin dagli anni della formazione si distinse per le sue qualità pittoriche, ottenendo riconoscimenti che ne segnalarono il talento.

    Conclusi gli studi, si trasferì a Roma, dove entrò in contatto con ambienti artistici più aggiornati e con le ricerche che animavano il panorama italiano del primo Novecento. In questa fase elaborò un linguaggio personale inizialmente influenzato da suggestioni secessioniste, che si evolse progressivamente verso una pittura più moderna e strutturata, capace di recepire le tensioni innovative del tempo senza rinunciare a un saldo impianto figurativo.

    Rientrato a Napoli, intraprese una lunga attività didattica che lo portò prima a insegnare all’Accademia di Belle Arti e poi a ricoprire la cattedra di pittura presso l’Istituto d’Arte, contribuendo alla formazione di numerosi giovani artisti. Parallelamente sviluppò un’intensa attività espositiva, partecipando alle principali rassegne italiane, tra cui le Biennali di Venezia e le Quadriennali romane, e presentando le sue opere anche in contesti internazionali, a conferma della sua crescente notorietà.

    La sua produzione pittorica si caratterizza per una continua evoluzione stilistica. Dalle prime prove ancora legate alla tradizione ottocentesca, Viti giunse a una pittura più sintetica ed essenziale, in cui la costruzione volumetrica e la ricerca cromatica rivelano una rinnovata attenzione per la lezione di Cézanne. I suoi soggetti prediletti furono i paesaggi, in particolare quelli della costiera sorrentina, i ritratti femminili e le nature morte, affrontati con equilibrio compositivo e una sensibilità luministica capace di restituire atmosfere sospese e armoniose.

    Accanto alla pittura, si dedicò anche alla scenografia cinematografica, lavorando nel 1940 alla realizzazione di apparati scenici per il cinema, e partecipò attivamente alla vita culturale napoletana, contribuendo nel 1944 alla fondazione della Libera Associazione degli Artisti Napoletani, di cui fu anche presidente. Il riconoscimento ufficiale del suo valore giunse nel 1950 con l’assegnazione del Premio Einaudi per la pittura, consacrazione di una carriera ormai matura e pienamente riconosciuta.

    Morì a Napoli l’8 marzo 1952Eugenio Viti nacque a Napoli il 28 giugno 1881, in un ambiente culturalmente vivace che contribuì a orientare precocemente la sua vocazione artistica. Si formò presso il Regio Istituto di Belle Arti della città partenopea, dove fu allievo di Michele Cammarano e Vincenzo Volpe, assimilando una solida base accademica unita a una particolare attenzione per il valore costruttivo del colore e della forma. Fin dagli anni della formazione si distinse per le sue qualità pittoriche, ottenendo riconoscimenti che ne segnalarono il talento.

    Conclusi gli studi, si trasferì a Roma, dove entrò in contatto con ambienti artistici più aggiornati e con le ricerche che animavano il panorama italiano del primo Novecento. In questa fase elaborò un linguaggio personale inizialmente influenzato da suggestioni secessioniste, che si evolse progressivamente verso una pittura più moderna e strutturata, capace di recepire le tensioni innovative del tempo senza rinunciare a un saldo impianto figurativo.

    Rientrato a Napoli, intraprese una lunga attività didattica che lo portò prima a insegnare all’Accademia di Belle Arti e poi a ricoprire la cattedra di pittura presso l’Istituto d’Arte, contribuendo alla formazione di numerosi giovani artisti. Parallelamente sviluppò un’intensa attività espositiva, partecipando alle principali rassegne italiane, tra cui le Biennali di Venezia e le Quadriennali romane, e presentando le sue opere anche in contesti internazionali, a conferma della sua crescente notorietà.

    La sua produzione pittorica si caratterizza per una continua evoluzione stilistica. Dalle prime prove ancora legate alla tradizione ottocentesca, Viti giunse a una pittura più sintetica ed essenziale, in cui la costruzione volumetrica e la ricerca cromatica rivelano una rinnovata attenzione per la lezione di Cézanne. I suoi soggetti prediletti furono i paesaggi, in particolare quelli della costiera sorrentina, i ritratti femminili e le nature morte, affrontati con equilibrio compositivo e una sensibilità luministica capace di restituire atmosfere sospese e armoniose.

    Accanto alla pittura, si dedicò anche alla scenografia cinematografica, lavorando nel 1940 alla realizzazione di apparati scenici per il cinema, e partecipò attivamente alla vita culturale napoletana, contribuendo nel 1944 alla fondazione della Libera Associazione degli Artisti Napoletani, di cui fu anche presidente. Il riconoscimento ufficiale del suo valore giunse nel 1950 con l’assegnazione del Premio Einaudi per la pittura, consacrazione di una carriera ormai matura e pienamente riconosciuta.

    Morì a Napoli l’8 marzo 1952.

    STIMA:
    min € 6000 - max € 8000
    Base Asta:
    € 1800

  • Lotto 6  

    La folgore 1919

    Teodoro Wolf Ferrari Teodoro Wolf Ferrari
    Venezia 1878 - San Zenone degli Ezzelini 1945
    Olio su tela cm 70x89,5 firmato in basso a dx TeodoroWolf Ferrari

    Teodoro Wolf Ferrari nacque a Venezia il 28 giugno 1878, figlio del pittore tedesco August Wolf e della veneziana Emilia Ferrari. Cresciuto in un ambiente familiare permeato dall'arte, sviluppò fin da giovane una profonda passione per la pittura.
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    Nel 1892 si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove studiò sotto la guida di Guglielmo Ciardi, Pietro Fragiacomo e Millo Bortoluzzi, completando gli studi nel 1895 .

    Nel 1896 si trasferì a Monaco di Baviera, dove entrò in contatto con il gruppo Die Scholle, il movimento Jugendstil e la Secessione Viennese, che influenzarono profondamente la sua formazione artistica. Durante questo periodo, partecipò a numerose esposizioni in Germania e Austria, consolidando la sua reputazione come pittore paesaggista.

    Nel 1910, Wolf Ferrari presentò una mostra personale a Ca' Pesaro a Venezia, che fu successivamente trasferita a Stoccolma nel 1910 e ad Hannover nel 1912. Nel 1912 fondò l'associazione "L'Aratro", ispirata all'esperienza con il gruppo Die Scholle, impegnata nella realizzazione di opere d'arte applicata, tra cui dipinti, vetrate, oggetti d'arredo, tappezzerie e gioielli .

    Wolf Ferrari partecipò attivamente alla vita artistica veneziana, esponendo alla Biennale di Venezia dal 1912 al 1938 e prendendo parte alle mostre della Secessione Romana nel 1913 e nel 1915. Nel 1919 fu tra i fondatori dell'Unione Giovani Artisti di Venezia. Nel 1924, su incarico di Vittorio Emanuele III, si recò in Libia, dove dipinse una serie di 32 opere a soggetto coloniale.

    Negli anni successivi, Wolf Ferrari si dedicò principalmente alla pittura di paesaggi, trascorrendo il resto della sua vita tra Venezia e San Zenone degli Ezzelini. Morì il 27 gennaio 1945 e fu sepolto nel cimitero monumentale di San Michele in Isola a Venezia.

    STIMA:
    min € 5000 - max € 7000
    Base Asta:
    € 1400

    4 offerte pre-asta
  • Lotto 7  

    Rimirando

    Luigi Cima Luigi Cima
    Villa di Villa 1860 - Belluno 1944
    Olio su tela cm 40x59 firmato in basso a dx L.Cima

    Luigi Cima nacque il 5 gennaio 1860 a Villa di Villa, nel territorio bellunese, in un contesto rurale che avrebbe profondamente influenzato la sua sensibilità artistica. Dopo un primo percorso di studi tecnici a Feltre, si trasferì a Venezia per frequentare l’Accademia di Belle Arti, dove si formò sotto la guida di maestri come Eugenio De Blaas e dove entrò in contatto con un ambiente vivace e stimolante, legato alle ricerche pittoriche del secondo Ottocento.
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    Fin dagli anni della formazione si distinse per le sue capacità, ottenendo premi e riconoscimenti che ne favorirono l’avvio della carriera.

    Inseritosi nella vita artistica veneziana, lavorò anche come disegnatore nello studio dello scultore Dal Zotto e strinse rapporti con artisti quali Giacomo Favretto, Guglielmo Ciardi e Luigi Nono, condividendo con loro un orientamento verso una pittura attenta al vero e alla rappresentazione della vita quotidiana. Il suo esordio avvenne nel 1881 alla Permanente di Venezia, dove presentò opere che ottennero immediato consenso; da quel momento iniziò una fitta attività espositiva che lo portò a partecipare alle principali rassegne italiane tra Venezia, Milano, Torino, Firenze e Roma.

    Nel corso degli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, Cima consolidò la propria fama grazie a dipinti ispirati alla vita contadina e montana del territorio feltrino, caratterizzati da un linguaggio verista, attento all’osservazione diretta della realtà. Opere come scene di lavoro nei campi, interni di chiese e vedute veneziane testimoniano una pittura solida, costruita su un equilibrato rapporto tra figura e ambiente. Il successo fu tale che alcune sue opere vennero acquistate da importanti istituzioni pubbliche, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, segnando un riconoscimento significativo già in giovane età.

    Parallelamente all’attività espositiva, continuò a sviluppare una ricerca pittorica coerente, dedicandosi anche al ritratto, alla natura morta e alla pittura sacra, ambiti nei quali seppe mantenere una costante attenzione al dato reale e alla resa luministica. Partecipò alle prime edizioni della Biennale di Venezia, ottenendo apprezzamenti e consolidando la propria posizione nel panorama artistico italiano del tempo.

    Tuttavia, all’inizio del Novecento, in seguito a contrasti con l’ambiente espositivo ufficiale, decise progressivamente di ritirarsi dalle grandi rassegne nazionali. Dopo il 1902, pur continuando a dipingere con continuità, scelse una dimensione più appartata, tornando stabilmente nel paese natale. Qui proseguì la sua attività fino alla morte, avvenuta il 1º gennaio 1944, approfondendo temi già affrontati e sviluppando una pittura sempre fedele al vero, radicata nella memoria dei luoghi e nella quotidianità della vita rurale.

    STIMA:
    min € 8000 - max € 10000
    Base Asta:
    € 2000

    1 offerte pre-asta
  • Luigi Serena Luigi Serena
    Montebelluna (TV) 1855 - Treviso 1911
    Olio su tela cartonata cm 96x58 firmato in basso a dx L.Serena

    Luigi Serena è stato un pittore italiano tra i più significativi interpreti della pittura verista veneta tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. La sua produzione artistica si distingue per la capacità di rappresentare con immediatezza e naturalezza la vita quotidiana del mondo popolare, in particolare quello contadino e urbano della Marca trevigiana, trasformando scene semplici in immagini dense di osservazione sociale e sensibilità pittorica.
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    Nato a Montebelluna il 1° agosto 1855, Serena trascorse l’infanzia in un ambiente rurale che contribuì profondamente alla formazione del suo immaginario artistico. Successivamente la famiglia si trasferì a Murano, dove il padre lavorava nel settore del vetro artistico. In questo contesto il giovane Luigi iniziò a frequentare la Scuola di disegno applicato all’arte vetraria, sviluppando le prime competenze tecniche che lo avrebbero avviato alla carriera artistica.

    Nel 1870, grazie a una borsa di studio, entrò all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove si formò fino al 1877. Durante questo periodo ebbe modo di affinare la propria tecnica sotto la guida di maestri importanti e di entrare in contatto con un ambiente culturale vivace, condividendo gli anni di studio con artisti come Giacomo Favretto, Ettore Tito, Guglielmo Ciardi e Luigi Nono. Questa esperienza accademica fu fondamentale per orientare il suo stile verso un realismo attento e partecipe.

    Conclusi gli studi, nel 1878 si trasferì a Treviso, città che divenne il centro stabile della sua attività artistica. Qui Serena sviluppò pienamente la sua poetica verista, dedicandosi principalmente alla rappresentazione di scene di genere e momenti di vita quotidiana: mercati, lavori domestici, ambienti rurali e figure popolari. La sua pittura si caratterizza per un linguaggio diretto, una grande attenzione alla luce e una spiccata sensibilità narrativa, elementi che gli valsero una discreta notorietà nell’ambiente artistico dell’epoca.

    Partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane ed europee, ottenendo riconoscimenti soprattutto per la sua capacità di cogliere la realtà senza idealizzazioni, ma con uno sguardo umano e partecipe. Nonostante il successo critico, negli ultimi anni della sua vita dovette affrontare difficoltà economiche e problemi di salute, che lo portarono a una progressiva marginalizzazione.

    Morì a Treviso il 12 marzo 1911

    STIMA:
    min € 10000 - max € 12000
    Base Asta:
    € 5000

  • Lotto 9  

    L'attesa

    Gerolamo Navarra Gerolamo Navarra
    Verona 1852 - Milano 1920
    Olio su tela cm 104x70 firmato in basso a dx G.Navarra

    Gerolamo Navarra (Verona, 1852 – Milano, 1920) è stato un pittore italiano attivo tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, inserito nel contesto della tradizione figurativa veneta e lombarda. La sua formazione artistica si sviluppò in un periodo in cui la pittura italiana stava attraversando una fase di transizione tra accademismo e nuove sensibilità legate al realismo e alle correnti di fine secolo.
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    Nato a Verona, Navarra mostrò fin da giovane una naturale inclinazione per il disegno e la pittura, che lo portarono a intraprendere studi artistici probabilmente in ambito accademico. Nel corso della sua carriera si spostò e operò in diversi contesti del Nord Italia, trovando infine in Milano il centro della sua attività matura e della sua produzione artistica. Qui trascorse gli ultimi anni della sua vita, continuando a dedicarsi alla pittura fino alla morte, avvenuta nel 1920.

    La sua opera si colloca all’interno della tradizione pittorica ottocentesca italiana, con un linguaggio legato alla rappresentazione figurativa e a un gusto ancora radicato nella resa realistica dei soggetti. Pur non essendo tra i nomi più noti della sua epoca, Navarra rappresenta una figura significativa del panorama artistico regionale, espressione di quella vasta schiera di pittori che contribuirono a mantenere viva la cultura figurativa italiana tra Otto e Novecento.

    STIMA:
    min € 5000 - max € 7000
    Base Asta:
    € 1800

    1 offerte pre-asta
  • Lotto 10  

    Lo scialle rosso

    Gaetano Bellei Gaetano Bellei
    Modena 1857 - Modena 1922
    Olio su tela cm 80x52,5 firmato in basso a sx G.Bellei

    Gaetano Bellei nacque a Modena il 22 gennaio 1857, figlio di Lorenzo Bellei e Vienna Molinari. Studiò all’Accademia di Belle Arti di Modena sotto la guida del maestro Adeodato Malatesta.
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    Nel 1876, ancora studente, vinse il concorso per il “Premio Poletti” con un dipinto storico-figurativo che gli valse una borsa di studio; grazie a questa opportunità si trasferì a Roma per perfezionarsi, seguendo corsi presso l’Accademia di San Luca e frequentando anche accademie in Francia e in Spagna. In seguito visse un periodo di soggiorno a Firenze, dove entrò in contatto con collezionisti e committenti, in prevalenza inglesi, che commissionavano opere di genere e ritratti.

    Durante questi anni Bellei sviluppò un gusto per la “pittura di genere”: raffigurava scene di vita quotidiana, spesso con protagonisti bambini, anziani, famiglie modeste, contesti domestici o rurali. Le sue rappresentazioni di affetto, intimità, piccoli gesti familiari e momenti di gioco gli valsero ampia popolarità. I soggetti venivano talvolta riutilizzati in più varianti, per rispondere alla domanda di collezionisti sensibili a quelle atmosfere.

    Accanto a questi temi di genere Bellei si cimentò anche nella ritrattistica e nella pittura sacra, realizzando pale d’altare, dipinti religiosi e ritratti ufficiali e privati, dimostrando versatilità tecnica e sensibilità compositiva. Dopo il rientro a Modena assunse incarichi di insegnamento: dal 1893 fu docente presso l’Accademia di Belle Arti della sua città, continuando però a partecipare a esposizioni importanti nelle principali città italiane e anche a livello internazionale.

    La sua tavolozza si distingueva per luminosità e delicatezza cromatica; la sua capacità di rappresentare con delicatezza e realismo le emozioni umane, la quotidianità semplice e gli affetti familiari lo resero un interprete apprezzato di una pittura “popolare-colta”, accessibile e insieme di qualità.

    Gaetano Bellei morì a Modena nel marzo del 1922.

    STIMA:
    min € 6000 - max € 8000
    Base Asta:
    € 1800

    1 offerte pre-asta
  • Lotto 11  

    La pastorella

    Beppe Ciardi Beppe Ciardi
    Venezia 1875 - Quinto di Treviso 1932
    Olio su cartone cm 37,5x36,5 firmato in basso a dx B.Ciardi

    Giuseppe "Beppe" Ciardi (1875-1932) è stato un pittore italiano di rilievo, noto per le sue opere paesaggistiche che catturano l'essenza della laguna veneta e della campagna trevigiana. Nato a Venezia il 18 marzo 1875, figlio del pittore Guglielmo Ciardi e di Linda Locatelli, Beppe crebbe in un ambiente profondamente influenzato dall'arte.
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    Suo padre, uno dei principali esponenti del paesaggismo realista veneto, e sua madre, figlia del ritrattista Gianfranco Locatelli, gli trasmisero fin da giovane una passione per la pittura.

    Fin da bambino, Beppe mostrò un interesse profondo per l'arte, trascorrendo molto tempo nello studio del padre e tentando i suoi primi schizzi. Nel 1896, all'età di 21 anni, si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Ettore Tito, un noto pittore verista. Durante gli anni accademici, Beppe affinò le sue tecniche pittoriche, sviluppando uno stile personale che univa l'influenza del padre a una sensibilità propria.

    Nel 1899, Beppe esordì alla Biennale di Venezia con l'opera "Monte Rosa" e il trittico "Terra in fiore", segnando un distacco dalla pittura paterna e avvicinandosi alle tematiche divisioniste espresse da Giovanni Segantini. L'anno successivo, nel 1900, ottenne il premio Fumagalli all'Esposizione della Permanente di Milano con "Traghetto delle Agnelle". Nel 1904 partecipò all'Esposizione internazionale di San Francisco, dove ricevette una medaglia d'argento, e nel 1906 espose undici quadri della serie "Silenzi notturni e crepuscolari" all'Esposizione internazionale del Sempione.

    Nel 1912, alla X Biennale di Venezia, Beppe tenne una mostra personale con 45 tele, tra cui la nota "I saltimbanchi". Dopo una breve interruzione dovuta alla partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, riprese la sua attività artistica, partecipando a numerose Biennali di Venezia, segnate dalla diffusione di movimenti avanguardistici come il Futurismo e l'Espressionismo.

    Oltre alla pittura, Beppe Ciardi alternò la sua attività artistica con quella di agricoltore, trascorrendo la vita tra Venezia, Canove di Asiago e Quinto di Treviso, profondamente legato alla campagna trevigiana che riprodusse spesso nelle sue opere. La sua produzione artistica comprende numerosi paesaggi, marine e scene di vita quotidiana, caratterizzati da una luce vibrante e una tecnica pittorica raffinata.

    Beppe Ciardi morì improvvisamente il 14 giugno 1932 a Quinto di Treviso, dove fu sepolto. La moglie Emilia Rizzotti, modella di numerosi suoi lavori, raccolse una grande quantità di opere presso Villa Ciardi, istituendo una collezione che terminò con la cessione delle opere da parte degli eredi. Nel tempo, furono organizzate diverse mostre postume, tra cui nel 1932 presso la Galleria Pesaro di Milano, nel 1935 alla Biennale di Venezia e al Jeu de Paume di Parigi, nel 1936 presso l'Associazione Nazionale delle Famiglie dei Caduti di Guerra di Milano, nel 1939 al Caffè Pedrocchi di Padova, nel 1953 alla Galleria Giosio di Roma e nel 1983 alla Mostra d’Arte Trevigiana.

    Le opere di Beppe Ciardi sono oggi conservate in numerose collezioni pubbliche e private, testimoniando l'importanza del suo contributo all'arte paesaggistica italiana.

    STIMA:
    min € 6000 - max € 8000
    Base Asta:
    € 1800

  • Lotto 12  

    Lavoro nei campi

    Roberto Basilici Roberto Basilici
    Roma 1882 - Berlino 1929
    Olio su tela cm 70x70 firmato in basso a dx R.Basilici

    Roberto Basilici è stato un pittore italiano attivo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la cui produzione si inserisce nel più ampio contesto della pittura figurativa italiana di area romana. La sua figura rimane oggi poco documentata nelle fonti storico-critiche principali, ma le opere a lui attribuite permettono di ricostruire almeno in parte un percorso artistico legato alla tradizione del realismo e alla rappresentazione del quotidiano.
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    Formatosi presumibilmente nell’ambiente artistico romano, Basilici sviluppò un linguaggio pittorico centrato sulla resa immediata del dato reale, con particolare attenzione a soggetti di genere, scene popolari e momenti di vita rurale o urbana. La sua pittura si caratterizza per una costruzione semplice e diretta dell’immagine, in cui il valore narrativo prevale su sperimentazioni formali più complesse, collocandolo in una linea di continuità con quella tradizione figurativa che, tra Otto e Novecento, mantenne saldo il legame con la rappresentazione naturalistica.

    Le poche informazioni disponibili suggeriscono una carriera svolta in ambito italiano, probabilmente senza una forte esposizione internazionale, e una produzione che ha trovato circolazione soprattutto in collezioni private. La mancanza di una bibliografia critica strutturata rende difficile delineare con precisione la sua evoluzione stilistica, ma il corpus delle opere attribuite testimonia una coerenza di fondo e un interesse costante per la rappresentazione della realtà quotidiana.

    Roberto Basilici morì nei primi decenni del Novecento, lasciando un insieme di lavori che, pur non avendo ricevuto ampia attenzione storiografica, contribuiscono a documentare la diffusione capillare della pittura figurativa italiana in ambito minore, al di fuori dei grandi nomi canonici.

    STIMA:
    min € 5000 - max € 7000
    Base Asta:
    € 1800

  • Lotto 13  

    Arando i campi

    Giovanni Lomi Giovanni Lomi
    Livorno 1889 - 1969
    Olio su tela cm 70,5x95 firmato in basso a dx G.Lomi

    Giovanni Lomi nacque a Livorno nel 1889 e morì nella stessa città nel 1969. Rimasto orfano in giovane età, fu affidato a una famiglia contadina, dove sviluppò una precoce passione per il disegno e la pittura.
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    Iniziò la sua carriera artistica intorno al 1918 e tenne la sua prima mostra personale a Firenze nel 1922. Nel corso della sua carriera, Lomi partecipò a numerose esposizioni, tra cui diverse edizioni della Biennale di Venezia e delle Quadriennali romane. Fu membro attivo del Gruppo Labronico, un'associazione di artisti livornesi, e le sue opere furono influenzate dalla corrente dei Macchiaioli, mostrando affinità con artisti come Telemaco Signorini e Giovanni Fattori. Parallelamente alla pittura, Lomi coltivò una carriera come baritono, esibendosi in ambito operistico. Tra le sue opere più note si annoverano paesaggi toscani e scene di vita quotidiana, caratterizzati da una tavolozza cromatica delicata e una tecnica pittorica che riflette l'influenza macchiaiola. Le sue opere sono state vendute in numerose aste, consolidando la sua reputazione nel panorama artistico italiano

    STIMA:
    min € 3500 - max € 4000
    Base Asta:
    € 1000

    8 offerte pre-asta
  • Lotto 14  

    Maternita'

    Ludovico Tommasi Ludovico Tommasi
    Livorno 1866 - Firenze 1941
    Olio su cartone cm 84x69,5 firmato in alto a dx L.Tommasi

    Ludovico Tommasi nacque a Livorno il 16 luglio 1866 da Luigi e Isolina Vivoli. In famiglia la musica aveva un ruolo importante: egli studiò violino al Conservatorio di Firenze, mostrando fin da giovane una sensibilità per le arti.
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    Sebbene non avesse una formazione pittorica accademica tradizionale, la presenza frequente del maestro Silvestro Lega nella villa di famiglia a Bellariva attirò Ludovico verso la pittura. Seguendo l’esempio del fratello Angiolo e grazie agli insegnamenti informali, iniziò a dipingere copiando dal vero, lavorando all’aperto, coltivando un rapporto diretto con la natura.

    Il suo debutto in pubblico come pittore risale al 1884, quando espose un “studio dal vero” alla Promotrice fiorentina. Nei primi anni varcò la soglia di diverse esposizioni, incluso un esordio nel 1886 all’Esposizione di Belle Arti di Livorno. Dopo un periodo passato a Milano per il servizio militare, durante il quale affinò la sua mano attraverso il disegno, tornò in Toscana e riprese a dedicarsi prevalentemente alla pittura di paesaggio e alla scena di vita rurale, ispirandosi alle colline, alle campagne, ai borghi toscani e agli scorci dell’Arno.

    Negli anni Novanta del XIX secolo e nei primi del Novecento si avvicinò, insieme al cerchio di artisti che frequentava (tra i quali Plinio Nomellini), alle ricerche divisioniste, reinterpretandole secondo una sensibilità personale: nella sua tavolozza comparvero giochi di luce e colore, pennellate più libere, un’intensità luminosa che ben si adattava ai paesaggi toscani. Partecipò con regolarità a importanti mostre italiane, nel 1905 contribuì alla decorazione della I Mostra d’Arte Toscana ospitata a Firenze e negli anni successivi aderì al gruppo Giovane Etruria, impegnato nella rivitalizzazione della tradizione naturalistica toscana.

    Nel 1912, sentendosi sempre più attratto dalla grafica, fondò con un collega la Libera Scuola di Acquaforte a Firenze, dedicandosi con passione all’incisione, all’acquaforte e alla litografia. Il suo versante di incisore divenne complementare alla pittura, offrendo nuove possibilità espressive e un diverso rapporto con la luce e il tratto.

    Con il passare degli anni il suo stile si fece più meditativo e contenuto. Le sue opere mature restituiscono armonie delicate, atmosfere tranquille, paesaggi rurali, scorci di campagna, scene di vita quotidiana con figure semplici e quotidiane, prive di retorica, dove la natura e l’uomo convivono in equilibro. Tommasi riuscì a coniugare la lezione della macchia, l’esperienza divisionista e una sensibilità intima, dando vita a un linguaggio personale che riflette un attaccamento profondo alla terra toscana e al paesaggio come humus dell’animo.

    Ludovico Tommasi morì a Firenze il 7 febbraio 1941.

    STIMA:
    min € 3500 - max € 4000
    Base Asta:
    € 900

  • Lotto 15  

    Riposo dopo il lavoro

    Achille Tominetti Achille Tominetti
    Milano 1848 - Miazzina 1917
    Olio su tela cm 58x45 firmato in basso a sx Tominetti

    Achille Tominetti nacque a Milano nel 1848, in una famiglia che aveva origini a Miazzina, un villaggio sulle alture del Lago Maggiore. Verso il 1866 si iscrisse all’Accademia di Brera, frequentando la “Scuola del Paesaggio” sotto la direzione del paesaggista Luigi Riccardi.
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    In quegli anni conobbe artisti come Eugenio Gignous, con il quale instaurò rapporti di amicizia e condivisione artistica. Nel 1871 espose per la prima volta a Brera e nel 1872, a causa di difficoltà economiche e della malattia del padre, fece ritorno con la famiglia a Miazzina. Qui iniziò a dedicarsi anche all’agricoltura, ma senza mai rinunciare all’amore per la pittura.

    Nonostante il lavoro nei campi, Tominetti continuò a dipingere e a inviare regolarmente le sue opere a importanti mostre: nelle città di Milano, Torino, Genova e in altri centri italiani. La sua produzione iniziale apparteneva al naturalismo lombardo, con paesaggi e scene rurali legate alla montagna e alla vita agreste, spesso ambientate nei territori attorno al Lago Maggiore.

    Negli anni Ottanta dell’Ottocento la sua carriera artistica subì una svolta decisiva grazie ai contatti con la famiglia aristocratica dei Troubetzkoy. Invitato come maestro di disegno e pittura per il figlio Pietro presso la loro villa di Ghiffa, entrò in contatto con ambienti aristocratici e altoborghesi, e conobbe il mercante e promotore d’arte Vittore Grubicy de Dragon. Questi incontri lo avvicinarono alle istanze del divisionismo, influenzando profondamente la sua tecnica e il suo approccio alla luce e all’atmosfera.

    Dal tardo XIX secolo in poi Tominetti divenne un interprete originale di scene di campagna, pascoli alpini, lavori agricoli e ambienti montani. Molti dei suoi dipinti trasmettono un sentimento di pathos e contemplazione, rendendo omaggio alla vita rurale e ai ritmi naturali. Tra i suoi temi ricorrenti figurano l’aratura, il pascolo, la raccolta, la fatica e la quiete della natura. Con l’uso del colore, della luce e dell’attenzione al dettaglio atmosferico, seppe evocare paesaggi lirici e realistici al tempo stesso.

    Grazie al sostegno della galleria dei Grubicy ottenne stabilità economica e visibilità internazionale: partecipò a esposizioni in Italia e all’estero, e le sue tele furono apprezzate da critici e collezionisti. Alcune sue opere furono tra le più significative del panorama paesaggistico lombardo e alpino della fine dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento.

    Nella parte finale della sua vita visse stabilmente a Miazzina, continuando a dipingere paesaggi montani e agresti e talvolta utilizzando strumenti fotografici per fissare il reale e restituirne le atmosfere in tela. Morì nel 1917 nella sua casa di Miazzina.

    STIMA:
    min € 4000 - max € 5000
    Base Asta:
    € 1200

    1 offerte pre-asta
  • Lotto 16  

    La pastorella

    Achille Tominetti Achille Tominetti
    Milano 1848 - Miazzina 1917
    Olio su tela cm 71x120 firmato in basso a dx A.Tominetti

    Achille Tominetti nacque a Milano nel 1848, in una famiglia che aveva origini a Miazzina, un villaggio sulle alture del Lago Maggiore. Verso il 1866 si iscrisse all’Accademia di Brera, frequentando la “Scuola del Paesaggio” sotto la direzione del paesaggista Luigi Riccardi.
    Clicca per espandere

    In quegli anni conobbe artisti come Eugenio Gignous, con il quale instaurò rapporti di amicizia e condivisione artistica. Nel 1871 espose per la prima volta a Brera e nel 1872, a causa di difficoltà economiche e della malattia del padre, fece ritorno con la famiglia a Miazzina. Qui iniziò a dedicarsi anche all’agricoltura, ma senza mai rinunciare all’amore per la pittura.

    Nonostante il lavoro nei campi, Tominetti continuò a dipingere e a inviare regolarmente le sue opere a importanti mostre: nelle città di Milano, Torino, Genova e in altri centri italiani. La sua produzione iniziale apparteneva al naturalismo lombardo, con paesaggi e scene rurali legate alla montagna e alla vita agreste, spesso ambientate nei territori attorno al Lago Maggiore.

    Negli anni Ottanta dell’Ottocento la sua carriera artistica subì una svolta decisiva grazie ai contatti con la famiglia aristocratica dei Troubetzkoy. Invitato come maestro di disegno e pittura per il figlio Pietro presso la loro villa di Ghiffa, entrò in contatto con ambienti aristocratici e altoborghesi, e conobbe il mercante e promotore d’arte Vittore Grubicy de Dragon. Questi incontri lo avvicinarono alle istanze del divisionismo, influenzando profondamente la sua tecnica e il suo approccio alla luce e all’atmosfera.

    Dal tardo XIX secolo in poi Tominetti divenne un interprete originale di scene di campagna, pascoli alpini, lavori agricoli e ambienti montani. Molti dei suoi dipinti trasmettono un sentimento di pathos e contemplazione, rendendo omaggio alla vita rurale e ai ritmi naturali. Tra i suoi temi ricorrenti figurano l’aratura, il pascolo, la raccolta, la fatica e la quiete della natura. Con l’uso del colore, della luce e dell’attenzione al dettaglio atmosferico, seppe evocare paesaggi lirici e realistici al tempo stesso.

    Grazie al sostegno della galleria dei Grubicy ottenne stabilità economica e visibilità internazionale: partecipò a esposizioni in Italia e all’estero, e le sue tele furono apprezzate da critici e collezionisti. Alcune sue opere furono tra le più significative del panorama paesaggistico lombardo e alpino della fine dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento.

    Nella parte finale della sua vita visse stabilmente a Miazzina, continuando a dipingere paesaggi montani e agresti e talvolta utilizzando strumenti fotografici per fissare il reale e restituirne le atmosfere in tela. Morì nel 1917 nella sua casa di Miazzina.

    STIMA:
    min € 8000 - max € 10000
    Base Asta:
    € 2500

  • Lotto 17  

    Vecchio cascinale 1884

    Eugenio Gignous Eugenio Gignous
    Milano 1850 - Stresa (VB) 1906
    Olio su tela cm 150x110 firmato in basso a dx E.Gignous

    Eugenio Gignous nacque a Milano il 4 agosto 1850 da Laurent, un commerciante di seta originario del Delfinato, e da Maria Taveggia Brizzolara, milanese. Fin da giovane manifestò una spiccata inclinazione per il disegno, che lo portò a iscriversi nel 1864 all'Accademia di Belle Arti di Brera, dove frequentò la scuola di ornato e successivamente quella di paesaggio sotto la guida di Luigi Riccardi e Gaetano Fasanotti .
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    Durante gli anni di formazione, Gignous entrò in contatto con l'ambiente della Scapigliatura milanese, stringendo amicizia con artisti come Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni. Queste frequentazioni influenzarono il suo stile, portandolo a sperimentare una pittura en plein air caratterizzata da una vivace resa cromatica e da una ricerca sugli effetti della luce .

    Nel 1870 esordì alla XXIX Esposizione della Società per le Belle Arti di Torino con l'opera "Lavandaie della Magolfa". Negli anni successivi, si dedicò prevalentemente alla pittura di paesaggio, realizzando vedute delle campagne lombarde e piemontesi, spesso in compagnia di amici artisti come Luigi Rossi e Achille Tominetti .

    Verso la fine degli anni settanta, Gignous si orientò verso un naturalismo più marcato, influenzato dalle ricerche di Filippo Carcano. Insieme a quest'ultimo, nel 1879, iniziò a dipingere sul Lago Maggiore, inaugurando un repertorio tematico dedicato alle vedute del Verbano, del Mottarone e della Val d'Ossola .

    Nel 1887 si trasferì con la moglie Matilde Ferri e i cinque figli a Stresa, dove frequentò l'ambiente culturale del Lago Maggiore e continuò a ritrarre paesaggi montani e lacustri. In questo periodo, aprì uno studio frequentato da giovani allieve, tra cui Camilla Bellorini e Maria Zinelli .

    Gignous partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, tra cui l'Esposizione nazionale di Milano del 1881, l'Esposizione di Roma del 1883 e la I Esposizione internazionale di Venezia del 1895. Alcune sue opere furono acquistate dal re Umberto I e dal Ministero della Pubblica Istruzione .

    Colpito da un tumore alla gola, Eugenio Gignous morì a Stresa il 30 agosto 1906.

    STIMA:
    min € 3500 - max € 4000
    Base Asta:
    € 900

    1 offerte pre-asta
  • Lotto 18  

    Le chiacchiere 1878

    Eugenio Perego Eugenio Perego
    Milano 1876 - Roma 1944
    Olio su tela cm 64,5x51 firmato in basso a sx Perego

    Eugenio Perego (Milano, 1876 – Roma, 1944) è stato un regista e sceneggiatore italiano attivo soprattutto nel periodo del cinema muto, figura significativa della prima stagione dell’industria cinematografica nazionale. La sua attività si sviluppò a partire dagli anni Dieci del Novecento, quando il cinema italiano stava conoscendo una rapida espansione e una progressiva strutturazione produttiva.
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    Formatosi inizialmente come soggettista e riduzionista per alcune case cinematografiche del Nord Italia, Perego avviò la sua carriera alla Milano Film, dove maturò le competenze che lo portarono rapidamente alla regia. In seguito lavorò anche per altre produzioni, tra cui realtà torinesi e romane, contribuendo alla realizzazione di numerosi film in un’epoca in cui il linguaggio cinematografico era ancora in piena definizione.

    Un momento centrale della sua carriera fu il periodo trascorso a Napoli, dove collaborò con la Lombardo Film e realizzò diversi film interpretati da Leda Gys, una delle dive più note del cinema muto italiano. Questa collaborazione segnò una fase particolarmente intensa della sua produzione, caratterizzata da opere di genere prevalentemente comico e drammatico leggero, in linea con i gusti del pubblico dell’epoca.

    Nel corso degli anni Dieci e Venti, Perego firmò una filmografia piuttosto ampia, che comprende titoli come Il ciclone, Così è la vita e Il padrone delle ferriere, mostrando una versatilità che gli consentì di adattarsi alle esigenze narrative e produttive del cinema muto. Il suo lavoro si inserisce pienamente nel contesto della nascente industria cinematografica italiana, contribuendo alla diffusione del linguaggio filmico prima dell’avvento del sonoro.

    Con il progressivo declino del cinema muto e le trasformazioni dell’industria cinematografica, la sua attività si ridusse fino a interrompersi alla fine degli anni Venti. Eugenio Perego morì a Roma nel 1944.

    STIMA:
    min € 4000 - max € 5000
    Base Asta:
    € 1800

  • Lotto 19  

    Mosca cieca 1890

    Harry Brooker Harry Brooker
    Inghilterra 1848 - 1940
    Olio su tela cm 71,5x92 firmato in basso a sx Harry Brooker

    Harry Brooker (1848–1940) è stato un pittore britannico specializzato nella pittura di genere, attivo soprattutto tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. La sua produzione si inserisce pienamente nel gusto vittoriano per la rappresentazione della vita domestica e dell’infanzia, con scene spesso ambientate in interni borghesi o in contesti quotidiani, caratterizzate da un tono narrativo semplice e da una forte attenzione al dettaglio realistico.
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    Nato a Londra nel 1848 in una famiglia legata al mondo artistico, Brooker si formò probabilmente anche grazie all’influenza del suo ambiente familiare, in particolare dello zio Charles Hunt, anch’egli pittore. Fin da giovane si dedicò alla pittura di soggetti di genere, trovando presto una propria collocazione nel circuito espositivo britannico. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento iniziò infatti a esporre presso importanti istituzioni come la Royal Academy e la Royal Society of British Artists, ottenendo una discreta visibilità.

    La sua carriera fu segnata da una costante attenzione per il mondo dell’infanzia, che rappresentò il nucleo centrale della sua produzione. Bambini impegnati nel gioco, momenti di vita familiare e scene domestiche costituiscono i soggetti più ricorrenti delle sue opere, trattati con un linguaggio pittorico misurato e narrativo, vicino alla tradizione della cosiddetta Cranbrook Colony, un gruppo di artisti che celebrava la vita familiare idealizzata dell’Inghilterra vittoriana. In questo contesto, Brooker sviluppò uno stile riconoscibile per la sua capacità di combinare realismo descrittivo e sentimento affettuoso, spesso con una sottile vena narrativa o moraleggiante.

    Nel corso della sua vita si sposò e si trasferì per un periodo a Southport, lavorando anche come insegnante privato di disegno prima di tornare a Londra, dove continuò la sua attività artistica ed espositiva fino ai primi decenni del Novecento. Le sue opere furono esposte anche in sedi provinciali e continuarono a circolare nel mercato dell’arte anche dopo la sua morte.

    Harry Brooker morì a Londra nel 1940, lasciando un corpus di opere che oggi viene ricordato soprattutto per la sua capacità di restituire con sensibilità e precisione l’immaginario domestico e infantile dell’età vittoriana, contribuendo alla tradizione della pittura di genere inglese.

    STIMA:
    min € 3500 - max € 4000
    Base Asta:
    € 900

  • Lotto 20  

    Natura morta

    Bruno Croatto Bruno Croatto
    Trieste 1875 - Roma 1948
    Olio su tavola cm 62,5x50 firmato in basso a sx Bruno Croatto

    ttività si colloca tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. La sua formazione e il suo percorso artistico si sviluppano in un contesto culturale ampio e stratificato, che lo porta a muoversi tra l’ambiente mitteleuropeo delle origini e la scena artistica italiana, contribuendo a definire una ricerca personale basata su equilibrio formale e raffinatezza tecnica.
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    Fin da giovane Croatto si avvicina al disegno e alla pittura nella sua città natale, dove cresce in un ambiente culturalmente influenzato dalla vicinanza con il mondo austro-ungarico. Questo contesto iniziale contribuisce a sviluppare in lui una sensibilità attenta alla precisione del segno e alla costruzione rigorosa dell’immagine. Successivamente si trasferisce a Monaco di Baviera, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti e entra in contatto con una formazione accademica solida, ma anche con le correnti simboliste e impressioniste che circolavano nell’ambiente artistico tedesco di fine secolo. Questa esperienza risulta fondamentale per la definizione del suo linguaggio pittorico.

    Rientrato in Italia, Croatto inizia a esporre molto giovane e partecipa a importanti manifestazioni artistiche, tra cui la Biennale di Venezia, consolidando progressivamente la sua presenza nel panorama nazionale. Le sue prime opere sono caratterizzate da soggetti figurativi e scene di genere, affrontati con un’impostazione attenta al disegno e alla resa atmosferica, in cui la costruzione della luce gioca un ruolo centrale.

    Un momento decisivo della sua evoluzione artistica avviene con il trasferimento a Orvieto, dove si dedica con particolare intensità all’incisione, soprattutto all’acquaforte. In questa tecnica raggiunge risultati di notevole qualità, sviluppando un linguaggio basato su contrasti delicati e su una descrizione minuziosa del paesaggio e dell’architettura urbana. Le sue vedute italiane, realizzate in questo periodo, restituiscono una dimensione sospesa e contemplativa, in cui il dato reale si trasforma in immagine poetica.

    Negli anni successivi si stabilisce a Roma, dove la sua produzione pittorica si orienta verso una maggiore essenzialità formale. In questa fase matura sviluppa nature morte e composizioni costruite con grande equilibrio, nelle quali oggetti e spazi sono organizzati con rigore e una particolare attenzione alla luce. La sua pittura si avvicina così a una sensibilità più moderna, in dialogo con il clima del Realismo magico italiano, pur mantenendo una forte continuità con la tradizione figurativa.

    Bruno Croatto continua a lavorare e a esporre fino agli ultimi anni della sua vita, mantenendo una coerenza stilistica e una riconoscibilità che lo collocano tra gli interpreti più interessanti della pittura figurativa tra Otto e Novecento. Muore a Roma nel 1948ttività si colloca tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. La sua formazione e il suo percorso artistico si sviluppano in un contesto culturale ampio e stratificato, che lo porta a muoversi tra l’ambiente mitteleuropeo delle origini e la scena artistica italiana, contribuendo a definire una ricerca personale basata su equilibrio formale e raffinatezza tecnica.

    Fin da giovane Croatto si avvicina al disegno e alla pittura nella sua città natale, dove cresce in un ambiente culturalmente influenzato dalla vicinanza con il mondo austro-ungarico. Questo contesto iniziale contribuisce a sviluppare in lui una sensibilità attenta alla precisione del segno e alla costruzione rigorosa dell’immagine. Successivamente si trasferisce a Monaco di Baviera, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti e entra in contatto con una formazione accademica solida, ma anche con le correnti simboliste e impressioniste che circolavano nell’ambiente artistico tedesco di fine secolo. Questa esperienza risulta fondamentale per la definizione del suo linguaggio pittorico.

    Rientrato in Italia, Croatto inizia a esporre molto giovane e partecipa a importanti manifestazioni artistiche, tra cui la Biennale di Venezia, consolidando progressivamente la sua presenza nel panorama nazionale. Le sue prime opere sono caratterizzate da soggetti figurativi e scene di genere, affrontati con un’impostazione attenta al disegno e alla resa atmosferica, in cui la costruzione della luce gioca un ruolo centrale.

    Un momento decisivo della sua evoluzione artistica avviene con il trasferimento a Orvieto, dove si dedica con particolare intensità all’incisione, soprattutto all’acquaforte. In questa tecnica raggiunge risultati di notevole qualità, sviluppando un linguaggio basato su contrasti delicati e su una descrizione minuziosa del paesaggio e dell’architettura urbana. Le sue vedute italiane, realizzate in questo periodo, restituiscono una dimensione sospesa e contemplativa, in cui il dato reale si trasforma in immagine poetica.

    Negli anni successivi si stabilisce a Roma, dove la sua produzione pittorica si orienta verso una maggiore essenzialità formale. In questa fase matura sviluppa nature morte e composizioni costruite con grande equilibrio, nelle quali oggetti e spazi sono organizzati con rigore e una particolare attenzione alla luce. La sua pittura si avvicina così a una sensibilità più moderna, in dialogo con il clima del Realismo magico italiano, pur mantenendo una forte continuità con la tradizione figurativa.

    Bruno Croatto continua a lavorare e a esporre fino agli ultimi anni della sua vita, mantenendo una coerenza stilistica e una riconoscibilità che lo collocano tra gli interpreti più interessanti della pittura figurativa tra Otto e Novecento. Muore a Roma nel 1948.

    STIMA:
    min € 2500 - max € 3000
    Base Asta:
    € 1200

  • Mario Moretti Foggia Mario Moretti Foggia
    Mantova 1882 - Pecetto di Macugnaga VB 1954
    Olio su tavola cm 60x76,5 firmato in basso a dx Foggia

    Mario Moretti Foggia è stato un rinomato pittore italiano nato il 25 dicembre 1882 a Mantova. La sua formazione artistica lo ha portato ad apprendere presso prestigiose istituzioni, tra cui l'Accademia Cignaroli a Verona e l'Accademia di Brera a Milano.
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    Durante il suo percorso formativo, ha avuto la fortuna di essere istruito da eminenti maestri dell'arte come Mosè Bianchi, Giuseppe Mentessi e Cesare Tallone.

    Foggia si è distinto come un abile paesaggista e ritrattista, utilizzando varie tecniche pittoriche come olio, tempera, acquarello e fresco per esprimere la sua creatività. Il suo debutto ufficiale nel mondo dell'arte è avvenuto a Milano nel 1902. Nel corso della sua carriera, ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui medaglie d'oro all'Esposizione di Mantova per l'insieme delle sue opere nel 1902, a Milano nel 1908 con l'opera "Fratellanza" e a Como nel 1909 grazie al dipinto "Fresca Mattinata". Nel 1925, ha ottenuto il prestigioso Premio Cassani a Milano per il dipinto "L'ora del rosario".

    Tra il 1920 e il 1926, Foggia ha esposto con successo a Venezia, presentando opere come "Nel cantuccio di Venezia", "Nel Campiello", "Nevicata" e "Compiacenze materne". Nel 1927, a Firenze, in occasione dell'ottantesima Esposizione Nazionale di Palazzo Pitti, ha presentato le opere "Vera" e "Sole invernale". Tra le sue opere più celebri si trova il "Trittico dei Magi" (Ecce sidus, Imus, Adoremus), conservato presso la Galleria d'Arte Moderna di Milano, e "Danza la circassa", esposta presso la Galleria del Palazzo Ducale di Mantova.

    Le opere di Mario Moretti Foggia sono state incluse in importanti collezioni, tra cui quella del Quirinale, e sono state esposte in gallerie pubbliche e private in Italia, Svizzera, Stati Uniti e America Latina. Foggia era un instancabile viaggiatore, che trascorreva lunghi periodi in Oriente per studiare costumi e paesaggi, le cui ricerche sono state esposte con successo a Londra, Parigi e Bruxelles.

    Partecipando a numerose mostre collettive nazionali e internazionali, Mario Moretti Foggia ha consolidato la sua reputazione come uno dei pittori più influenti della sua epoca. Nel corso della sua carriera, ha realizzato dieci mostre personali, tutte accolte con entusiasmo da parte di pubblico e critica.

    Mario Moretti Foggia si è spento nel 1954 a Pecetto di Macugnaga, lasciando dietro di sé un prezioso e duraturo contributo all'arte italiana.

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    min € 3500 - max € 4000
    Base Asta:
    € 1000

    5 offerte pre-asta
  • Lotto 22  

    Il cervino

    Leonardo Roda Leonardo Roda
    Racconigi 1868 - Torino 1933
    Olio su tela cm 48x64 firmato in basso a dx L.Roda

    Leonardo Roda è nato nel 1868 a Racconigi, Italia. Cresciuto in una famiglia di alpinisti e artisti botanici, ha coltivato sin da giovane l'amore per la montagna e l'arte.
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    Ha iniziato la sua carriera artistica nel 1889, esponendo opere presso la Promotrice di Torino.

    Roda era noto per i suoi dipinti di paesaggi alpini e scene della vita di montagna, spesso ritraendo il maestoso Cervino. Ha anche dipinto paesaggi della pianura padana e del mare ligure. Nel corso della sua carriera, ha ricevuto riconoscimenti e premi per le sue opere, ma verso la fine degli anni '20 ha abbandonato l'attività espositiva e si è ritirato dall'ambiente artistico.

    La sua pittura è stata descritta come un equilibrio tra realismo e espressionismo, con un'attenzione particolare alla luce e ai cambiamenti atmosferici. Roda è stato elogiato per la sua capacità di catturare la bellezza della natura, sia nelle montagne che nella campagna.

    La sua salute ha iniziato a declinare negli anni '30, e Roda è morto nel 1933. Sebbene la critica dell'epoca non sia stata sempre gentile con lui, le sue opere sono ancora oggi ammirate e conservate in collezioni private e musei.

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    min € 2500 - max € 3000
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    € 900

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  • Carlo Jotti Carlo Jotti
    Milano, 1826 - Milano, 1905
    Olio su tela cm 64,5x90 firmato in basso a dx C.Jotti

    Carlo Jotti nacque a Milano il 29 marzo 1826 e si formò artisticamente presso l'Accademia di Brera, dove ebbe come maestri Luigi Sabatelli e Giuseppe Bisi. Inizialmente orientato verso la pittura storica di stampo accademico sotto l'influenza di Sabatelli, successivamente si avvicinò al paesaggismo grazie all'insegnamento di Bisi, sviluppando una visione realistica basata sull'osservazione diretta della natura.
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    Questo approccio lo inserì nel gruppo dei paesaggisti lombardi, noti per l'attenzione alla luce e ai colori.
    A partire dal 1847, Jotti partecipò assiduamente alle mostre di Milano, Torino, Genova e Venezia, esponendo opere che ritraevano scorci del Lago Maggiore, del Lago di Como, della Riviera Ligure di Ponente e di altre località italiane come il Lazio e la Campania. Tra i suoi lavori più noti si annoverano "Monte Rosa", "Madonna del Monte", "Pescarenico (Lecco)" e "Acquedotto". La sua pittura si distingue per una rappresentazione vigorosa e appassionata del vero, con una particolare sensibilità verso le atmosfere e i dettagli del paesaggio italiano.
    Carlo Jotti morì a Milano il 21 giugno 1905. Le sue opere sono conservate in diverse collezioni, tra cui la Galleria d'Arte Moderna di Milano, testimoniando il suo contributo significativo alla pittura paesaggistica dell'Ottocento italiano.

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    min € 3500 - max € 4000
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  • Lotto 24  

    Paesaggio di montagna

    Bruto Mazzolani Bruto Mazzolani
    Ferrara 1880 - Milano 1949
    Olio su tavola cm 56x39 firmato in basso a dx Mazzolani

    Bruto Mazzolani nacque a Ferrara nel 1880 in una famiglia già legata al mondo dell’arte: il padre era pittore e restauratore, e fu lui il primo vero maestro del giovane Bruto. Cresciuto in un ambiente in cui il disegno e il colore erano parte della vita quotidiana, si formò presto un gusto per la pittura che lo portò a proseguire gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, sotto la guida di Domenico Ferri.
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    Dopo questo periodo di formazione accademica si trasferì a Milano, città più dinamica e stimolante, dove iniziò a costruire una carriera autonoma.

    La sua produzione si orientò fin dagli esordi verso due ambiti principali: la figura e il paesaggio. Nei ritratti e nei nudi femminili emergono un’attenzione marcata ai volumi, alle variazioni della luce sulla pelle e ai giochi di chiaroscuro che modellano le forme. Le pennellate, con il tempo sempre più libere e materiche, rivelano un progressivo distacco dai rigori accademici e una vicinanza alle ricerche più moderne del suo tempo.

    Parallelamente si dedicò con costanza al paesaggio, prediligendo ambienti lacustri e vedute serene. Il Lago di Como, le sue sponde e piccoli borghi come Lierna furono tra i soggetti più amati. In queste opere Mazzolani interpretò la natura con sensibilità luminosa, cercando il riflesso dell’acqua, la quiete dei cieli, le tonalità delicate che cambiano con le stagioni. Sono dipinti che uniscono realismo e poesia, costruiti su una tavolozza morbida, fatta di passaggi cromatici sfumati.

    Espose in diverse città italiane e trovò un pubblico attento soprattutto nella borghesia milanese, che apprezzava sia i suoi interni intimi sia le vedute paesaggistiche ricche di atmosfera. Mantenne per tutta la vita una produzione costante e coerente, capace di evolvere senza perdere il legame con le sue radici figurative.

    Bruto Mazzolani morì a Milano nel 1949.

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    min € 1200 - max € 1400
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    € 900

  • Lotto 25  

    Feltre 1891

    Guglielmo Ciardi Guglielmo Ciardi
    Venezia 1842-1917
    Olio su tela cm 41x51 firmato in basso a sx G.Ciardi

    Guglielmo Ciardi nacque a Venezia il 13 settembre 1842 da Giuseppe, funzionario statale, e da Teresa De Bei. Dopo aver completato gli studi al collegio di Santa Caterina, decise di dedicarsi alla pittura e si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Federico Moja per la prospettiva e di Domenico Bresolin per il paesaggio.
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    L’insegnamento di Bresolin, attento alla resa diretta della natura e all’osservazione dal vero, segnò profondamente la sua formazione.

    Nel 1868 intraprese un viaggio fondamentale che lo portò prima a Firenze, poi a Roma e a Napoli. A Firenze venne a contatto con l’ambiente dei Macchiaioli e con artisti come Telemaco Signorini, che lo influenzarono nella ricerca di una pittura più libera e luminosa. A Napoli conobbe la Scuola di Posillipo e quella di Resina, che gli offrirono nuovi spunti per un naturalismo di impronta verista. Al suo ritorno a Venezia, Ciardi trovò nella laguna e nelle campagne del Veneto un inesauribile motivo d’ispirazione, ritraendo scorci di vita rurale, riflessi d’acqua, cieli ariosi e atmosfere vibranti di luce.

    Nel 1874 sposò Linda Locatelli, con la quale ebbe quattro figli, tra cui Beppe ed Emma, entrambi destinati a seguire la sua strada artistica. La sua carriera proseguì con grande successo: partecipò a numerose esposizioni in Italia e all’estero, ottenendo premi e riconoscimenti, tra cui la medaglia d’oro all’Esposizione di Nizza del 1883 e quella di Berlino nel 1886 con il dipinto Messidoro, oggi conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

    Nel 1894 fu nominato docente di vedute di paese e di mare all’Accademia di Belle Arti di Venezia, succedendo al suo maestro Bresolin, e divenne membro della commissione della Biennale di Venezia, ruolo che ne consacrò l’autorevolezza nel panorama artistico italiano. La sua pittura, pur radicata nella tradizione veneta del vedutismo, seppe rinnovarsi attraverso una sensibilità luministica moderna: i suoi paesaggi della laguna, delle colline trevigiane e delle montagne venete si distinguono per la freschezza cromatica e la capacità di restituire la verità dell’atmosfera.

    Negli ultimi anni, nonostante problemi di salute che lo colpirono duramente, continuò a dipingere con coerenza e passione. Nel 1915 ricevette la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di San Francisco, ulteriore riconoscimento alla sua lunga carriera. Morì a Venezia il 5 ottobre 1917, dopo una vita interamente dedicata all’arte e alla natura.

    Guglielmo Ciardi rimane una delle figure centrali della pittura veneta dell’Ottocento. La sua opera, sospesa tra tradizione e modernità, traduce con autenticità e poesia l’incontro fra la luce e l’acqua, tra l’osservazione quotidiana e la visione lirica del paesaggio. Le sue tele, oggi conservate nei principali musei e collezioni italiane, continuano a testimoniare la grandezza di un artista che seppe trasformare la laguna e la campagna veneta in un linguaggio universale di luce e silenzio.

    STIMA:
    min € 3500 - max € 4000
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    € 1000

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  • Lotto 26  

    Piazza a Firenze

    Giuseppe Canella Giuseppe Canella
    Verona 1788 - Firenze 1847
    Olio su lastra di zinco cm 34x26,5 firmato in basso a sx G.Canella

    Giuseppe Canella è stato un pittore italiano nato a Verona nel 1788 e morto a Firenze nel 1847, considerato uno dei più importanti vedutisti dell’Ottocento italiano. La sua formazione avvenne inizialmente all’interno dell’ambiente familiare, poiché il padre Giovanni era architetto e scenografo, e fu proprio da lui che ricevette i primi insegnamenti legati al disegno e alla scenografia teatrale.
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    Questo primo contatto con la rappresentazione dello spazio e della prospettiva influenzò profondamente tutta la sua successiva attività artistica.

    Dopo un periodo di apprendistato tra Verona e altre città del Nord Italia, Canella si avvicinò progressivamente alla pittura di paesaggio, sviluppando un interesse sempre più marcato per la rappresentazione dal vero e per la resa atmosferica dei luoghi. Questo passaggio segnò l’abbandono delle scenografie per dedicarsi completamente alla veduta, genere nel quale avrebbe poi raggiunto i risultati più significativi. Le sue prime opere mostrano già una forte attenzione per la costruzione prospettica e per la descrizione dettagliata dell’ambiente urbano e naturale.

    Un momento decisivo della sua carriera fu il soggiorno a Venezia, dove entrò in contatto con la grande tradizione vedutista settecentesca, da cui trasse importanti stimoli, pur sviluppando uno stile personale più moderno e attento alla vita contemporanea. Nel 1818 esordì ufficialmente all’Accademia di Brera, presentando alcune vedute che attirarono subito l’attenzione della critica.

    Successivamente intraprese un lungo periodo di viaggi che lo portarono prima in Spagna e poi a Parigi. Proprio nella capitale francese Canella raggiunse la piena affermazione artistica, partecipando ai Salon e ottenendo importanti riconoscimenti, tra cui una medaglia d’oro. Le sue vedute parigine si distinguono per la capacità di unire la precisione architettonica alla rappresentazione vivace della vita cittadina, con figure inserite in modo naturale all’interno della scena.

    Rientrato in Italia negli anni Trenta dell’Ottocento, si stabilì a Milano, dove fu accolto come accademico di Brera e continuò la sua attività con grande intensità. In questa fase la sua pittura si concentrò sulle città italiane e sui paesaggi lombardi, mantenendo sempre un equilibrio tra descrizione realistica e sensibilità luministica. Le sue opere di questo periodo mostrano una maturità stilistica consolidata, in cui la veduta diventa anche racconto della vita quotidiana.

    Negli ultimi anni si dedicò soprattutto ai paesaggi della campagna e dei laghi del Nord Italia, continuando a perfezionare il suo linguaggio pittorico fino alla morte, avvenuta a Firenze nel 1847.

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    min € 10000 - max € 12000
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    € 4000

  • Lotto 27  

    L'Arena di Verona

    Angelo Dall'Oca Bianca Angelo Dall'Oca B

    Angelo Dall’Oca Bianca è stato un pittore italiano nato a Verona il 31 marzo 1858 e morto nella stessa città nel 1942. È considerato uno dei principali interpreti della pittura veronese tra Ottocento e Novecento, con una produzione ampia e riconoscibile soprattutto per le scene di genere e le vedute urbane, spesso ambientate nella sua città natale.
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    La sua infanzia fu segnata da condizioni economiche difficili e da una formazione irregolare. In giovane età lavorò come manovale, ma mostrò fin da subito una forte inclinazione per il disegno, che lo portò a intraprendere un percorso artistico quasi autodidatta. Successivamente riuscì a entrare all’Accademia Cignaroli di Verona, dove studiò sotto la guida di Napoleone Nani, formando una solida base tecnica e sviluppando un linguaggio pittorico inizialmente legato al realismo accademico.

    Un momento decisivo della sua crescita fu il contatto con Giacomo Favretto, che influenzò profondamente la sua pittura, indirizzandolo verso una maggiore libertà cromatica e una rappresentazione più vivace e narrativa della realtà. In questa fase iniziale Dall’Oca Bianca si affermò con opere di genere ambientate nella vita quotidiana veronese, caratterizzate da un forte interesse per la figura umana e per la resa immediata delle situazioni, spesso arricchite dall’uso della fotografia come supporto compositivo.

    A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane ed europee, ottenendo un buon successo di pubblico e critica. Le sue opere furono apprezzate per la capacità di unire freschezza narrativa, attenzione al dettaglio e una cromia brillante. In questo periodo la sua produzione si consolidò attorno a soggetti legati alla vita cittadina e alla rappresentazione della società contemporanea, con particolare attenzione alla città di Verona, che divenne uno dei temi centrali del suo lavoro.

    Tra fine Ottocento e inizio Novecento la sua pittura si aprì anche a nuove influenze, avvicinandosi in parte alle correnti simboliste e divisioniste, pur senza abbandonare completamente la matrice verista. Questo aggiornamento stilistico si riflette in opere più complesse e ambiziose, in cui emergono anche tematiche allegoriche e una maggiore attenzione alla costruzione luministica.

    Nel corso del Novecento la sua produzione subì un progressivo irrigidimento stilistico e fu oggetto di critiche da parte delle nuove avanguardie, che lo consideravano legato a una visione ormai superata della pittura figurativa. Nonostante ciò, Dall’Oca Bianca continuò a lavorare e a essere molto apprezzato soprattutto nell’ambiente veronese, dove si dedicò anche ad attività culturali e civiche legate alla sua città.

    Morì a Verona nel 1942Angelo Dall’Oca Bianca è stato un pittore italiano nato a Verona il 31 marzo 1858 e morto nella stessa città nel 1942. È considerato uno dei principali interpreti della pittura veronese tra Ottocento e Novecento, con una produzione ampia e riconoscibile soprattutto per le scene di genere e le vedute urbane, spesso ambientate nella sua città natale.

    La sua infanzia fu segnata da condizioni economiche difficili e da una formazione irregolare. In giovane età lavorò come manovale, ma mostrò fin da subito una forte inclinazione per il disegno, che lo portò a intraprendere un percorso artistico quasi autodidatta. Successivamente riuscì a entrare all’Accademia Cignaroli di Verona, dove studiò sotto la guida di Napoleone Nani, formando una solida base tecnica e sviluppando un linguaggio pittorico inizialmente legato al realismo accademico.

    Un momento decisivo della sua crescita fu il contatto con Giacomo Favretto, che influenzò profondamente la sua pittura, indirizzandolo verso una maggiore libertà cromatica e una rappresentazione più vivace e narrativa della realtà. In questa fase iniziale Dall’Oca Bianca si affermò con opere di genere ambientate nella vita quotidiana veronese, caratterizzate da un forte interesse per la figura umana e per la resa immediata delle situazioni, spesso arricchite dall’uso della fotografia come supporto compositivo.

    A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane ed europee, ottenendo un buon successo di pubblico e critica. Le sue opere furono apprezzate per la capacità di unire freschezza narrativa, attenzione al dettaglio e una cromia brillante. In questo periodo la sua produzione si consolidò attorno a soggetti legati alla vita cittadina e alla rappresentazione della società contemporanea, con particolare attenzione alla città di Verona, che divenne uno dei temi centrali del suo lavoro.

    Tra fine Ottocento e inizio Novecento la sua pittura si aprì anche a nuove influenze, avvicinandosi in parte alle correnti simboliste e divisioniste, pur senza abbandonare completamente la matrice verista. Questo aggiornamento stilistico si riflette in opere più complesse e ambiziose, in cui emergono anche tematiche allegoriche e una maggiore attenzione alla costruzione luministica.

    Nel corso del Novecento la sua produzione subì un progressivo irrigidimento stilistico e fu oggetto di critiche da parte delle nuove avanguardie, che lo consideravano legato a una visione ormai superata della pittura figurativa. Nonostante ciò, Dall’Oca Bianca continuò a lavorare e a essere molto apprezzato soprattutto nell’ambiente veronese, dove si dedicò anche ad attività culturali e civiche legate alla sua città.

    Morì a Verona nel 1942.

    ianca

    Verona 1858 - 1942
    Olio su tavola cm 24x34.5 firmato in basso a sx A.Dall'Oca Bianca
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    min € 8000 - max € 10000
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    € 2000

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  • Lotto 28  

    L'attesa

    Beppe Ciardi Beppe Ciardi
    Venezia 1875 - Quinto di Treviso 1932
    Olio su cartone cm 26x20,5 firmato in basso a dx B.Ciardi

    Giuseppe "Beppe" Ciardi (1875-1932) è stato un pittore italiano di rilievo, noto per le sue opere paesaggistiche che catturano l'essenza della laguna veneta e della campagna trevigiana. Nato a Venezia il 18 marzo 1875, figlio del pittore Guglielmo Ciardi e di Linda Locatelli, Beppe crebbe in un ambiente profondamente influenzato dall'arte.
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    Suo padre, uno dei principali esponenti del paesaggismo realista veneto, e sua madre, figlia del ritrattista Gianfranco Locatelli, gli trasmisero fin da giovane una passione per la pittura.

    Fin da bambino, Beppe mostrò un interesse profondo per l'arte, trascorrendo molto tempo nello studio del padre e tentando i suoi primi schizzi. Nel 1896, all'età di 21 anni, si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Ettore Tito, un noto pittore verista. Durante gli anni accademici, Beppe affinò le sue tecniche pittoriche, sviluppando uno stile personale che univa l'influenza del padre a una sensibilità propria.

    Nel 1899, Beppe esordì alla Biennale di Venezia con l'opera "Monte Rosa" e il trittico "Terra in fiore", segnando un distacco dalla pittura paterna e avvicinandosi alle tematiche divisioniste espresse da Giovanni Segantini. L'anno successivo, nel 1900, ottenne il premio Fumagalli all'Esposizione della Permanente di Milano con "Traghetto delle Agnelle". Nel 1904 partecipò all'Esposizione internazionale di San Francisco, dove ricevette una medaglia d'argento, e nel 1906 espose undici quadri della serie "Silenzi notturni e crepuscolari" all'Esposizione internazionale del Sempione.

    Nel 1912, alla X Biennale di Venezia, Beppe tenne una mostra personale con 45 tele, tra cui la nota "I saltimbanchi". Dopo una breve interruzione dovuta alla partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, riprese la sua attività artistica, partecipando a numerose Biennali di Venezia, segnate dalla diffusione di movimenti avanguardistici come il Futurismo e l'Espressionismo.

    Oltre alla pittura, Beppe Ciardi alternò la sua attività artistica con quella di agricoltore, trascorrendo la vita tra Venezia, Canove di Asiago e Quinto di Treviso, profondamente legato alla campagna trevigiana che riprodusse spesso nelle sue opere. La sua produzione artistica comprende numerosi paesaggi, marine e scene di vita quotidiana, caratterizzati da una luce vibrante e una tecnica pittorica raffinata.

    Beppe Ciardi morì improvvisamente il 14 giugno 1932 a Quinto di Treviso, dove fu sepolto. La moglie Emilia Rizzotti, modella di numerosi suoi lavori, raccolse una grande quantità di opere presso Villa Ciardi, istituendo una collezione che terminò con la cessione delle opere da parte degli eredi. Nel tempo, furono organizzate diverse mostre postume, tra cui nel 1932 presso la Galleria Pesaro di Milano, nel 1935 alla Biennale di Venezia e al Jeu de Paume di Parigi, nel 1936 presso l'Associazione Nazionale delle Famiglie dei Caduti di Guerra di Milano, nel 1939 al Caffè Pedrocchi di Padova, nel 1953 alla Galleria Giosio di Roma e nel 1983 alla Mostra d’Arte Trevigiana.

    Le opere di Beppe Ciardi sono oggi conservate in numerose collezioni pubbliche e private, testimoniando l'importanza del suo contributo all'arte paesaggistica italiana.

    STIMA:
    min € 3000 - max € 3500
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    € 1000

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  • Lotto 29  

    Dipingendo sulla riva

    Antonio Paoletti Antonio Paoletti
    Venezia 1834 - Venezia 1912
    Olio su cartone cm 24x34,5 firmato in basso a sx A.Paoletti

    Antonio Paoletti è stato un pittore italiano nato a Venezia l’8 maggio 1834 e morto nella stessa città il 13 dicembre 1912. È considerato un interprete significativo della pittura di genere veneziana dell’Ottocento, con una produzione incentrata soprattutto sulla rappresentazione della vita quotidiana della laguna e dei suoi abitanti.
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    Figlio di Ermolao Paoletti, studioso, scrittore e artista molto noto nell’ambiente culturale veneziano, Antonio crebbe in un contesto fortemente orientato alle arti e alla cultura. Questo ambiente familiare favorì il suo precoce avvicinamento alla pittura, che lo portò a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Pompeo Marino Molmenti e si formò all’interno della tradizione figurativa accademica.

    Fin dai primi anni di attività, Paoletti sviluppò una forte predilezione per le scene di genere, in particolare per quelle ambientate nella Venezia popolare. I suoi dipinti ritraggono spesso bambini, mercanti, pescatori e momenti di vita quotidiana, con uno stile attento alla narrazione e ai dettagli, capace di unire realismo e immediatezza espressiva. La sua pittura si distingue per la capacità di cogliere aspetti vivaci e talvolta affettuosi della vita cittadina, restituendo un’immagine vivace e umana della Venezia ottocentesca.

    Parallelamente alla pittura di genere, Paoletti si dedicò anche all’arte sacra e alla decorazione ad affresco, realizzando opere per chiese del Veneto. In questi lavori mantenne la stessa attenzione per la composizione chiara e per la resa accurata delle figure, adattando il suo linguaggio alle esigenze della committenza religiosa.

    Nel corso della sua carriera partecipò a diverse esposizioni nazionali, tra cui quelle di Milano, Torino e Firenze, ottenendo una buona considerazione critica e una discreta fortuna espositiva. Insegnò inoltre presso l’Accademia di Venezia, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti.

    La sua produzione fu coerente e legata a una visione tradizionale della pittura, lontana dalle avanguardie ma profondamente radicata nella cultura figurativa veneziana del suo tempo. Morì a Venezia nel 1912Antonio Paoletti è stato un pittore italiano nato a Venezia l’8 maggio 1834 e morto nella stessa città il 13 dicembre 1912. È considerato un interprete significativo della pittura di genere veneziana dell’Ottocento, con una produzione incentrata soprattutto sulla rappresentazione della vita quotidiana della laguna e dei suoi abitanti.

    Figlio di Ermolao Paoletti, studioso, scrittore e artista molto noto nell’ambiente culturale veneziano, Antonio crebbe in un contesto fortemente orientato alle arti e alla cultura. Questo ambiente familiare favorì il suo precoce avvicinamento alla pittura, che lo portò a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Pompeo Marino Molmenti e si formò all’interno della tradizione figurativa accademica.

    Fin dai primi anni di attività, Paoletti sviluppò una forte predilezione per le scene di genere, in particolare per quelle ambientate nella Venezia popolare. I suoi dipinti ritraggono spesso bambini, mercanti, pescatori e momenti di vita quotidiana, con uno stile attento alla narrazione e ai dettagli, capace di unire realismo e immediatezza espressiva. La sua pittura si distingue per la capacità di cogliere aspetti vivaci e talvolta affettuosi della vita cittadina, restituendo un’immagine vivace e umana della Venezia ottocentesca.

    Parallelamente alla pittura di genere, Paoletti si dedicò anche all’arte sacra e alla decorazione ad affresco, realizzando opere per chiese del Veneto. In questi lavori mantenne la stessa attenzione per la composizione chiara e per la resa accurata delle figure, adattando il suo linguaggio alle esigenze della committenza religiosa.

    Nel corso della sua carriera partecipò a diverse esposizioni nazionali, tra cui quelle di Milano, Torino e Firenze, ottenendo una buona considerazione critica e una discreta fortuna espositiva. Insegnò inoltre presso l’Accademia di Venezia, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti.

    La sua produzione fu coerente e legata a una visione tradizionale della pittura, lontana dalle avanguardie ma profondamente radicata nella cultura figurativa veneziana del suo tempo. Morì a Venezia nel 1912.

    STIMA:
    min € 2500 - max € 3000
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    € 900

  • Lotto 30  

    La preghiera

    Alessandro Zezzos Alessandro Zezzos
    Venezia 1848 - Vittorio Veneto 1914
    Olio su tela cm 45,5x25 firmato in basso a sx Zezzos

    Alessandro Zezzos è stato un pittore italiano nato a Venezia nel 1848 e morto a Vittorio Veneto nel 1914. È considerato uno dei più raffinati interpreti della pittura di genere veneziana dell’Ottocento, specializzato in scene ambientate nella vita quotidiana della città lagunare, con particolare attenzione ai costumi, agli interni domestici e ai momenti di vita popolare.
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    Figlio di padre greco e madre veneziana, crebbe in un ambiente culturalmente vivace che contribuì a sviluppare la sua sensibilità artistica e il suo interesse per la rappresentazione della realtà veneziana. Dopo aver completato gli studi classici, si formò presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della pittura veneziana dell’epoca, tra cui Giacomo Favretto, Luigi Nono, Guglielmo Ciardi e Alessandro Milesi. In questo ambiente maturò una formazione solida e un orientamento stilistico che lo avvicinò alla pittura di genere.

    Particolarmente influenzato da Favretto, con il quale ebbe un rapporto di amicizia e scambio artistico, Zezzos sviluppò una pittura vivace e narrativa, spesso ambientata in una Venezia idealizzata del Settecento, secondo un gusto molto diffuso nell’Ottocento. Le sue opere si distinguono per l’attenzione al dettaglio, la resa accurata dei costumi e la capacità di costruire scene animate e teatrali, in cui la figura umana è sempre protagonista.

    Esordì giovanissimo esponendo nel 1873 alla Promotrice di Venezia, dove presentò opere di genere che ottennero subito attenzione. Negli anni successivi partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, tra cui quelle di Milano, Roma e Parigi, consolidando la sua reputazione di acquerellista di grande abilità. Proprio nell’acquerello trovò il mezzo espressivo più congeniale, distinguendosi per una tecnica raffinata e per la capacità di rendere con leggerezza e precisione le atmosfere veneziane.

    Nel corso della sua carriera realizzò anche vedute e scene di costume, spesso legate alla vita popolare e alla quotidianità della città, alternando soggetti più narrativi ad altri di taglio più intimista. La sua pittura, pur rimanendo legata alla tradizione figurativa ottocentesca, mostra in alcuni momenti una sensibilità più libera nella pennellata e una particolare attenzione agli effetti atmosferici.

    Negli ultimi anni della sua vita viaggiò e lavorò anche fuori da Venezia, ma rimase sempre profondamente legato alla sua città natale, che continuò a essere la principale fonte di ispirazione della sua opera. Morì nel 1914 a Vittorio VenetoAlessandro Zezzos è stato un pittore italiano nato a Venezia nel 1848 e morto a Vittorio Veneto nel 1914. È considerato uno dei più raffinati interpreti della pittura di genere veneziana dell’Ottocento, specializzato in scene ambientate nella vita quotidiana della città lagunare, con particolare attenzione ai costumi, agli interni domestici e ai momenti di vita popolare.

    Figlio di padre greco e madre veneziana, crebbe in un ambiente culturalmente vivace che contribuì a sviluppare la sua sensibilità artistica e il suo interesse per la rappresentazione della realtà veneziana. Dopo aver completato gli studi classici, si formò presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della pittura veneziana dell’epoca, tra cui Giacomo Favretto, Luigi Nono, Guglielmo Ciardi e Alessandro Milesi. In questo ambiente maturò una formazione solida e un orientamento stilistico che lo avvicinò alla pittura di genere.

    Particolarmente influenzato da Favretto, con il quale ebbe un rapporto di amicizia e scambio artistico, Zezzos sviluppò una pittura vivace e narrativa, spesso ambientata in una Venezia idealizzata del Settecento, secondo un gusto molto diffuso nell’Ottocento. Le sue opere si distinguono per l’attenzione al dettaglio, la resa accurata dei costumi e la capacità di costruire scene animate e teatrali, in cui la figura umana è sempre protagonista.

    Esordì giovanissimo esponendo nel 1873 alla Promotrice di Venezia, dove presentò opere di genere che ottennero subito attenzione. Negli anni successivi partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, tra cui quelle di Milano, Roma e Parigi, consolidando la sua reputazione di acquerellista di grande abilità. Proprio nell’acquerello trovò il mezzo espressivo più congeniale, distinguendosi per una tecnica raffinata e per la capacità di rendere con leggerezza e precisione le atmosfere veneziane.

    Nel corso della sua carriera realizzò anche vedute e scene di costume, spesso legate alla vita popolare e alla quotidianità della città, alternando soggetti più narrativi ad altri di taglio più intimista. La sua pittura, pur rimanendo legata alla tradizione figurativa ottocentesca, mostra in alcuni momenti una sensibilità più libera nella pennellata e una particolare attenzione agli effetti atmosferici.

    Negli ultimi anni della sua vita viaggiò e lavorò anche fuori da Venezia, ma rimase sempre profondamente legato alla sua città natale, che continuò a essere la principale fonte di ispirazione della sua opera. Morì nel 1914 a Vittorio Veneto.

    STIMA:
    min € 2500 - max € 3000
    Base Asta:
    € 900

  • Lotto 31  

    Pensieri

    Mose Bianchi Mose Bianchi
    Monza 1840 - 1904
    Olio su tavola cm 30,5x22,5 firmato in alto a dx Mose Bianchi

    Mosè Bianchi nacque a Monza il 13 ottobre 1840 in una famiglia di artisti: il padre, Giosuè, era insegnante di disegno e pittore dilettante, e trasmise al figlio la passione per l’arte. Dopo gli studi tecnici, Mosè si iscrisse nel 1856 all’Accademia di Brera a Milano, dove studiò con Albert Zimmermann e Giuseppe Bertini, affiancando compagni come Filippo Carcano, Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni.
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    Nel 1859, spinto dal fervore risorgimentale, partecipò come volontario ai Cacciatori delle Alpi nella seconda guerra d’indipendenza, esperienza che lasciò in lui un’impronta profonda.

    Terminati gli studi nel 1864, si dedicò alle prime opere di soggetto storico e religioso, caratterizzate da un linguaggio ancora legato al gusto romantico e accademico. Nel 1867 vinse il prestigioso pensionato Oggioni con l’opera La visione di Saul, che gli permise di soggiornare a Venezia e successivamente a Parigi. A Venezia studiò i maestri del Settecento, in particolare Tiepolo, mentre a Parigi entrò in contatto con la pittura brillante e luminosa di Mariano Fortuny. Queste esperienze lo spinsero verso una visione più libera e moderna, incentrata sul colore e sulla luce.

    Rientrato a Milano, Bianchi divenne presto una figura di spicco nell’ambiente artistico lombardo. Si dedicò a diversi generi: ritratti, scene di genere, affreschi e paesaggi. Tra i suoi lavori più noti figurano gli affreschi di Villa Giovanelli a Lonigo. Negli anni Settanta e Ottanta la sua pittura raggiunse la piena maturità, con opere che uniscono delicatezza atmosferica e sensibilità luministica. Le vedute di Venezia, Chioggia e Milano sotto la neve, come Laguna in burrasca, testimoniano la sua capacità di rendere la vibrazione dell’aria e la poesia della luce.

    Pur non appartenendo ai movimenti d’avanguardia, Bianchi mostrò un’attenzione moderna per la vita quotidiana e per gli effetti della luce naturale. La sua pennellata libera e la sensibilità cromatica lo posero come anello di congiunzione tra la tradizione accademica e le nuove tendenze pittoriche dell’Ottocento. Fu inoltre consigliere dell’Accademia di Brera e nel 1898 venne nominato direttore dell’Accademia Cignaroli di Verona, segno del grande prestigio raggiunto.

    Negli ultimi anni la salute precaria lo costrinse a ritirarsi nella sua città natale, dove morì il 15 marzo 1904. L’opera di Mosè Bianchi, vasta e coerente, comprende ritratti, affreschi, acquerelli, incisioni e vedute, tutte attraversate da una profonda attenzione alla luce e alla realtà osservata con sensibilità poetica. È considerato uno dei protagonisti più importanti della pittura lombarda dell’Ottocento, capace di fondere rigore tecnico e intima emozione.

    STIMA:
    min € 3500 - max € 4000
    Base Asta:
    € 1300

  • Lotto 32  

    Lungo il sentiero

    Eugenio Spreafico Eugenio Spreafico
    Monza 1856 - Magreglio 1919
    Olio su tavola cm 18,5x36,5 firmato in basso a dx Spreafico

    Eugenio Spreafico è stato un pittore italiano nato a Monza nel 1856 e morto a Magreglio nel 1919. È considerato uno dei principali interpreti del verismo lombardo, con una produzione incentrata soprattutto sul paesaggio e sulla rappresentazione della vita rurale della Brianza e della campagna lombarda.
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    Si formò all’Accademia di Brera a Milano, dove studiò sotto la guida di importanti maestri dell’epoca e acquisì una solida preparazione tecnica. Fin dagli esordi si orientò verso la pittura dal vero, sviluppando un linguaggio fortemente legato all’osservazione diretta della natura e alla resa immediata delle condizioni atmosferiche.

    A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane, distinguendosi come pittore di paesaggio e di scene di genere. Le sue opere rappresentano spesso contadini, lavoratrici dei campi e momenti di vita quotidiana, con un taglio realistico ma attento anche alla componente emotiva e narrativa delle scene.

    Stabilitosi nella zona del lago di Como, trovò nel paesaggio lombardo la sua principale fonte di ispirazione. In questa fase la sua pittura si arricchisce di una maggiore sensibilità luministica e atmosferica, pur mantenendo una forte aderenza alla realtà e una costante attenzione al mondo popolare.

    Continuò a lavorare fino agli ultimi anni della sua vita, rimanendo fedele a una visione della pittura legata al vero e alla tradizione verista. Morì nel 1919 a MagreglioEugenio Spreafico è stato un pittore italiano nato a Monza nel 1856 e morto a Magreglio nel 1919. È considerato uno dei principali interpreti del verismo lombardo, con una produzione incentrata soprattutto sul paesaggio e sulla rappresentazione della vita rurale della Brianza e della campagna lombarda.

    Si formò all’Accademia di Brera a Milano, dove studiò sotto la guida di importanti maestri dell’epoca e acquisì una solida preparazione tecnica. Fin dagli esordi si orientò verso la pittura dal vero, sviluppando un linguaggio fortemente legato all’osservazione diretta della natura e alla resa immediata delle condizioni atmosferiche.

    A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane, distinguendosi come pittore di paesaggio e di scene di genere. Le sue opere rappresentano spesso contadini, lavoratrici dei campi e momenti di vita quotidiana, con un taglio realistico ma attento anche alla componente emotiva e narrativa delle scene.

    Stabilitosi nella zona del lago di Como, trovò nel paesaggio lombardo la sua principale fonte di ispirazione. In questa fase la sua pittura si arricchisce di una maggiore sensibilità luministica e atmosferica, pur mantenendo una forte aderenza alla realtà e una costante attenzione al mondo popolare.

    Continuò a lavorare fino agli ultimi anni della sua vita, rimanendo fedele a una visione della pittura legata al vero e alla tradizione verista. Morì nel 1919 a Magreglio.

    STIMA:
    min € 2500 - max € 3000
    Base Asta:
    € 900

  • Lotto 33  

    Lugano da Cureggia

    Ambrogio Preda Ambrogio Preda
    Milano 1839 - Davesco ( Lugano ) 1906
    Olio su tela cm 23x42 firmato in basso a dx A.Preda

    Ambrogio Preda (Milano, 1839 - Davesco, 1906) nacque a Milano. Le informazioni sulla sua giovinezza sono scarse, ma si sa che partecipò alla campagna del 1859 insieme allo zio Angelo Trezzini.
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    Frequentò l'Accademia di Brera dal 1853 al 1858. Dal 1866 si stabilì a Davesco, spostandosi raramente, il che limitò forse la sua carriera artistica. Tuttavia, partecipò a diverse mostre in Italia, ricevendo riconoscimenti come una medaglia all'Esposizione artistico industriale di Asti nel 1869 e il premio Mylius nel 1875.

    Preda era principalmente un pittore di paesaggi, definito "pittore monogamo quasi senza infedeltà" da Adriano Soldini. Nonostante i problemi economici, vendeva le sue opere ai turisti tedeschi. Dipinse raramente ritratti o scene di genere. I suoi paesaggi, spesso vedute precise del lago di Lugano e dintorni, erano popolati da figure umane come contadine, lavandaie e signore con ombrellini, e talvolta animali come mucche, capre e asini.

    Pur dipingendo dal vero, Preda evitava un verismo banale e mantenne l'interesse nei suoi lavori nonostante la ripetizione dei soggetti. Occasionalmente, si spingeva a Campione, sul lago Maggiore, in Engadina e in Liguria, ma mai sul lago di Como. Sebbene alcuni suoi dipinti raffigurino paesaggi olandesi, probabilmente non visitò mai l'Olanda e potrebbe averli eseguiti da fotografie.

    Era profondamente amico del ticinese Luigi Monteverde, con il quale trascorse un'estate del 1888 sul Monte Boglia. Monteverde, in un'intervista del 1894, ricordò la loro armoniosa convivenza, affermando che la pittura non li aveva mai divisi.

    STIMA:
    min € 3500 - max € 4000
    Base Asta:
    € 1000

  • Lotto 34  

    Fuori dalla stalla

    Ambrogio Preda Ambrogio Preda
    Milano 1839 - Davesco ( Lugano ) 1906
    Olio su tela cm 22x40 firmato in basso a dx A.Preda

    Ambrogio Preda (Milano, 1839 - Davesco, 1906) nacque a Milano. Le informazioni sulla sua giovinezza sono scarse, ma si sa che partecipò alla campagna del 1859 insieme allo zio Angelo Trezzini.
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    Frequentò l'Accademia di Brera dal 1853 al 1858. Dal 1866 si stabilì a Davesco, spostandosi raramente, il che limitò forse la sua carriera artistica. Tuttavia, partecipò a diverse mostre in Italia, ricevendo riconoscimenti come una medaglia all'Esposizione artistico industriale di Asti nel 1869 e il premio Mylius nel 1875.

    Preda era principalmente un pittore di paesaggi, definito "pittore monogamo quasi senza infedeltà" da Adriano Soldini. Nonostante i problemi economici, vendeva le sue opere ai turisti tedeschi. Dipinse raramente ritratti o scene di genere. I suoi paesaggi, spesso vedute precise del lago di Lugano e dintorni, erano popolati da figure umane come contadine, lavandaie e signore con ombrellini, e talvolta animali come mucche, capre e asini.

    Pur dipingendo dal vero, Preda evitava un verismo banale e mantenne l'interesse nei suoi lavori nonostante la ripetizione dei soggetti. Occasionalmente, si spingeva a Campione, sul lago Maggiore, in Engadina e in Liguria, ma mai sul lago di Como. Sebbene alcuni suoi dipinti raffigurino paesaggi olandesi, probabilmente non visitò mai l'Olanda e potrebbe averli eseguiti da fotografie.

    Era profondamente amico del ticinese Luigi Monteverde, con il quale trascorse un'estate del 1888 sul Monte Boglia. Monteverde, in un'intervista del 1894, ricordò la loro armoniosa convivenza, affermando che la pittura non li aveva mai divisi.

    STIMA:
    min € 1800 - max € 2000
    Base Asta:
    € 600

  • Lotto 35  

    Veduta di lago

    Paolo Sala Paolo Sala
    Milano 1859 - 1924
    Olio su tavola cm 35,5x49,5 firmato in basso a sx Paolo Sala

    Paolo Sala nacque a Milano il 24 gennaio 1859 in una famiglia di origine brianzola e fin da giovane dimostrò una spiccata inclinazione per le arti. Inizialmente studiò architettura all’Accademia di Belle Arti di Brera per volere del padre, ma ben presto la sua passione per la pittura prese il sopravvento e lo portò a dedicarsi completamente a questa disciplina sotto la guida di Camillo Boito.
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    Sala si affermò rapidamente come uno dei protagonisti della pittura paesaggistica italiana del suo tempo, distinguendosi per la capacità di ritrarre vedute, scene di genere e scorci urbani con eleganza e sensibilità.

    Il suo debutto espositivo avvenne alla Promotrice di Napoli nel 1880, dove presentò un’opera a olio che attirò l’attenzione della critica. Nei decenni successivi partecipò con regolarità a rassegne artistiche in tutta Italia, da Milano a Venezia, da Roma a Torino, consolidando la sua reputazione in ambito nazionale. Sala amava dipingere dal vero, all’aperto, cercando di cogliere la luce e l’atmosfera dei luoghi che visitava, e questo suo approccio lo avvicinò alle istanze più vitali della ricerca visiva dell’epoca.

    Artista dal respiro internazionale, Sala viaggiò molto, spingendosi oltre i confini italiani per visitare città e paesi in Francia, Inghilterra, Olanda, Sudamerica e Russia. In particolare in Russia ottenne incarichi prestigiosi, tra cui decorazioni per edifici importanti come il Palazzo d’Inverno e il conservatorio imperiale di San Pietroburgo, e ricoprì la cattedra di pittura presso l’Accademia di Mosca. Questi spostamenti arricchirono il suo linguaggio visivo e incrementarono la sua fama, tanto da rendere le sue opere apprezzate da collezionisti e nobiltà europee.

    Sala fu anche un abile organizzatore e promotore dell’arte: nel 1911 fondò a Milano la Società degli Acquarellisti Lombardi, di cui fu presidente, dando impulso alla diffusione dell’acquarello come tecnica di rilievo tra gli artisti della sua generazione. Predilesse particolarmente questa tecnica, con cui realizzò molte vedute cittadine, paesaggi naturali e scene di vita quotidiana, ma lavorò con uguale maestria anche a olio e a pastello.

    La sua pittura, spesso caratterizzata da una pennellata vivace e da un’attenzione raffinata alla luce e all’atmosfera, testimoniò un profondo amore per la natura e per i luoghi che incontrò lungo il suo percorso. Paolo Sala morì a Milano il 13 giugno 1924Paolo Sala nacque a Milano il 24 gennaio 1859 in una famiglia di origine brianzola e fin da giovane dimostrò una spiccata inclinazione per le arti. Inizialmente studiò architettura all’Accademia di Belle Arti di Brera per volere del padre, ma ben presto la sua passione per la pittura prese il sopravvento e lo portò a dedicarsi completamente a questa disciplina sotto la guida di Camillo Boito. Sala si affermò rapidamente come uno dei protagonisti della pittura paesaggistica italiana del suo tempo, distinguendosi per la capacità di ritrarre vedute, scene di genere e scorci urbani con eleganza e sensibilità.

    Il suo debutto espositivo avvenne alla Promotrice di Napoli nel 1880, dove presentò un’opera a olio che attirò l’attenzione della critica. Nei decenni successivi partecipò con regolarità a rassegne artistiche in tutta Italia, da Milano a Venezia, da Roma a Torino, consolidando la sua reputazione in ambito nazionale. Sala amava dipingere dal vero, all’aperto, cercando di cogliere la luce e l’atmosfera dei luoghi che visitava, e questo suo approccio lo avvicinò alle istanze più vitali della ricerca visiva dell’epoca.

    Artista dal respiro internazionale, Sala viaggiò molto, spingendosi oltre i confini italiani per visitare città e paesi in Francia, Inghilterra, Olanda, Sudamerica e Russia. In particolare in Russia ottenne incarichi prestigiosi, tra cui decorazioni per edifici importanti come il Palazzo d’Inverno e il conservatorio imperiale di San Pietroburgo, e ricoprì la cattedra di pittura presso l’Accademia di Mosca. Questi spostamenti arricchirono il suo linguaggio visivo e incrementarono la sua fama, tanto da rendere le sue opere apprezzate da collezionisti e nobiltà europee.

    Sala fu anche un abile organizzatore e promotore dell’arte: nel 1911 fondò a Milano la Società degli Acquarellisti Lombardi, di cui fu presidente, dando impulso alla diffusione dell’acquarello come tecnica di rilievo tra gli artisti della sua generazione. Predilesse particolarmente questa tecnica, con cui realizzò molte vedute cittadine, paesaggi naturali e scene di vita quotidiana, ma lavorò con uguale maestria anche a olio e a pastello.

    La sua pittura, spesso caratterizzata da una pennellata vivace e da un’attenzione raffinata alla luce e all’atmosfera, testimoniò un profondo amore per la natura e per i luoghi che incontrò lungo il suo percorso. Paolo Sala morì a Milano il 13 giugno 1924.

    STIMA:
    min € 1800 - max € 2000
    Base Asta:
    € 600

    1 offerte pre-asta
  • Lotto 36  

    Pescatori a Chioggia

    Leonardo Bazzaro Leonardo Bazzaro
    Milano 1853 - 1937
    Olio su tavola cm 41x60,5 firmato in basso a dx L.Bazzaro

    Leonardo Bazzaro fu un pittore italiano attivo tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, noto soprattutto per i suoi paesaggi, i ritratti e le scene di vita quotidiana. La sua formazione artistica ebbe inizio in un periodo di fermento culturale, in cui le correnti del realismo e del verismo esercitarono una notevole influenza sui giovani artisti italiani.
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    Durante la sua carriera, Bazzaro si distinse per la capacità di catturare la luce e l'atmosfera, elementi che rendono le sue opere particolarmente evocative e ricche di dettagli naturalistici .

    Il percorso espositivo del pittore lo vide protagonista in numerose mostre sia in Italia che all’estero, contribuendo così a diffondere il suo stile personale e a consolidare la sua reputazione nell’ambito della pittura di genere e del paesaggio. Pur rimanendo ancorato ai canoni del realismo, Bazzaro sperimentò progressivamente nuove tecniche e linguaggi pittorici, integrando elementi modernisti che evidenziarono la sua capacità di interpretare in chiave personale la realtà circostante .

    Oggi, le opere di Leonardo Bazzaro sono apprezzate non solo per la loro bellezza formale, ma anche per il valore storico e culturale che rappresentano, testimonianza di un’epoca di importanti trasformazioni artistiche e sociali in Italia. Molte delle sue creazioni sono custodite in collezioni museali e private, continuando a suscitare interesse e ammirazione tra collezionisti e studiosi d’arte.

    Questa breve biografia intende offrire una panoramica della vita e dell’opera di un artista che, pur essendo stato apprezzato nel suo tempo, oggi rappresenta un importante capitolo della storia della pittura italiana.

    STIMA:
    min € 1800 - max € 2000
    Base Asta:
    € 600

    1 offerte pre-asta
  • Lotto 37  

    Le tre vergini 1925

    Federico Sartori Federico Sartori
    Milano 1865 - Milano 1938
    Olio su tela cm 72x134 firmato in basso a dx Federico Sartori

    Federico Sartori è stato un pittore italiano nato a Milano il 19 ottobre 1865 e morto nella stessa città il 22 febbraio 1938. La sua figura si colloca tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, in un percorso artistico che lo porta a svilupparsi tra Italia e Argentina, dove trascorse una parte fondamentale della sua carriera.
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    Cresciuto in una famiglia di origini modeste, si avvicinò fin da giovane al disegno, iniziando come apprendista incisore. Successivamente entrò all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove seguì i corsi di Raffaele Casnedi e venne a contatto con l’ambiente artistico milanese dell’epoca, segnato da figure come Bertini, Previati e Morbelli. Questa formazione gli fornì una solida base tecnica e lo introdusse ai principali fermenti della pittura lombarda di fine secolo.

    Spinto anche da necessità economiche, lasciò l’Italia in giovane età e si trasferì in Argentina, dove iniziò a lavorare presso il Museo de La Plata come disegnatore e pittore. In questo contesto si dedicò a illustrazioni scientifiche e lavori grafici, collaborando anche con istituzioni culturali e partecipando alla vita artistica locale. Successivamente si spostò a Buenos Aires, dove completò la sua formazione e si inserì nell’ambiente accademico e artistico della capitale, diventando insegnante all’Accademia Nazionale di Belle Arti e partecipando a diverse esposizioni di rilievo.

    Durante la sua permanenza sudamericana sviluppò una pittura caratterizzata inizialmente da influenze divisioniste e simboliste, con una particolare attenzione alla luce e alla resa atmosferica. Espose in importanti rassegne, tra cui l’Esposizione del Centenario di Buenos Aires del 1910, ottenendo riconoscimenti e medaglie, e consolidando la propria posizione nel panorama artistico argentino.

    Rientrato in Italia nel 1920, si stabilì inizialmente tra Lombardia e Liguria, per poi trasferirsi in Toscana, in particolare a Viareggio, dove entrò in contatto con un vivace ambiente culturale e artistico. Qui proseguì la sua attività pittorica, partecipando a esposizioni e realizzando opere legate anche alla memoria della guerra e alla figura umana, oltre a interventi decorativi e affreschi.

    Negli anni Venti partecipò nuovamente alla Biennale di Venezia, confermando la continuità della sua ricerca artistica. La sua produzione matura si caratterizza per una sintesi tra esperienza accademica, sensibilità simbolista e attenzione alla rappresentazione del reale, maturata anche grazie all’esperienza internazionale.

    Federico Sartori morì a Milano nel 1938Federico Sartori è stato un pittore italiano nato a Milano il 19 ottobre 1865 e morto nella stessa città il 22 febbraio 1938. La sua figura si colloca tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, in un percorso artistico che lo porta a svilupparsi tra Italia e Argentina, dove trascorse una parte fondamentale della sua carriera.

    Cresciuto in una famiglia di origini modeste, si avvicinò fin da giovane al disegno, iniziando come apprendista incisore. Successivamente entrò all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove seguì i corsi di Raffaele Casnedi e venne a contatto con l’ambiente artistico milanese dell’epoca, segnato da figure come Bertini, Previati e Morbelli. Questa formazione gli fornì una solida base tecnica e lo introdusse ai principali fermenti della pittura lombarda di fine secolo.

    Spinto anche da necessità economiche, lasciò l’Italia in giovane età e si trasferì in Argentina, dove iniziò a lavorare presso il Museo de La Plata come disegnatore e pittore. In questo contesto si dedicò a illustrazioni scientifiche e lavori grafici, collaborando anche con istituzioni culturali e partecipando alla vita artistica locale. Successivamente si spostò a Buenos Aires, dove completò la sua formazione e si inserì nell’ambiente accademico e artistico della capitale, diventando insegnante all’Accademia Nazionale di Belle Arti e partecipando a diverse esposizioni di rilievo.

    Durante la sua permanenza sudamericana sviluppò una pittura caratterizzata inizialmente da influenze divisioniste e simboliste, con una particolare attenzione alla luce e alla resa atmosferica. Espose in importanti rassegne, tra cui l’Esposizione del Centenario di Buenos Aires del 1910, ottenendo riconoscimenti e medaglie, e consolidando la propria posizione nel panorama artistico argentino.

    Rientrato in Italia nel 1920, si stabilì inizialmente tra Lombardia e Liguria, per poi trasferirsi in Toscana, in particolare a Viareggio, dove entrò in contatto con un vivace ambiente culturale e artistico. Qui proseguì la sua attività pittorica, partecipando a esposizioni e realizzando opere legate anche alla memoria della guerra e alla figura umana, oltre a interventi decorativi e affreschi.

    Negli anni Venti partecipò nuovamente alla Biennale di Venezia, confermando la continuità della sua ricerca artistica. La sua produzione matura si caratterizza per una sintesi tra esperienza accademica, sensibilità simbolista e attenzione alla rappresentazione del reale, maturata anche grazie all’esperienza internazionale.

    Federico Sartori morì a Milano nel 1938.

    STIMA:
    min € 2500 - max € 3000
    Base Asta:
    € 800

  • Marco Calderini Marco Calderini
    Torino 1850 - 1941
    Olio su tela cm 69x96,5 firmato in basso a sx M.Calderini

    Marco Calderini è stato un pittore italiano del XIX e XX secolo, noto per la sua dedizione al paesaggio e per la sua formazione autodidatta. Nato a Torino il 22 luglio 1850, da Michelangelo Calderini, corriere delle Regie Poste, e da Virginia Pernaud, di nazionalità francese, Calderini completò gli studi classici e si iscrisse alla facoltà di lettere presso l'università di Torino.
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    Si diplomò inoltre insegnante di lingua francese nel 1867 e di storia e geografia per le scuole secondarie nel 1869. Indirizzato all'arte da alcuni amici, si iscrisse all'Accademia Albertina di Torino, dove dal 1867 al 1873 frequentò le lezioni di Enrico Gamba, Andrea Gastaldi e del romanticista Antonio Fontanesi, ottenendo una medaglia d'oro nel 1872 a conclusione del corso di paesaggio. Viene presto avviato alla riproduzione di soggetti dal vero dallo stesso Fontanesi, che lo accompagna a dipingere nelle campagne torinesi; a conclusione degli studi accademici, Calderini aprì uno studio con l'amico e collega Francesco Mosso.

    Si presentò alle mostre annuali della Società Promotrice di Belle Arti di Torino quasi ininterrottamente dal 1870, quando esordì con "Le rive del Po a Torino" e "Le statue solitarie", al 1898: nel 1871 "Sul giardino dei ripari" venne venduto al Principe di Savoia Carignano, nel 1873 "Giardino reale" venne acquistato dalla stessa Società Promotrice. All'Esposizione del 1880 presentò nove tele e si aggiudicò il premio della giuria per "Mattino di luglio", l'anno seguente venne premiato con una medaglia in bronzo all'Esposizione Colombiana di Genova. Nel 1883 ripresentò all'Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma "Le statue solitarie", che venne acquistato dal Governo per la neonata Galleria d'Arte Moderna e partecipò alla mostra di Nizza. L'anno successivo fu all'Esposizione Generale Italiana di Torino (nella quale fu membro del comitato di accettazione e allestimento) con diverse opere, fra le quali "Tristezza invernale", acquistata dal Governo e presentata anche all'Italian Exhibition di Earls Court del 1888, anno nel quale partecipò all'Esposizione Internazionale di Barcellona (ripetuta nel 1907, quando si aggiudicò un riconoscimento). La stessa opera venne premiata nel 1893 al Salon de Paris. Nel 1888 venne premiato con una medaglia d'argento all'Esposizione Internazionale di Barcellona, nel 1889 fu presidente della sezione di pittura del circolo degli artisti di Torino, consigliere della Società Promotrice di Torino e venne premiato con diploma d'onore e stella d'oro all'Esposizione Internazionale di Colonia. Nel 1891 venne scelto dal ministro Pasquale Villari come membro della Commissione permanente di Belle Arti. Nel 1898 partecipò all'Esposizione di Torino con decine di opere, tra le quali "Piogge di Marzo", "Caduta delle foglie" e "Il giardino del palazzo Principe a Genova".

    Nel contempo, si dedicò con assiduità alla scrittura e alla critica d'arte, collaborando per numerose riviste come "L'Illustrazione Italiana", "La Rassegna nazionale" e la "Gazzetta letteraria di Torino"; nel 1884 pubblicò le "Memorie postume di F. Mosso, pittore", in seguito le monografie dedicate ad artisti contemporanei, come il maestro Antonio Fontanesi (1925), Giovanni Battista Quadrone, Alberto Pasini, lo scultore Vincenzo Vela e Carlo Marochetti (1928). Collaborò alla pubblicazione di tre volumi su Leonardo da Vinci, finanziata dal mecenate russo Fëdor Vasil'evič Sabašnikov, suo grande estimatore che lo volle come compagno per una serie di viaggi in Scozia e Irlanda e operò come consulente di importanti famiglie per l'allestimento delle proprie raccolte d'arte (Collezione Guagno Poma di Biella, Galleria Ricci Oddi di Piacenza, dove non a caso è presente una ricca raccolta delle opere del maestro Fontanesi).

    Nel 1902 la Società Promotrice di Torino gli dedicò una mostra personale, l'anno dopo espose a Venezia "Estate di San Martino", presentata anche in due occasioni al Salon di Parigi. Sempre nel 1903 partecipò a Brera con "Sole e nebbie in montagna" (Valle d’Aosta) e "Pascoli abbandonati sotto il ghiacciaio del Ruitor", nel 1906 con "Boschetti in autunno", "Dopo la pioggia in montagna" e "Giornata chiara di novembre. Giardino Reale di Torino", nel 1907 con "Autunno in Val di Susa" e "Villa del 1700", nel 1911 con "Sera di novembre sul Po" e "Strada del Piccolo San Bernardo". Nel 1912 venne insignito del premio principe Umberto per il dipinto "Nell'alto Canavese. Prealpi di Piemonte", l'anno successivo fu all'Esposizione Belle Arti di Roma con "Sera di autunno" acquistata dal Comune di Roma, nel 1914 espose a Brera "Alpi e Morene di Valchiusella", l'anno successivo "Il monte Rosa veduto dalle basi del Gran Paradiso", nel 1918 "In Valtournanche" e "Dopo la pioggia. Lago Maggiore".

    Tra i suoi allievi, il figlio Luigi, nato dal matrimonio con Jeanne Bourgeois (come il primogenito Marco) e Camillo Cabutti.

    Morì a Torino il 26 febbraio 1941.

    STIMA:
    min € 2500 - max € 3000
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    € 1200

    2 offerte pre-asta
  • Lotto 39  

    L'amore di una madre

    Ottavio Steffenini Ottavio Steffenini
    Cuneo 1889 - Milano 1971
    Olio su tela cm 83x73 firmato in basso a sx Steffenini

    Ottavio Steffenini è stato un pittore italiano nato a Cuneo l’8 agosto 1889 e morto a Milano nel 1971. La sua figura si inserisce nel panorama artistico del primo e medio Novecento italiano, con una produzione legata alla pittura figurativa e alla partecipazione attiva alle principali rassegne artistiche del suo tempo.
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    Dopo aver interrotto gli studi classici, si avvicinò alla pittura frequentando l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove fu allievo prima di Gaudenzi e successivamente del pittore spagnolo Bermejo, nel cui studio completò parte della sua formazione. Questa esperienza romana fu fondamentale per consolidare le sue competenze tecniche e indirizzarlo verso una pittura di impianto solido, attenta alla figura e alla costruzione compositiva.

    Terminati gli studi, lasciò l’Italia ancora giovane e si trasferì a Parigi, dove entrò in contatto con l’ambiente artistico internazionale. Nel 1912 si spostò in Spagna, dove ebbe modo di conoscere Sorolla, artista che influenzò la sua sensibilità luministica. Successivamente viaggiò tra Martinica e Venezuela, arricchendo ulteriormente la sua esperienza con contatti e suggestioni provenienti da contesti culturali diversi.

    Dopo la Prima guerra mondiale fece ritorno in Italia e si stabilì a Milano, città che divenne il centro della sua attività artistica matura. Qui iniziò a partecipare con regolarità alle principali esposizioni nazionali, ottenendo riconoscimenti e affermandosi nell’ambiente artistico milanese. Nel 1922 vinse il Premio Canonica alla Biennale di Venezia, segno del suo crescente prestigio.

    In questo periodo entrò anche in contatto con l’ambiente culturale milanese, diventando insegnante all’Accademia di Brera e contribuendo alla formazione di nuovi artisti. Sempre a Milano fu tra i fondatori del Premio Bagutta insieme a Riccardo Bacchelli, segno del suo coinvolgimento non solo nella pittura ma anche nella vita culturale della città.

    La sua produzione pittorica si caratterizza per una forte attenzione alla figura umana e per una ricerca che attraversa diverse fasi, influenzata dalle esperienze internazionali e dal confronto con le correnti del Novecento italiano. Le sue opere sono oggi conservate in diverse collezioni pubbliche e private, tra cui le Gallerie d’Arte Moderna di Milano.

    Ottavio Steffenini morì a Milano nel 1971Ottavio Steffenini è stato un pittore italiano nato a Cuneo l’8 agosto 1889 e morto a Milano nel 1971. La sua figura si inserisce nel panorama artistico del primo e medio Novecento italiano, con una produzione legata alla pittura figurativa e alla partecipazione attiva alle principali rassegne artistiche del suo tempo.

    Dopo aver interrotto gli studi classici, si avvicinò alla pittura frequentando l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove fu allievo prima di Gaudenzi e successivamente del pittore spagnolo Bermejo, nel cui studio completò parte della sua formazione. Questa esperienza romana fu fondamentale per consolidare le sue competenze tecniche e indirizzarlo verso una pittura di impianto solido, attenta alla figura e alla costruzione compositiva.

    Terminati gli studi, lasciò l’Italia ancora giovane e si trasferì a Parigi, dove entrò in contatto con l’ambiente artistico internazionale. Nel 1912 si spostò in Spagna, dove ebbe modo di conoscere Sorolla, artista che influenzò la sua sensibilità luministica. Successivamente viaggiò tra Martinica e Venezuela, arricchendo ulteriormente la sua esperienza con contatti e suggestioni provenienti da contesti culturali diversi.

    Dopo la Prima guerra mondiale fece ritorno in Italia e si stabilì a Milano, città che divenne il centro della sua attività artistica matura. Qui iniziò a partecipare con regolarità alle principali esposizioni nazionali, ottenendo riconoscimenti e affermandosi nell’ambiente artistico milanese. Nel 1922 vinse il Premio Canonica alla Biennale di Venezia, segno del suo crescente prestigio.

    In questo periodo entrò anche in contatto con l’ambiente culturale milanese, diventando insegnante all’Accademia di Brera e contribuendo alla formazione di nuovi artisti. Sempre a Milano fu tra i fondatori del Premio Bagutta insieme a Riccardo Bacchelli, segno del suo coinvolgimento non solo nella pittura ma anche nella vita culturale della città.

    La sua produzione pittorica si caratterizza per una forte attenzione alla figura umana e per una ricerca che attraversa diverse fasi, influenzata dalle esperienze internazionali e dal confronto con le correnti del Novecento italiano. Le sue opere sono oggi conservate in diverse collezioni pubbliche e private, tra cui le Gallerie d’Arte Moderna di Milano.

    Ottavio Steffenini morì a Milano nel 1971.

    STIMA:
    min € 1200 - max € 1400
    Base Asta:
    € 600

  • Lotto 40  

    La piccola gressonara

    Alessandro Lupo Alessandro Lupo
    Torino 1876 - 1953
    Olio su tavola cm 35x35 firmato in basso a dx A.Lupo

    Alessandro Lupo è stato un noto esponente del naturalismo piemontese durante la seconda metà del XIX secolo e i primi anni del XX secolo. La sua formazione artistica è stata influenzata in modo significativo dalla guida di Vittorio Cavalleri, un maestro di grande rilievo nell'ambito artistico dell'epoca.
    Clicca per espandere



    Il suo debutto ufficiale avviene nel 1901 alla Società Promotrice delle Belle Arti di Torino, presentando tre studi condotti dal vero. Questo evento segna l'inizio della sua costante partecipazione alle principali mostre d'arte a livello nazionale. Tuttavia, nei primi anni della sua carriera, Lupo è spesso criticato per ciò che alcuni considerano un'eccessiva aderenza ai modelli insegnatigli dal suo maestro, Vittorio Cavalleri.

    Nonostante le prime opere siano state incentrate principalmente su paesaggi realizzati en plein air, nel corso degli anni Lupo inizia a diversificare i suoi soggetti artistici, fino a specializzarsi come animalista e autore di scene di mercato a partire dagli anni Venti.

    Un momento significativo nella carriera di Alessandro Lupo è stato nel 1921, quando ha allestito una mostra personale presso la Galleria Vinciana di Milano. Questo evento ha segnato l'inizio di una crescente attenzione critica ed espositiva nei confronti dell'artista. Tuttavia, questa fase positiva è stata bruscamente interrotta dall'esclusione di Lupo dalla Biennale di Venezia nel 1928.

    Nonostante le critiche sul suo stile artistico, la piacevolezza dei soggetti da lui rappresentati e il suo gusto che sembrava attardato nei confronti dei canoni artistici ottocenteschi gli hanno garantito un successo costante sul mercato dell'arte. La sua opera ha continuato ad essere apprezzata e ricercata dai collezionisti nel corso degli anni, contribuendo così a preservare il suo lascito artistico nel panorama artistico italiano.

    STIMA:
    min € 1500 - max € 1700
    Base Asta:
    € 700

    1 offerte pre-asta
  • Alessandro Lupo Alessandro Lupo
    Torino 1876 - 1953
    Olio su cartone cm 30x35 firmato in basso a sx A.Lupo

    Alessandro Lupo è stato un noto esponente del naturalismo piemontese durante la seconda metà del XIX secolo e i primi anni del XX secolo. La sua formazione artistica è stata influenzata in modo significativo dalla guida di Vittorio Cavalleri, un maestro di grande rilievo nell'ambito artistico dell'epoca.
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    Il suo debutto ufficiale avviene nel 1901 alla Società Promotrice delle Belle Arti di Torino, presentando tre studi condotti dal vero. Questo evento segna l'inizio della sua costante partecipazione alle principali mostre d'arte a livello nazionale. Tuttavia, nei primi anni della sua carriera, Lupo è spesso criticato per ciò che alcuni considerano un'eccessiva aderenza ai modelli insegnatigli dal suo maestro, Vittorio Cavalleri.

    Nonostante le prime opere siano state incentrate principalmente su paesaggi realizzati en plein air, nel corso degli anni Lupo inizia a diversificare i suoi soggetti artistici, fino a specializzarsi come animalista e autore di scene di mercato a partire dagli anni Venti.

    Un momento significativo nella carriera di Alessandro Lupo è stato nel 1921, quando ha allestito una mostra personale presso la Galleria Vinciana di Milano. Questo evento ha segnato l'inizio di una crescente attenzione critica ed espositiva nei confronti dell'artista. Tuttavia, questa fase positiva è stata bruscamente interrotta dall'esclusione di Lupo dalla Biennale di Venezia nel 1928.

    Nonostante le critiche sul suo stile artistico, la piacevolezza dei soggetti da lui rappresentati e il suo gusto che sembrava attardato nei confronti dei canoni artistici ottocenteschi gli hanno garantito un successo costante sul mercato dell'arte. La sua opera ha continuato ad essere apprezzata e ricercata dai collezionisti nel corso degli anni, contribuendo così a preservare il suo lascito artistico nel panorama artistico italiano.

    STIMA:
    min € 1500 - max € 1700
    Base Asta:
    € 700

    1 offerte pre-asta
  • Lotto 42  

    Il pittore

    Gennaro Villani Gennaro Villani
    Napoli 1885 - Milano 1948
    Olio su cartone cm 33x35,5 firmato in basso a dx G.Villani

    Gennaro Villani è stato un pittore italiano nato a Napoli il 4 ottobre 1885 e morto nella stessa città il 25 dicembre 1948. È considerato una delle figure più significative del Novecento napoletano, interprete di una pittura capace di coniugare osservazione del vero, sensibilità luministica e intensa partecipazione emotiva alla realtà rappresentata.
    Clicca per espandere



    Si formò all’Istituto di Belle Arti di Napoli, dove fu allievo di Michele Cammarano, maestro che gli trasmise una solida impostazione disegnativa e un rigoroso studio del vero, fondato su un impianto chiaroscurale di forte struttura. In ambito accademico entrò inoltre in contatto con Gaetano Esposito e altri artisti della scena napoletana, sviluppando una sensibilità pittorica attenta sia alla costruzione formale sia alla resa atmosferica.

    Fin dagli esordi partecipò alle principali esposizioni artistiche, esordendo nel 1904 alle Promotrici napoletane e proseguendo poi con una presenza costante nelle rassegne italiane e internazionali. La sua carriera si sviluppò tra Italia e Francia, con un soggiorno parigino tra il 1912 e il 1914 che ebbe un ruolo decisivo nella sua evoluzione stilistica. In questo periodo entrò in contatto con le esperienze dell’impressionismo e delle avanguardie francesi, che contribuirono ad ampliare la sua tavolozza e a rendere più libera la sua espressione cromatica.

    Nella fase iniziale della sua attività la pittura di Villani è caratterizzata da toni più scuri e da una forte attenzione al dato sociale e umano, mentre l’esperienza francese segna una progressiva apertura verso una maggiore luminosità e una rappresentazione più lirica del paesaggio e della vita quotidiana. Nei suoi dipinti ricorrono spesso scene marine, vedute della costa e momenti di vita popolare, resi con una sensibilità poetica e una particolare attenzione agli effetti della luce.

    Nel corso degli anni successivi partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, consolidando la sua reputazione artistica e ottenendo riconoscimenti in diverse sedi europee e americane. Insegnò inoltre presso accademie di belle arti, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti e mantenendo un ruolo attivo nella vita culturale del suo tempo.

    Negli anni Trenta la sua pittura subì un’ulteriore evoluzione, avvicinandosi alle ricerche del Novecento italiano e a una maggiore solidità formale, pur senza abbandonare la sua originaria sensibilità luministica. Negli ultimi anni tornò a una maggiore libertà cromatica, chiudendo un percorso artistico coerente ma ricco di trasformazioni.

    Gennaro Villani morì a Napoli nel 1948Gennaro Villani è stato un pittore italiano nato a Napoli il 4 ottobre 1885 e morto nella stessa città il 25 dicembre 1948. È considerato una delle figure più significative del Novecento napoletano, interprete di una pittura capace di coniugare osservazione del vero, sensibilità luministica e intensa partecipazione emotiva alla realtà rappresentata.

    Si formò all’Istituto di Belle Arti di Napoli, dove fu allievo di Michele Cammarano, maestro che gli trasmise una solida impostazione disegnativa e un rigoroso studio del vero, fondato su un impianto chiaroscurale di forte struttura. In ambito accademico entrò inoltre in contatto con Gaetano Esposito e altri artisti della scena napoletana, sviluppando una sensibilità pittorica attenta sia alla costruzione formale sia alla resa atmosferica.

    Fin dagli esordi partecipò alle principali esposizioni artistiche, esordendo nel 1904 alle Promotrici napoletane e proseguendo poi con una presenza costante nelle rassegne italiane e internazionali. La sua carriera si sviluppò tra Italia e Francia, con un soggiorno parigino tra il 1912 e il 1914 che ebbe un ruolo decisivo nella sua evoluzione stilistica. In questo periodo entrò in contatto con le esperienze dell’impressionismo e delle avanguardie francesi, che contribuirono ad ampliare la sua tavolozza e a rendere più libera la sua espressione cromatica.

    Nella fase iniziale della sua attività la pittura di Villani è caratterizzata da toni più scuri e da una forte attenzione al dato sociale e umano, mentre l’esperienza francese segna una progressiva apertura verso una maggiore luminosità e una rappresentazione più lirica del paesaggio e della vita quotidiana. Nei suoi dipinti ricorrono spesso scene marine, vedute della costa e momenti di vita popolare, resi con una sensibilità poetica e una particolare attenzione agli effetti della luce.

    Nel corso degli anni successivi partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, consolidando la sua reputazione artistica e ottenendo riconoscimenti in diverse sedi europee e americane. Insegnò inoltre presso accademie di belle arti, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti e mantenendo un ruolo attivo nella vita culturale del suo tempo.

    Negli anni Trenta la sua pittura subì un’ulteriore evoluzione, avvicinandosi alle ricerche del Novecento italiano e a una maggiore solidità formale, pur senza abbandonare la sua originaria sensibilità luministica. Negli ultimi anni tornò a una maggiore libertà cromatica, chiudendo un percorso artistico coerente ma ricco di trasformazioni.

    Gennaro Villani morì a Napoli nel 1948.

    STIMA:
    min € 1000 - max € 1200
    Base Asta:
    € 400

  • Lotto 43  

    Lungo la sponda

    Augusto Rey Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898
    Olio su tavola cm 21x31 firmato in basso a dx A.Rey

    Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti.
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    Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.

    Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.

    Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.
    Museo Civico Giovanni Fattori - Livorno

    Augusto Rey morì nel 1898.

    STIMA:
    min € 1000 - max € 1200
    Base Asta:
    € 250

  • Lotto 44  

    Bassa marea

    Augusto Rey Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898
    Olio su tavola cm 20x32 firmato in basso a sx A.Rey

    Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti.
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    Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.

    Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.

    Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.
    Museo Civico Giovanni Fattori - Livorno

    Augusto Rey morì nel 1898.

    STIMA:
    min € 1000 - max € 1200
    Base Asta:
    € 250

  • Lotto 45  

    Sotto i cipressi

    Augusto Rey Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898
    Olio su tavola cm 31x22 firmato in basso a dx A.Rey

    Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti.
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    Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.

    Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.

    Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.
    Museo Civico Giovanni Fattori - Livorno

    Augusto Rey morì nel 1898.

    STIMA:
    min € 1000 - max € 1200
    Base Asta:
    € 300

  • Giuseppe Cosenza
    Luzzi (CS) 1846 - New York 1922
    Olio su tela cm 38x78 firmato in basso a dx Cosenza

    Giuseppe Cosenza nacque a Luzzi, in Calabria, nel 1846, e fu uno dei pittori italiani legati alla vivace stagione artistica della Napoli di fine Ottocento. Rimasto orfano in giovane età, si avvicinò alla pittura grazie a una precoce inclinazione naturale, che lo portò rapidamente a distinguersi come decoratore e autore di opere a carattere religioso.
    Clicca per espandere



    Trasferitosi a Napoli, entrò in contatto con l’ambiente dell’Accademia di Belle Arti, assorbendo le influenze della scuola pittorica napoletana. In questo contesto maturò un linguaggio figurativo attento alla realtà quotidiana, alla luce e al colore, in linea con la sensibilità naturalistica dell’epoca.

    La sua produzione si ampliò presto oltre la pittura sacra, includendo paesaggi, marine, scene di vita popolare e ritratti. Le vedute costiere e i momenti di vita lungo il mare divennero tra i suoi soggetti più riconoscibili: opere in cui la luce mediterranea e l’atmosfera delle località campane emergono con immediatezza e freschezza espressiva.

    Nel corso della sua carriera partecipò a numerose esposizioni in Italia, consolidando una reputazione solida come pittore di paesaggio e di genere. Negli anni Ottanta dell’Ottocento intraprese un percorso internazionale che lo portò prima in Europa e poi negli Stati Uniti, dove si stabilì definitivamente a New York.

    Qui continuò a dipingere e a inserirsi nel contesto artistico locale, affiancando all’attività pittorica anche quella di scrittore e divulgatore culturale. Negli ultimi anni fu colpito da problemi alla vista che ne limitarono progressivamente il lavoro.

    Morì a New York nel 1922Giuseppe Cosenza nacque a Luzzi, in Calabria, nel 1846, e fu uno dei pittori italiani legati alla vivace stagione artistica della Napoli di fine Ottocento. Rimasto orfano in giovane età, si avvicinò alla pittura grazie a una precoce inclinazione naturale, che lo portò rapidamente a distinguersi come decoratore e autore di opere a carattere religioso.

    Trasferitosi a Napoli, entrò in contatto con l’ambiente dell’Accademia di Belle Arti, assorbendo le influenze della scuola pittorica napoletana. In questo contesto maturò un linguaggio figurativo attento alla realtà quotidiana, alla luce e al colore, in linea con la sensibilità naturalistica dell’epoca.

    La sua produzione si ampliò presto oltre la pittura sacra, includendo paesaggi, marine, scene di vita popolare e ritratti. Le vedute costiere e i momenti di vita lungo il mare divennero tra i suoi soggetti più riconoscibili: opere in cui la luce mediterranea e l’atmosfera delle località campane emergono con immediatezza e freschezza espressiva.

    Nel corso della sua carriera partecipò a numerose esposizioni in Italia, consolidando una reputazione solida come pittore di paesaggio e di genere. Negli anni Ottanta dell’Ottocento intraprese un percorso internazionale che lo portò prima in Europa e poi negli Stati Uniti, dove si stabilì definitivamente a New York.

    Qui continuò a dipingere e a inserirsi nel contesto artistico locale, affiancando all’attività pittorica anche quella di scrittore e divulgatore culturale. Negli ultimi anni fu colpito da problemi alla vista che ne limitarono progressivamente il lavoro.

    Morì a New York nel 1922.

    STIMA min € 10000 - max € 12000

    Giuseppe Cosenza Giuseppe Cosenza
    Luzzi (CS) 1846 - New York 1922
    Olio su tela cm 38x78 firmato in basso a dx Cosenza

    Giuseppe Cosenza nacque a Luzzi, in Calabria, nel 1846, e fu uno dei pittori italiani legati alla vivace stagione artistica della Napoli di fine Ottocento. Rimasto orfano in giovane età, si avvicinò alla pittura grazie a una precoce inclinazione naturale, che lo portò rapidamente a distinguersi come decoratore e autore di opere a carattere religioso.
    Clicca per espandere



    Trasferitosi a Napoli, entrò in contatto con l’ambiente dell’Accademia di Belle Arti, assorbendo le influenze della scuola pittorica napoletana. In questo contesto maturò un linguaggio figurativo attento alla realtà quotidiana, alla luce e al colore, in linea con la sensibilità naturalistica dell’epoca.

    La sua produzione si ampliò presto oltre la pittura sacra, includendo paesaggi, marine, scene di vita popolare e ritratti. Le vedute costiere e i momenti di vita lungo il mare divennero tra i suoi soggetti più riconoscibili: opere in cui la luce mediterranea e l’atmosfera delle località campane emergono con immediatezza e freschezza espressiva.

    Nel corso della sua carriera partecipò a numerose esposizioni in Italia, consolidando una reputazione solida come pittore di paesaggio e di genere. Negli anni Ottanta dell’Ottocento intraprese un percorso internazionale che lo portò prima in Europa e poi negli Stati Uniti, dove si stabilì definitivamente a New York.

    Qui continuò a dipingere e a inserirsi nel contesto artistico locale, affiancando all’attività pittorica anche quella di scrittore e divulgatore culturale. Negli ultimi anni fu colpito da problemi alla vista che ne limitarono progressivamente il lavoro.

    Morì a New York nel 1922Giuseppe Cosenza nacque a Luzzi, in Calabria, nel 1846, e fu uno dei pittori italiani legati alla vivace stagione artistica della Napoli di fine Ottocento. Rimasto orfano in giovane età, si avvicinò alla pittura grazie a una precoce inclinazione naturale, che lo portò rapidamente a distinguersi come decoratore e autore di opere a carattere religioso.

    Trasferitosi a Napoli, entrò in contatto con l’ambiente dell’Accademia di Belle Arti, assorbendo le influenze della scuola pittorica napoletana. In questo contesto maturò un linguaggio figurativo attento alla realtà quotidiana, alla luce e al colore, in linea con la sensibilità naturalistica dell’epoca.

    La sua produzione si ampliò presto oltre la pittura sacra, includendo paesaggi, marine, scene di vita popolare e ritratti. Le vedute costiere e i momenti di vita lungo il mare divennero tra i suoi soggetti più riconoscibili: opere in cui la luce mediterranea e l’atmosfera delle località campane emergono con immediatezza e freschezza espressiva.

    Nel corso della sua carriera partecipò a numerose esposizioni in Italia, consolidando una reputazione solida come pittore di paesaggio e di genere. Negli anni Ottanta dell’Ottocento intraprese un percorso internazionale che lo portò prima in Europa e poi negli Stati Uniti, dove si stabilì definitivamente a New York.

    Qui continuò a dipingere e a inserirsi nel contesto artistico locale, affiancando all’attività pittorica anche quella di scrittore e divulgatore culturale. Negli ultimi anni fu colpito da problemi alla vista che ne limitarono progressivamente il lavoro.

    Morì a New York nel 1922.



    1 offerte pre-asta Fai Offerta Segui Lotto
  • Lotto 2  

    Il battesimo

    Giuseppe Mazzola
    Attivo in Lombardia tra il

    Giuseppe Mazzola fu un pittore milanese attivo nella metà dell’Ottocento, documentato tra il 1845 e il 1868, figura oggi poco nota ma di notevole interesse nel contesto della pittura lombarda del tempo. La scarsità delle opere conservate, non più di una ventina, e l’omonimia con artisti più celebri hanno contribuito a offuscarne la fortuna critica, senza tuttavia diminuire la qualità della sua produzione.
    Clicca per espandere



    Formatosi nell’ambiente milanese legato all’Accademia di Brera, Mazzola operò in un periodo caratterizzato da una forte attenzione per la pittura di genere e di veduta, ambiti nei quali sviluppò una sensibilità autonoma. La sua opera si distingue per la capacità di costruire scene articolate, spesso ambientate in contesti urbani o pubblici, nelle quali la dimensione narrativa si unisce a un’attenta osservazione del reale.

    Particolarmente felice risulta la sua attitudine nel rappresentare episodi di carattere storico e collettivo, restituiti con equilibrio compositivo e ricchezza di dettagli. Le sue scene, animate da figure numerose ma sempre ben calibrate nello spazio, rivelano una mano sicura e una notevole padronanza del disegno. Mazzola dimostra infatti una capacità non comune nel gestire la complessità narrativa senza perdere chiarezza visiva, mantenendo sempre leggibile il fulcro dell’azione.

    Dal punto di vista stilistico, il suo linguaggio mostra affinità con la tradizione della veduta lombarda della prima metà del secolo, con richiami all’ambiente dei Canella, pur declinati in una chiave più narrativa e meno puramente descrittiva. La luce, spesso chiara e diffusa, contribuisce a dare unità alle composizioni, valorizzando architetture e figure senza appesantire la scena.

    Artista di raffinata sensibilità e di solida tecnica, Giuseppe Mazzola si rivela dunque interprete attento della realtà e della storia, capace di tradurre episodi complessi in immagini vive e coerenti. La sua produzione, sebbene limitata, testimonia una qualità esecutiva elevata e una mano particolarmente felice nel rendere scene articolate e ricche di vita, rendendolo una figura meritevole di maggiore attenzione nel panorama artistico dell’Ottocento lombardo.


    Olio su tela cm 90x150 firmato in basso a dx G.Mazzola
    STIMA min € 8000 - max € 10000

    Lotto 2  

    Il battesimo

    Giuseppe Mazzola Giuseppe Mazzola
    Attivo in Lombardia tra il

    Giuseppe Mazzola fu un pittore milanese attivo nella metà dell’Ottocento, documentato tra il 1845 e il 1868, figura oggi poco nota ma di notevole interesse nel contesto della pittura lombarda del tempo. La scarsità delle opere conservate, non più di una ventina, e l’omonimia con artisti più celebri hanno contribuito a offuscarne la fortuna critica, senza tuttavia diminuire la qualità della sua produzione.
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    Formatosi nell’ambiente milanese legato all’Accademia di Brera, Mazzola operò in un periodo caratterizzato da una forte attenzione per la pittura di genere e di veduta, ambiti nei quali sviluppò una sensibilità autonoma. La sua opera si distingue per la capacità di costruire scene articolate, spesso ambientate in contesti urbani o pubblici, nelle quali la dimensione narrativa si unisce a un’attenta osservazione del reale.

    Particolarmente felice risulta la sua attitudine nel rappresentare episodi di carattere storico e collettivo, restituiti con equilibrio compositivo e ricchezza di dettagli. Le sue scene, animate da figure numerose ma sempre ben calibrate nello spazio, rivelano una mano sicura e una notevole padronanza del disegno. Mazzola dimostra infatti una capacità non comune nel gestire la complessità narrativa senza perdere chiarezza visiva, mantenendo sempre leggibile il fulcro dell’azione.

    Dal punto di vista stilistico, il suo linguaggio mostra affinità con la tradizione della veduta lombarda della prima metà del secolo, con richiami all’ambiente dei Canella, pur declinati in una chiave più narrativa e meno puramente descrittiva. La luce, spesso chiara e diffusa, contribuisce a dare unità alle composizioni, valorizzando architetture e figure senza appesantire la scena.

    Artista di raffinata sensibilità e di solida tecnica, Giuseppe Mazzola si rivela dunque interprete attento della realtà e della storia, capace di tradurre episodi complessi in immagini vive e coerenti. La sua produzione, sebbene limitata, testimonia una qualità esecutiva elevata e una mano particolarmente felice nel rendere scene articolate e ricche di vita, rendendolo una figura meritevole di maggiore attenzione nel panorama artistico dell’Ottocento lombardo.


    Olio su tela cm 90x150 firmato in basso a dx G.Mazzola


    0 offerte pre-asta Fai Offerta Segui Lotto
  • Giuseppe Mazzola
    Attivo in Lombardia tra il 1845-1868
    Olio su tela cm 70x72 firmato in basso a dx G.Mazzola

    Giuseppe Mazzola fu un pittore milanese attivo nella metà dell’Ottocento, documentato tra il 1845 e il 1868, figura oggi poco nota ma di notevole interesse nel contesto della pittura lombarda del tempo. La scarsità delle opere conservate, non più di una ventina, e l’omonimia con artisti più celebri hanno contribuito a offuscarne la fortuna critica, senza tuttavia diminuire la qualità della sua produzione.
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    Formatosi nell’ambiente milanese legato all’Accademia di Brera, Mazzola operò in un periodo caratterizzato da una forte attenzione per la pittura di genere e di veduta, ambiti nei quali sviluppò una sensibilità autonoma. La sua opera si distingue per la capacità di costruire scene articolate, spesso ambientate in contesti urbani o pubblici, nelle quali la dimensione narrativa si unisce a un’attenta osservazione del reale.

    Particolarmente felice risulta la sua attitudine nel rappresentare episodi di carattere storico e collettivo, restituiti con equilibrio compositivo e ricchezza di dettagli. Le sue scene, animate da figure numerose ma sempre ben calibrate nello spazio, rivelano una mano sicura e una notevole padronanza del disegno. Mazzola dimostra infatti una capacità non comune nel gestire la complessità narrativa senza perdere chiarezza visiva, mantenendo sempre leggibile il fulcro dell’azione.

    Dal punto di vista stilistico, il suo linguaggio mostra affinità con la tradizione della veduta lombarda della prima metà del secolo, con richiami all’ambiente dei Canella, pur declinati in una chiave più narrativa e meno puramente descrittiva. La luce, spesso chiara e diffusa, contribuisce a dare unità alle composizioni, valorizzando architetture e figure senza appesantire la scena.

    Artista di raffinata sensibilità e di solida tecnica, Giuseppe Mazzola si rivela dunque interprete attento della realtà e della storia, capace di tradurre episodi complessi in immagini vive e coerenti. La sua produzione, sebbene limitata, testimonia una qualità esecutiva elevata e una mano particolarmente felice nel rendere scene articolate e ricche di vita, rendendolo una figura meritevole di maggiore attenzione nel panorama artistico dell’Ottocento lombardo.

    STIMA min € 5000 - max € 7000

    Giuseppe Mazzola Giuseppe Mazzola
    Attivo in Lombardia tra il 1845-1868
    Olio su tela cm 70x72 firmato in basso a dx G.Mazzola

    Giuseppe Mazzola fu un pittore milanese attivo nella metà dell’Ottocento, documentato tra il 1845 e il 1868, figura oggi poco nota ma di notevole interesse nel contesto della pittura lombarda del tempo. La scarsità delle opere conservate, non più di una ventina, e l’omonimia con artisti più celebri hanno contribuito a offuscarne la fortuna critica, senza tuttavia diminuire la qualità della sua produzione.
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    Formatosi nell’ambiente milanese legato all’Accademia di Brera, Mazzola operò in un periodo caratterizzato da una forte attenzione per la pittura di genere e di veduta, ambiti nei quali sviluppò una sensibilità autonoma. La sua opera si distingue per la capacità di costruire scene articolate, spesso ambientate in contesti urbani o pubblici, nelle quali la dimensione narrativa si unisce a un’attenta osservazione del reale.

    Particolarmente felice risulta la sua attitudine nel rappresentare episodi di carattere storico e collettivo, restituiti con equilibrio compositivo e ricchezza di dettagli. Le sue scene, animate da figure numerose ma sempre ben calibrate nello spazio, rivelano una mano sicura e una notevole padronanza del disegno. Mazzola dimostra infatti una capacità non comune nel gestire la complessità narrativa senza perdere chiarezza visiva, mantenendo sempre leggibile il fulcro dell’azione.

    Dal punto di vista stilistico, il suo linguaggio mostra affinità con la tradizione della veduta lombarda della prima metà del secolo, con richiami all’ambiente dei Canella, pur declinati in una chiave più narrativa e meno puramente descrittiva. La luce, spesso chiara e diffusa, contribuisce a dare unità alle composizioni, valorizzando architetture e figure senza appesantire la scena.

    Artista di raffinata sensibilità e di solida tecnica, Giuseppe Mazzola si rivela dunque interprete attento della realtà e della storia, capace di tradurre episodi complessi in immagini vive e coerenti. La sua produzione, sebbene limitata, testimonia una qualità esecutiva elevata e una mano particolarmente felice nel rendere scene articolate e ricche di vita, rendendolo una figura meritevole di maggiore attenzione nel panorama artistico dell’Ottocento lombardo.



    0 offerte pre-asta Fai Offerta Segui Lotto
  • Lotto 4  

    La benedizione

    Italo Mus
    Chatillon AO 1892 - Saint Vincent AO 1967
    Olio su masonite cm 50x70 firmato in basso a dx I.Mus

    Italo Mus nacque il 4 aprile 1892 a Châtillon, un piccolo villaggio della Valle d'Aosta. Cresciuto in una famiglia di artisti, suo padre Eugenio Mus era uno scultore che lo avviò sin da giovane allo studio del disegno e della scultura in legno nella sua bottega.
    Clicca per espandere

    Sebbene inizialmente si dedicasse all'intaglio, il giovane Italo si orientò verso la pittura, grazie anche all'incoraggiamento di Lorenzo Delleani, pittore di fama, che lo indirizzò verso una formazione accademica.

    Frequentò l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove approfondì la sua preparazione sotto la guida di maestri come Paolo Gaidano, Andrea Marchisio, Giacomo Grosso e Luigi Onetti. La sua carriera artistica ebbe una svolta importante nel 1912, quando partecipò al Salone dei Giovani Pittori, ottenendo il primo premio, un riconoscimento che segnò l'inizio di una carriera brillante.

    Nel 1913, Mus ampliò la sua esperienza artistica collaborando alla realizzazione di decorazioni a fresco in città come Lione e Losanna. Ma fu la sua Valle d'Aosta, con i suoi paesaggi montani e le tradizioni rurali, a diventare la principale fonte di ispirazione per le sue opere. Le sue tele spesso raccontano scene di vita quotidiana, come il lavoro dei pastori, dei contadini e le peculiarità degli antichi edifici rurali come i rascard, tipiche costruzioni in legno e pietra delle Alpi.

    Tra le sue opere più celebri si ricordano "Pastore al lavoro", "Contadini: la semina" e "Rascard", che testimoniano la sua capacità di catturare la bellezza e la semplicità della vita montana. Con una tavolozza che riflette i toni caldi e terrosi dei paesaggi alpini, Mus riusciva a trasmettere un forte senso di identità e appartenenza alla sua terra.

    Italo Mus morì il 15 maggio 1967 a Saint-VincentItalo Mus nacque il 4 aprile 1892 a Châtillon, un piccolo villaggio della Valle d'Aosta. Cresciuto in una famiglia di artisti, suo padre Eugenio Mus era uno scultore che lo avviò sin da giovane allo studio del disegno e della scultura in legno nella sua bottega. Sebbene inizialmente si dedicasse all'intaglio, il giovane Italo si orientò verso la pittura, grazie anche all'incoraggiamento di Lorenzo Delleani, pittore di fama, che lo indirizzò verso una formazione accademica.

    Frequentò l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove approfondì la sua preparazione sotto la guida di maestri come Paolo Gaidano, Andrea Marchisio, Giacomo Grosso e Luigi Onetti. La sua carriera artistica ebbe una svolta importante nel 1912, quando partecipò al Salone dei Giovani Pittori, ottenendo il primo premio, un riconoscimento che segnò l'inizio di una carriera brillante.

    Nel 1913, Mus ampliò la sua esperienza artistica collaborando alla realizzazione di decorazioni a fresco in città come Lione e Losanna. Ma fu la sua Valle d'Aosta, con i suoi paesaggi montani e le tradizioni rurali, a diventare la principale fonte di ispirazione per le sue opere. Le sue tele spesso raccontano scene di vita quotidiana, come il lavoro dei pastori, dei contadini e le peculiarità degli antichi edifici rurali come i rascard, tipiche costruzioni in legno e pietra delle Alpi.

    Tra le sue opere più celebri si ricordano "Pastore al lavoro", "Contadini: la semina" e "Rascard", che testimoniano la sua capacità di catturare la bellezza e la semplicità della vita montana. Con una tavolozza che riflette i toni caldi e terrosi dei paesaggi alpini, Mus riusciva a trasmettere un forte senso di identità e appartenenza alla sua terra.

    Italo Mus morì il 15 maggio 1967 a Saint-Vincent.

    STIMA min € 6000 - max € 8000

    Lotto 4  

    La benedizione

    Italo Mus Italo Mus
    Chatillon AO 1892 - Saint Vincent AO 1967
    Olio su masonite cm 50x70 firmato in basso a dx I.Mus

    Italo Mus nacque il 4 aprile 1892 a Châtillon, un piccolo villaggio della Valle d'Aosta. Cresciuto in una famiglia di artisti, suo padre Eugenio Mus era uno scultore che lo avviò sin da giovane allo studio del disegno e della scultura in legno nella sua bottega.
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    Sebbene inizialmente si dedicasse all'intaglio, il giovane Italo si orientò verso la pittura, grazie anche all'incoraggiamento di Lorenzo Delleani, pittore di fama, che lo indirizzò verso una formazione accademica.

    Frequentò l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove approfondì la sua preparazione sotto la guida di maestri come Paolo Gaidano, Andrea Marchisio, Giacomo Grosso e Luigi Onetti. La sua carriera artistica ebbe una svolta importante nel 1912, quando partecipò al Salone dei Giovani Pittori, ottenendo il primo premio, un riconoscimento che segnò l'inizio di una carriera brillante.

    Nel 1913, Mus ampliò la sua esperienza artistica collaborando alla realizzazione di decorazioni a fresco in città come Lione e Losanna. Ma fu la sua Valle d'Aosta, con i suoi paesaggi montani e le tradizioni rurali, a diventare la principale fonte di ispirazione per le sue opere. Le sue tele spesso raccontano scene di vita quotidiana, come il lavoro dei pastori, dei contadini e le peculiarità degli antichi edifici rurali come i rascard, tipiche costruzioni in legno e pietra delle Alpi.

    Tra le sue opere più celebri si ricordano "Pastore al lavoro", "Contadini: la semina" e "Rascard", che testimoniano la sua capacità di catturare la bellezza e la semplicità della vita montana. Con una tavolozza che riflette i toni caldi e terrosi dei paesaggi alpini, Mus riusciva a trasmettere un forte senso di identità e appartenenza alla sua terra.

    Italo Mus morì il 15 maggio 1967 a Saint-VincentItalo Mus nacque il 4 aprile 1892 a Châtillon, un piccolo villaggio della Valle d'Aosta. Cresciuto in una famiglia di artisti, suo padre Eugenio Mus era uno scultore che lo avviò sin da giovane allo studio del disegno e della scultura in legno nella sua bottega. Sebbene inizialmente si dedicasse all'intaglio, il giovane Italo si orientò verso la pittura, grazie anche all'incoraggiamento di Lorenzo Delleani, pittore di fama, che lo indirizzò verso una formazione accademica.

    Frequentò l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove approfondì la sua preparazione sotto la guida di maestri come Paolo Gaidano, Andrea Marchisio, Giacomo Grosso e Luigi Onetti. La sua carriera artistica ebbe una svolta importante nel 1912, quando partecipò al Salone dei Giovani Pittori, ottenendo il primo premio, un riconoscimento che segnò l'inizio di una carriera brillante.

    Nel 1913, Mus ampliò la sua esperienza artistica collaborando alla realizzazione di decorazioni a fresco in città come Lione e Losanna. Ma fu la sua Valle d'Aosta, con i suoi paesaggi montani e le tradizioni rurali, a diventare la principale fonte di ispirazione per le sue opere. Le sue tele spesso raccontano scene di vita quotidiana, come il lavoro dei pastori, dei contadini e le peculiarità degli antichi edifici rurali come i rascard, tipiche costruzioni in legno e pietra delle Alpi.

    Tra le sue opere più celebri si ricordano "Pastore al lavoro", "Contadini: la semina" e "Rascard", che testimoniano la sua capacità di catturare la bellezza e la semplicità della vita montana. Con una tavolozza che riflette i toni caldi e terrosi dei paesaggi alpini, Mus riusciva a trasmettere un forte senso di identità e appartenenza alla sua terra.

    Italo Mus morì il 15 maggio 1967 a Saint-Vincent.



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  • Lotto 5  

    Studio pomeridiano

    Eugenio Viti
    Napoli 1881 - Napoli 1952
    Olio su tela cm 71x77 firmato in basso a sx Eugenio Viti

    Eugenio Viti nacque a Napoli il 28 giugno 1881, in un ambiente culturalmente vivace che contribuì a orientare precocemente la sua vocazione artistica. Si formò presso il Regio Istituto di Belle Arti della città partenopea, dove fu allievo di Michele Cammarano e Vincenzo Volpe, assimilando una solida base accademica unita a una particolare attenzione per il valore costruttivo del colore e della forma.
    Clicca per espandere

    Fin dagli anni della formazione si distinse per le sue qualità pittoriche, ottenendo riconoscimenti che ne segnalarono il talento.

    Conclusi gli studi, si trasferì a Roma, dove entrò in contatto con ambienti artistici più aggiornati e con le ricerche che animavano il panorama italiano del primo Novecento. In questa fase elaborò un linguaggio personale inizialmente influenzato da suggestioni secessioniste, che si evolse progressivamente verso una pittura più moderna e strutturata, capace di recepire le tensioni innovative del tempo senza rinunciare a un saldo impianto figurativo.

    Rientrato a Napoli, intraprese una lunga attività didattica che lo portò prima a insegnare all’Accademia di Belle Arti e poi a ricoprire la cattedra di pittura presso l’Istituto d’Arte, contribuendo alla formazione di numerosi giovani artisti. Parallelamente sviluppò un’intensa attività espositiva, partecipando alle principali rassegne italiane, tra cui le Biennali di Venezia e le Quadriennali romane, e presentando le sue opere anche in contesti internazionali, a conferma della sua crescente notorietà.

    La sua produzione pittorica si caratterizza per una continua evoluzione stilistica. Dalle prime prove ancora legate alla tradizione ottocentesca, Viti giunse a una pittura più sintetica ed essenziale, in cui la costruzione volumetrica e la ricerca cromatica rivelano una rinnovata attenzione per la lezione di Cézanne. I suoi soggetti prediletti furono i paesaggi, in particolare quelli della costiera sorrentina, i ritratti femminili e le nature morte, affrontati con equilibrio compositivo e una sensibilità luministica capace di restituire atmosfere sospese e armoniose.

    Accanto alla pittura, si dedicò anche alla scenografia cinematografica, lavorando nel 1940 alla realizzazione di apparati scenici per il cinema, e partecipò attivamente alla vita culturale napoletana, contribuendo nel 1944 alla fondazione della Libera Associazione degli Artisti Napoletani, di cui fu anche presidente. Il riconoscimento ufficiale del suo valore giunse nel 1950 con l’assegnazione del Premio Einaudi per la pittura, consacrazione di una carriera ormai matura e pienamente riconosciuta.

    Morì a Napoli l’8 marzo 1952Eugenio Viti nacque a Napoli il 28 giugno 1881, in un ambiente culturalmente vivace che contribuì a orientare precocemente la sua vocazione artistica. Si formò presso il Regio Istituto di Belle Arti della città partenopea, dove fu allievo di Michele Cammarano e Vincenzo Volpe, assimilando una solida base accademica unita a una particolare attenzione per il valore costruttivo del colore e della forma. Fin dagli anni della formazione si distinse per le sue qualità pittoriche, ottenendo riconoscimenti che ne segnalarono il talento.

    Conclusi gli studi, si trasferì a Roma, dove entrò in contatto con ambienti artistici più aggiornati e con le ricerche che animavano il panorama italiano del primo Novecento. In questa fase elaborò un linguaggio personale inizialmente influenzato da suggestioni secessioniste, che si evolse progressivamente verso una pittura più moderna e strutturata, capace di recepire le tensioni innovative del tempo senza rinunciare a un saldo impianto figurativo.

    Rientrato a Napoli, intraprese una lunga attività didattica che lo portò prima a insegnare all’Accademia di Belle Arti e poi a ricoprire la cattedra di pittura presso l’Istituto d’Arte, contribuendo alla formazione di numerosi giovani artisti. Parallelamente sviluppò un’intensa attività espositiva, partecipando alle principali rassegne italiane, tra cui le Biennali di Venezia e le Quadriennali romane, e presentando le sue opere anche in contesti internazionali, a conferma della sua crescente notorietà.

    La sua produzione pittorica si caratterizza per una continua evoluzione stilistica. Dalle prime prove ancora legate alla tradizione ottocentesca, Viti giunse a una pittura più sintetica ed essenziale, in cui la costruzione volumetrica e la ricerca cromatica rivelano una rinnovata attenzione per la lezione di Cézanne. I suoi soggetti prediletti furono i paesaggi, in particolare quelli della costiera sorrentina, i ritratti femminili e le nature morte, affrontati con equilibrio compositivo e una sensibilità luministica capace di restituire atmosfere sospese e armoniose.

    Accanto alla pittura, si dedicò anche alla scenografia cinematografica, lavorando nel 1940 alla realizzazione di apparati scenici per il cinema, e partecipò attivamente alla vita culturale napoletana, contribuendo nel 1944 alla fondazione della Libera Associazione degli Artisti Napoletani, di cui fu anche presidente. Il riconoscimento ufficiale del suo valore giunse nel 1950 con l’assegnazione del Premio Einaudi per la pittura, consacrazione di una carriera ormai matura e pienamente riconosciuta.

    Morì a Napoli l’8 marzo 1952.

    STIMA min € 6000 - max € 8000

    Lotto 5  

    Studio pomeridiano

    Eugenio Viti Eugenio Viti
    Napoli 1881 - Napoli 1952
    Olio su tela cm 71x77 firmato in basso a sx Eugenio Viti

    Eugenio Viti nacque a Napoli il 28 giugno 1881, in un ambiente culturalmente vivace che contribuì a orientare precocemente la sua vocazione artistica. Si formò presso il Regio Istituto di Belle Arti della città partenopea, dove fu allievo di Michele Cammarano e Vincenzo Volpe, assimilando una solida base accademica unita a una particolare attenzione per il valore costruttivo del colore e della forma.
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    Fin dagli anni della formazione si distinse per le sue qualità pittoriche, ottenendo riconoscimenti che ne segnalarono il talento.

    Conclusi gli studi, si trasferì a Roma, dove entrò in contatto con ambienti artistici più aggiornati e con le ricerche che animavano il panorama italiano del primo Novecento. In questa fase elaborò un linguaggio personale inizialmente influenzato da suggestioni secessioniste, che si evolse progressivamente verso una pittura più moderna e strutturata, capace di recepire le tensioni innovative del tempo senza rinunciare a un saldo impianto figurativo.

    Rientrato a Napoli, intraprese una lunga attività didattica che lo portò prima a insegnare all’Accademia di Belle Arti e poi a ricoprire la cattedra di pittura presso l’Istituto d’Arte, contribuendo alla formazione di numerosi giovani artisti. Parallelamente sviluppò un’intensa attività espositiva, partecipando alle principali rassegne italiane, tra cui le Biennali di Venezia e le Quadriennali romane, e presentando le sue opere anche in contesti internazionali, a conferma della sua crescente notorietà.

    La sua produzione pittorica si caratterizza per una continua evoluzione stilistica. Dalle prime prove ancora legate alla tradizione ottocentesca, Viti giunse a una pittura più sintetica ed essenziale, in cui la costruzione volumetrica e la ricerca cromatica rivelano una rinnovata attenzione per la lezione di Cézanne. I suoi soggetti prediletti furono i paesaggi, in particolare quelli della costiera sorrentina, i ritratti femminili e le nature morte, affrontati con equilibrio compositivo e una sensibilità luministica capace di restituire atmosfere sospese e armoniose.

    Accanto alla pittura, si dedicò anche alla scenografia cinematografica, lavorando nel 1940 alla realizzazione di apparati scenici per il cinema, e partecipò attivamente alla vita culturale napoletana, contribuendo nel 1944 alla fondazione della Libera Associazione degli Artisti Napoletani, di cui fu anche presidente. Il riconoscimento ufficiale del suo valore giunse nel 1950 con l’assegnazione del Premio Einaudi per la pittura, consacrazione di una carriera ormai matura e pienamente riconosciuta.

    Morì a Napoli l’8 marzo 1952Eugenio Viti nacque a Napoli il 28 giugno 1881, in un ambiente culturalmente vivace che contribuì a orientare precocemente la sua vocazione artistica. Si formò presso il Regio Istituto di Belle Arti della città partenopea, dove fu allievo di Michele Cammarano e Vincenzo Volpe, assimilando una solida base accademica unita a una particolare attenzione per il valore costruttivo del colore e della forma. Fin dagli anni della formazione si distinse per le sue qualità pittoriche, ottenendo riconoscimenti che ne segnalarono il talento.

    Conclusi gli studi, si trasferì a Roma, dove entrò in contatto con ambienti artistici più aggiornati e con le ricerche che animavano il panorama italiano del primo Novecento. In questa fase elaborò un linguaggio personale inizialmente influenzato da suggestioni secessioniste, che si evolse progressivamente verso una pittura più moderna e strutturata, capace di recepire le tensioni innovative del tempo senza rinunciare a un saldo impianto figurativo.

    Rientrato a Napoli, intraprese una lunga attività didattica che lo portò prima a insegnare all’Accademia di Belle Arti e poi a ricoprire la cattedra di pittura presso l’Istituto d’Arte, contribuendo alla formazione di numerosi giovani artisti. Parallelamente sviluppò un’intensa attività espositiva, partecipando alle principali rassegne italiane, tra cui le Biennali di Venezia e le Quadriennali romane, e presentando le sue opere anche in contesti internazionali, a conferma della sua crescente notorietà.

    La sua produzione pittorica si caratterizza per una continua evoluzione stilistica. Dalle prime prove ancora legate alla tradizione ottocentesca, Viti giunse a una pittura più sintetica ed essenziale, in cui la costruzione volumetrica e la ricerca cromatica rivelano una rinnovata attenzione per la lezione di Cézanne. I suoi soggetti prediletti furono i paesaggi, in particolare quelli della costiera sorrentina, i ritratti femminili e le nature morte, affrontati con equilibrio compositivo e una sensibilità luministica capace di restituire atmosfere sospese e armoniose.

    Accanto alla pittura, si dedicò anche alla scenografia cinematografica, lavorando nel 1940 alla realizzazione di apparati scenici per il cinema, e partecipò attivamente alla vita culturale napoletana, contribuendo nel 1944 alla fondazione della Libera Associazione degli Artisti Napoletani, di cui fu anche presidente. Il riconoscimento ufficiale del suo valore giunse nel 1950 con l’assegnazione del Premio Einaudi per la pittura, consacrazione di una carriera ormai matura e pienamente riconosciuta.

    Morì a Napoli l’8 marzo 1952.



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  • Lotto 6  

    La folgore 1919

    Teodoro Wolf Ferrari
    Venezia 1878 - San Zenone degli Ezzelini 1945
    Olio su tela cm 70x89,5 firmato in basso a dx TeodoroWolf Ferrari

    Teodoro Wolf Ferrari nacque a Venezia il 28 giugno 1878, figlio del pittore tedesco August Wolf e della veneziana Emilia Ferrari. Cresciuto in un ambiente familiare permeato dall'arte, sviluppò fin da giovane una profonda passione per la pittura.
    Clicca per espandere

    Nel 1892 si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove studiò sotto la guida di Guglielmo Ciardi, Pietro Fragiacomo e Millo Bortoluzzi, completando gli studi nel 1895 .

    Nel 1896 si trasferì a Monaco di Baviera, dove entrò in contatto con il gruppo Die Scholle, il movimento Jugendstil e la Secessione Viennese, che influenzarono profondamente la sua formazione artistica. Durante questo periodo, partecipò a numerose esposizioni in Germania e Austria, consolidando la sua reputazione come pittore paesaggista.

    Nel 1910, Wolf Ferrari presentò una mostra personale a Ca' Pesaro a Venezia, che fu successivamente trasferita a Stoccolma nel 1910 e ad Hannover nel 1912. Nel 1912 fondò l'associazione "L'Aratro", ispirata all'esperienza con il gruppo Die Scholle, impegnata nella realizzazione di opere d'arte applicata, tra cui dipinti, vetrate, oggetti d'arredo, tappezzerie e gioielli .

    Wolf Ferrari partecipò attivamente alla vita artistica veneziana, esponendo alla Biennale di Venezia dal 1912 al 1938 e prendendo parte alle mostre della Secessione Romana nel 1913 e nel 1915. Nel 1919 fu tra i fondatori dell'Unione Giovani Artisti di Venezia. Nel 1924, su incarico di Vittorio Emanuele III, si recò in Libia, dove dipinse una serie di 32 opere a soggetto coloniale.

    Negli anni successivi, Wolf Ferrari si dedicò principalmente alla pittura di paesaggi, trascorrendo il resto della sua vita tra Venezia e San Zenone degli Ezzelini. Morì il 27 gennaio 1945 e fu sepolto nel cimitero monumentale di San Michele in Isola a Venezia.

    STIMA min € 5000 - max € 7000

    Lotto 6  

    La folgore 1919

    Teodoro Wolf Ferrari Teodoro Wolf Ferrari
    Venezia 1878 - San Zenone degli Ezzelini 1945
    Olio su tela cm 70x89,5 firmato in basso a dx TeodoroWolf Ferrari

    Teodoro Wolf Ferrari nacque a Venezia il 28 giugno 1878, figlio del pittore tedesco August Wolf e della veneziana Emilia Ferrari. Cresciuto in un ambiente familiare permeato dall'arte, sviluppò fin da giovane una profonda passione per la pittura.
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    Nel 1892 si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove studiò sotto la guida di Guglielmo Ciardi, Pietro Fragiacomo e Millo Bortoluzzi, completando gli studi nel 1895 .

    Nel 1896 si trasferì a Monaco di Baviera, dove entrò in contatto con il gruppo Die Scholle, il movimento Jugendstil e la Secessione Viennese, che influenzarono profondamente la sua formazione artistica. Durante questo periodo, partecipò a numerose esposizioni in Germania e Austria, consolidando la sua reputazione come pittore paesaggista.

    Nel 1910, Wolf Ferrari presentò una mostra personale a Ca' Pesaro a Venezia, che fu successivamente trasferita a Stoccolma nel 1910 e ad Hannover nel 1912. Nel 1912 fondò l'associazione "L'Aratro", ispirata all'esperienza con il gruppo Die Scholle, impegnata nella realizzazione di opere d'arte applicata, tra cui dipinti, vetrate, oggetti d'arredo, tappezzerie e gioielli .

    Wolf Ferrari partecipò attivamente alla vita artistica veneziana, esponendo alla Biennale di Venezia dal 1912 al 1938 e prendendo parte alle mostre della Secessione Romana nel 1913 e nel 1915. Nel 1919 fu tra i fondatori dell'Unione Giovani Artisti di Venezia. Nel 1924, su incarico di Vittorio Emanuele III, si recò in Libia, dove dipinse una serie di 32 opere a soggetto coloniale.

    Negli anni successivi, Wolf Ferrari si dedicò principalmente alla pittura di paesaggi, trascorrendo il resto della sua vita tra Venezia e San Zenone degli Ezzelini. Morì il 27 gennaio 1945 e fu sepolto nel cimitero monumentale di San Michele in Isola a Venezia.



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    Rimirando

    Luigi Cima
    Villa di Villa 1860 - Belluno 1944
    Olio su tela cm 40x59 firmato in basso a dx L.Cima

    Luigi Cima nacque il 5 gennaio 1860 a Villa di Villa, nel territorio bellunese, in un contesto rurale che avrebbe profondamente influenzato la sua sensibilità artistica. Dopo un primo percorso di studi tecnici a Feltre, si trasferì a Venezia per frequentare l’Accademia di Belle Arti, dove si formò sotto la guida di maestri come Eugenio De Blaas e dove entrò in contatto con un ambiente vivace e stimolante, legato alle ricerche pittoriche del secondo Ottocento.
    Clicca per espandere

    Fin dagli anni della formazione si distinse per le sue capacità, ottenendo premi e riconoscimenti che ne favorirono l’avvio della carriera.

    Inseritosi nella vita artistica veneziana, lavorò anche come disegnatore nello studio dello scultore Dal Zotto e strinse rapporti con artisti quali Giacomo Favretto, Guglielmo Ciardi e Luigi Nono, condividendo con loro un orientamento verso una pittura attenta al vero e alla rappresentazione della vita quotidiana. Il suo esordio avvenne nel 1881 alla Permanente di Venezia, dove presentò opere che ottennero immediato consenso; da quel momento iniziò una fitta attività espositiva che lo portò a partecipare alle principali rassegne italiane tra Venezia, Milano, Torino, Firenze e Roma.

    Nel corso degli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, Cima consolidò la propria fama grazie a dipinti ispirati alla vita contadina e montana del territorio feltrino, caratterizzati da un linguaggio verista, attento all’osservazione diretta della realtà. Opere come scene di lavoro nei campi, interni di chiese e vedute veneziane testimoniano una pittura solida, costruita su un equilibrato rapporto tra figura e ambiente. Il successo fu tale che alcune sue opere vennero acquistate da importanti istituzioni pubbliche, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, segnando un riconoscimento significativo già in giovane età.

    Parallelamente all’attività espositiva, continuò a sviluppare una ricerca pittorica coerente, dedicandosi anche al ritratto, alla natura morta e alla pittura sacra, ambiti nei quali seppe mantenere una costante attenzione al dato reale e alla resa luministica. Partecipò alle prime edizioni della Biennale di Venezia, ottenendo apprezzamenti e consolidando la propria posizione nel panorama artistico italiano del tempo.

    Tuttavia, all’inizio del Novecento, in seguito a contrasti con l’ambiente espositivo ufficiale, decise progressivamente di ritirarsi dalle grandi rassegne nazionali. Dopo il 1902, pur continuando a dipingere con continuità, scelse una dimensione più appartata, tornando stabilmente nel paese natale. Qui proseguì la sua attività fino alla morte, avvenuta il 1º gennaio 1944, approfondendo temi già affrontati e sviluppando una pittura sempre fedele al vero, radicata nella memoria dei luoghi e nella quotidianità della vita rurale.

    STIMA min € 8000 - max € 10000

    Lotto 7  

    Rimirando

    Luigi Cima Luigi Cima
    Villa di Villa 1860 - Belluno 1944
    Olio su tela cm 40x59 firmato in basso a dx L.Cima

    Luigi Cima nacque il 5 gennaio 1860 a Villa di Villa, nel territorio bellunese, in un contesto rurale che avrebbe profondamente influenzato la sua sensibilità artistica. Dopo un primo percorso di studi tecnici a Feltre, si trasferì a Venezia per frequentare l’Accademia di Belle Arti, dove si formò sotto la guida di maestri come Eugenio De Blaas e dove entrò in contatto con un ambiente vivace e stimolante, legato alle ricerche pittoriche del secondo Ottocento.
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    Fin dagli anni della formazione si distinse per le sue capacità, ottenendo premi e riconoscimenti che ne favorirono l’avvio della carriera.

    Inseritosi nella vita artistica veneziana, lavorò anche come disegnatore nello studio dello scultore Dal Zotto e strinse rapporti con artisti quali Giacomo Favretto, Guglielmo Ciardi e Luigi Nono, condividendo con loro un orientamento verso una pittura attenta al vero e alla rappresentazione della vita quotidiana. Il suo esordio avvenne nel 1881 alla Permanente di Venezia, dove presentò opere che ottennero immediato consenso; da quel momento iniziò una fitta attività espositiva che lo portò a partecipare alle principali rassegne italiane tra Venezia, Milano, Torino, Firenze e Roma.

    Nel corso degli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, Cima consolidò la propria fama grazie a dipinti ispirati alla vita contadina e montana del territorio feltrino, caratterizzati da un linguaggio verista, attento all’osservazione diretta della realtà. Opere come scene di lavoro nei campi, interni di chiese e vedute veneziane testimoniano una pittura solida, costruita su un equilibrato rapporto tra figura e ambiente. Il successo fu tale che alcune sue opere vennero acquistate da importanti istituzioni pubbliche, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, segnando un riconoscimento significativo già in giovane età.

    Parallelamente all’attività espositiva, continuò a sviluppare una ricerca pittorica coerente, dedicandosi anche al ritratto, alla natura morta e alla pittura sacra, ambiti nei quali seppe mantenere una costante attenzione al dato reale e alla resa luministica. Partecipò alle prime edizioni della Biennale di Venezia, ottenendo apprezzamenti e consolidando la propria posizione nel panorama artistico italiano del tempo.

    Tuttavia, all’inizio del Novecento, in seguito a contrasti con l’ambiente espositivo ufficiale, decise progressivamente di ritirarsi dalle grandi rassegne nazionali. Dopo il 1902, pur continuando a dipingere con continuità, scelse una dimensione più appartata, tornando stabilmente nel paese natale. Qui proseguì la sua attività fino alla morte, avvenuta il 1º gennaio 1944, approfondendo temi già affrontati e sviluppando una pittura sempre fedele al vero, radicata nella memoria dei luoghi e nella quotidianità della vita rurale.



    1 offerte pre-asta Fai Offerta Segui Lotto
  • Luigi Serena
    Montebelluna (TV) 1855 - Treviso 1911
    Olio su tela cartonata cm 96x58 firmato in basso a dx L.Serena

    Luigi Serena è stato un pittore italiano tra i più significativi interpreti della pittura verista veneta tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. La sua produzione artistica si distingue per la capacità di rappresentare con immediatezza e naturalezza la vita quotidiana del mondo popolare, in particolare quello contadino e urbano della Marca trevigiana, trasformando scene semplici in immagini dense di osservazione sociale e sensibilità pittorica.
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    Nato a Montebelluna il 1° agosto 1855, Serena trascorse l’infanzia in un ambiente rurale che contribuì profondamente alla formazione del suo immaginario artistico. Successivamente la famiglia si trasferì a Murano, dove il padre lavorava nel settore del vetro artistico. In questo contesto il giovane Luigi iniziò a frequentare la Scuola di disegno applicato all’arte vetraria, sviluppando le prime competenze tecniche che lo avrebbero avviato alla carriera artistica.

    Nel 1870, grazie a una borsa di studio, entrò all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove si formò fino al 1877. Durante questo periodo ebbe modo di affinare la propria tecnica sotto la guida di maestri importanti e di entrare in contatto con un ambiente culturale vivace, condividendo gli anni di studio con artisti come Giacomo Favretto, Ettore Tito, Guglielmo Ciardi e Luigi Nono. Questa esperienza accademica fu fondamentale per orientare il suo stile verso un realismo attento e partecipe.

    Conclusi gli studi, nel 1878 si trasferì a Treviso, città che divenne il centro stabile della sua attività artistica. Qui Serena sviluppò pienamente la sua poetica verista, dedicandosi principalmente alla rappresentazione di scene di genere e momenti di vita quotidiana: mercati, lavori domestici, ambienti rurali e figure popolari. La sua pittura si caratterizza per un linguaggio diretto, una grande attenzione alla luce e una spiccata sensibilità narrativa, elementi che gli valsero una discreta notorietà nell’ambiente artistico dell’epoca.

    Partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane ed europee, ottenendo riconoscimenti soprattutto per la sua capacità di cogliere la realtà senza idealizzazioni, ma con uno sguardo umano e partecipe. Nonostante il successo critico, negli ultimi anni della sua vita dovette affrontare difficoltà economiche e problemi di salute, che lo portarono a una progressiva marginalizzazione.

    Morì a Treviso il 12 marzo 1911

    STIMA min € 10000 - max € 12000

    Luigi Serena Luigi Serena
    Montebelluna (TV) 1855 - Treviso 1911
    Olio su tela cartonata cm 96x58 firmato in basso a dx L.Serena

    Luigi Serena è stato un pittore italiano tra i più significativi interpreti della pittura verista veneta tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. La sua produzione artistica si distingue per la capacità di rappresentare con immediatezza e naturalezza la vita quotidiana del mondo popolare, in particolare quello contadino e urbano della Marca trevigiana, trasformando scene semplici in immagini dense di osservazione sociale e sensibilità pittorica.
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    Nato a Montebelluna il 1° agosto 1855, Serena trascorse l’infanzia in un ambiente rurale che contribuì profondamente alla formazione del suo immaginario artistico. Successivamente la famiglia si trasferì a Murano, dove il padre lavorava nel settore del vetro artistico. In questo contesto il giovane Luigi iniziò a frequentare la Scuola di disegno applicato all’arte vetraria, sviluppando le prime competenze tecniche che lo avrebbero avviato alla carriera artistica.

    Nel 1870, grazie a una borsa di studio, entrò all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove si formò fino al 1877. Durante questo periodo ebbe modo di affinare la propria tecnica sotto la guida di maestri importanti e di entrare in contatto con un ambiente culturale vivace, condividendo gli anni di studio con artisti come Giacomo Favretto, Ettore Tito, Guglielmo Ciardi e Luigi Nono. Questa esperienza accademica fu fondamentale per orientare il suo stile verso un realismo attento e partecipe.

    Conclusi gli studi, nel 1878 si trasferì a Treviso, città che divenne il centro stabile della sua attività artistica. Qui Serena sviluppò pienamente la sua poetica verista, dedicandosi principalmente alla rappresentazione di scene di genere e momenti di vita quotidiana: mercati, lavori domestici, ambienti rurali e figure popolari. La sua pittura si caratterizza per un linguaggio diretto, una grande attenzione alla luce e una spiccata sensibilità narrativa, elementi che gli valsero una discreta notorietà nell’ambiente artistico dell’epoca.

    Partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane ed europee, ottenendo riconoscimenti soprattutto per la sua capacità di cogliere la realtà senza idealizzazioni, ma con uno sguardo umano e partecipe. Nonostante il successo critico, negli ultimi anni della sua vita dovette affrontare difficoltà economiche e problemi di salute, che lo portarono a una progressiva marginalizzazione.

    Morì a Treviso il 12 marzo 1911



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  • Lotto 9  

    L'attesa

    Gerolamo Navarra
    Verona 1852 - Milano 1920
    Olio su tela cm 104x70 firmato in basso a dx G.Navarra

    Gerolamo Navarra (Verona, 1852 – Milano, 1920) è stato un pittore italiano attivo tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, inserito nel contesto della tradizione figurativa veneta e lombarda. La sua formazione artistica si sviluppò in un periodo in cui la pittura italiana stava attraversando una fase di transizione tra accademismo e nuove sensibilità legate al realismo e alle correnti di fine secolo.
    Clicca per espandere



    Nato a Verona, Navarra mostrò fin da giovane una naturale inclinazione per il disegno e la pittura, che lo portarono a intraprendere studi artistici probabilmente in ambito accademico. Nel corso della sua carriera si spostò e operò in diversi contesti del Nord Italia, trovando infine in Milano il centro della sua attività matura e della sua produzione artistica. Qui trascorse gli ultimi anni della sua vita, continuando a dedicarsi alla pittura fino alla morte, avvenuta nel 1920.

    La sua opera si colloca all’interno della tradizione pittorica ottocentesca italiana, con un linguaggio legato alla rappresentazione figurativa e a un gusto ancora radicato nella resa realistica dei soggetti. Pur non essendo tra i nomi più noti della sua epoca, Navarra rappresenta una figura significativa del panorama artistico regionale, espressione di quella vasta schiera di pittori che contribuirono a mantenere viva la cultura figurativa italiana tra Otto e Novecento.

    STIMA min € 5000 - max € 7000

    Lotto 9  

    L'attesa

    Gerolamo Navarra Gerolamo Navarra
    Verona 1852 - Milano 1920
    Olio su tela cm 104x70 firmato in basso a dx G.Navarra

    Gerolamo Navarra (Verona, 1852 – Milano, 1920) è stato un pittore italiano attivo tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, inserito nel contesto della tradizione figurativa veneta e lombarda. La sua formazione artistica si sviluppò in un periodo in cui la pittura italiana stava attraversando una fase di transizione tra accademismo e nuove sensibilità legate al realismo e alle correnti di fine secolo.
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    Nato a Verona, Navarra mostrò fin da giovane una naturale inclinazione per il disegno e la pittura, che lo portarono a intraprendere studi artistici probabilmente in ambito accademico. Nel corso della sua carriera si spostò e operò in diversi contesti del Nord Italia, trovando infine in Milano il centro della sua attività matura e della sua produzione artistica. Qui trascorse gli ultimi anni della sua vita, continuando a dedicarsi alla pittura fino alla morte, avvenuta nel 1920.

    La sua opera si colloca all’interno della tradizione pittorica ottocentesca italiana, con un linguaggio legato alla rappresentazione figurativa e a un gusto ancora radicato nella resa realistica dei soggetti. Pur non essendo tra i nomi più noti della sua epoca, Navarra rappresenta una figura significativa del panorama artistico regionale, espressione di quella vasta schiera di pittori che contribuirono a mantenere viva la cultura figurativa italiana tra Otto e Novecento.



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  • Lotto 10  

    Lo scialle rosso

    Gaetano Bellei
    Modena 1857 - Modena 1922
    Olio su tela cm 80x52,5 firmato in basso a sx G.Bellei

    Gaetano Bellei nacque a Modena il 22 gennaio 1857, figlio di Lorenzo Bellei e Vienna Molinari. Studiò all’Accademia di Belle Arti di Modena sotto la guida del maestro Adeodato Malatesta.
    Clicca per espandere



    Nel 1876, ancora studente, vinse il concorso per il “Premio Poletti” con un dipinto storico-figurativo che gli valse una borsa di studio; grazie a questa opportunità si trasferì a Roma per perfezionarsi, seguendo corsi presso l’Accademia di San Luca e frequentando anche accademie in Francia e in Spagna. In seguito visse un periodo di soggiorno a Firenze, dove entrò in contatto con collezionisti e committenti, in prevalenza inglesi, che commissionavano opere di genere e ritratti.

    Durante questi anni Bellei sviluppò un gusto per la “pittura di genere”: raffigurava scene di vita quotidiana, spesso con protagonisti bambini, anziani, famiglie modeste, contesti domestici o rurali. Le sue rappresentazioni di affetto, intimità, piccoli gesti familiari e momenti di gioco gli valsero ampia popolarità. I soggetti venivano talvolta riutilizzati in più varianti, per rispondere alla domanda di collezionisti sensibili a quelle atmosfere.

    Accanto a questi temi di genere Bellei si cimentò anche nella ritrattistica e nella pittura sacra, realizzando pale d’altare, dipinti religiosi e ritratti ufficiali e privati, dimostrando versatilità tecnica e sensibilità compositiva. Dopo il rientro a Modena assunse incarichi di insegnamento: dal 1893 fu docente presso l’Accademia di Belle Arti della sua città, continuando però a partecipare a esposizioni importanti nelle principali città italiane e anche a livello internazionale.

    La sua tavolozza si distingueva per luminosità e delicatezza cromatica; la sua capacità di rappresentare con delicatezza e realismo le emozioni umane, la quotidianità semplice e gli affetti familiari lo resero un interprete apprezzato di una pittura “popolare-colta”, accessibile e insieme di qualità.

    Gaetano Bellei morì a Modena nel marzo del 1922.

    STIMA min € 6000 - max € 8000

    Lotto 10  

    Lo scialle rosso

    Gaetano Bellei Gaetano Bellei
    Modena 1857 - Modena 1922
    Olio su tela cm 80x52,5 firmato in basso a sx G.Bellei

    Gaetano Bellei nacque a Modena il 22 gennaio 1857, figlio di Lorenzo Bellei e Vienna Molinari. Studiò all’Accademia di Belle Arti di Modena sotto la guida del maestro Adeodato Malatesta.
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    Nel 1876, ancora studente, vinse il concorso per il “Premio Poletti” con un dipinto storico-figurativo che gli valse una borsa di studio; grazie a questa opportunità si trasferì a Roma per perfezionarsi, seguendo corsi presso l’Accademia di San Luca e frequentando anche accademie in Francia e in Spagna. In seguito visse un periodo di soggiorno a Firenze, dove entrò in contatto con collezionisti e committenti, in prevalenza inglesi, che commissionavano opere di genere e ritratti.

    Durante questi anni Bellei sviluppò un gusto per la “pittura di genere”: raffigurava scene di vita quotidiana, spesso con protagonisti bambini, anziani, famiglie modeste, contesti domestici o rurali. Le sue rappresentazioni di affetto, intimità, piccoli gesti familiari e momenti di gioco gli valsero ampia popolarità. I soggetti venivano talvolta riutilizzati in più varianti, per rispondere alla domanda di collezionisti sensibili a quelle atmosfere.

    Accanto a questi temi di genere Bellei si cimentò anche nella ritrattistica e nella pittura sacra, realizzando pale d’altare, dipinti religiosi e ritratti ufficiali e privati, dimostrando versatilità tecnica e sensibilità compositiva. Dopo il rientro a Modena assunse incarichi di insegnamento: dal 1893 fu docente presso l’Accademia di Belle Arti della sua città, continuando però a partecipare a esposizioni importanti nelle principali città italiane e anche a livello internazionale.

    La sua tavolozza si distingueva per luminosità e delicatezza cromatica; la sua capacità di rappresentare con delicatezza e realismo le emozioni umane, la quotidianità semplice e gli affetti familiari lo resero un interprete apprezzato di una pittura “popolare-colta”, accessibile e insieme di qualità.

    Gaetano Bellei morì a Modena nel marzo del 1922.



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  • Lotto 11  

    La pastorella

    Beppe Ciardi
    Venezia 1875 - Quinto di Treviso 1932
    Olio su cartone cm 37,5x36,5 firmato in basso a dx B.Ciardi

    Giuseppe "Beppe" Ciardi (1875-1932) è stato un pittore italiano di rilievo, noto per le sue opere paesaggistiche che catturano l'essenza della laguna veneta e della campagna trevigiana. Nato a Venezia il 18 marzo 1875, figlio del pittore Guglielmo Ciardi e di Linda Locatelli, Beppe crebbe in un ambiente profondamente influenzato dall'arte.
    Clicca per espandere

    Suo padre, uno dei principali esponenti del paesaggismo realista veneto, e sua madre, figlia del ritrattista Gianfranco Locatelli, gli trasmisero fin da giovane una passione per la pittura.

    Fin da bambino, Beppe mostrò un interesse profondo per l'arte, trascorrendo molto tempo nello studio del padre e tentando i suoi primi schizzi. Nel 1896, all'età di 21 anni, si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Ettore Tito, un noto pittore verista. Durante gli anni accademici, Beppe affinò le sue tecniche pittoriche, sviluppando uno stile personale che univa l'influenza del padre a una sensibilità propria.

    Nel 1899, Beppe esordì alla Biennale di Venezia con l'opera "Monte Rosa" e il trittico "Terra in fiore", segnando un distacco dalla pittura paterna e avvicinandosi alle tematiche divisioniste espresse da Giovanni Segantini. L'anno successivo, nel 1900, ottenne il premio Fumagalli all'Esposizione della Permanente di Milano con "Traghetto delle Agnelle". Nel 1904 partecipò all'Esposizione internazionale di San Francisco, dove ricevette una medaglia d'argento, e nel 1906 espose undici quadri della serie "Silenzi notturni e crepuscolari" all'Esposizione internazionale del Sempione.

    Nel 1912, alla X Biennale di Venezia, Beppe tenne una mostra personale con 45 tele, tra cui la nota "I saltimbanchi". Dopo una breve interruzione dovuta alla partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, riprese la sua attività artistica, partecipando a numerose Biennali di Venezia, segnate dalla diffusione di movimenti avanguardistici come il Futurismo e l'Espressionismo.

    Oltre alla pittura, Beppe Ciardi alternò la sua attività artistica con quella di agricoltore, trascorrendo la vita tra Venezia, Canove di Asiago e Quinto di Treviso, profondamente legato alla campagna trevigiana che riprodusse spesso nelle sue opere. La sua produzione artistica comprende numerosi paesaggi, marine e scene di vita quotidiana, caratterizzati da una luce vibrante e una tecnica pittorica raffinata.

    Beppe Ciardi morì improvvisamente il 14 giugno 1932 a Quinto di Treviso, dove fu sepolto. La moglie Emilia Rizzotti, modella di numerosi suoi lavori, raccolse una grande quantità di opere presso Villa Ciardi, istituendo una collezione che terminò con la cessione delle opere da parte degli eredi. Nel tempo, furono organizzate diverse mostre postume, tra cui nel 1932 presso la Galleria Pesaro di Milano, nel 1935 alla Biennale di Venezia e al Jeu de Paume di Parigi, nel 1936 presso l'Associazione Nazionale delle Famiglie dei Caduti di Guerra di Milano, nel 1939 al Caffè Pedrocchi di Padova, nel 1953 alla Galleria Giosio di Roma e nel 1983 alla Mostra d’Arte Trevigiana.

    Le opere di Beppe Ciardi sono oggi conservate in numerose collezioni pubbliche e private, testimoniando l'importanza del suo contributo all'arte paesaggistica italiana.

    STIMA min € 6000 - max € 8000

    Lotto 11  

    La pastorella

    Beppe Ciardi Beppe Ciardi
    Venezia 1875 - Quinto di Treviso 1932
    Olio su cartone cm 37,5x36,5 firmato in basso a dx B.Ciardi

    Giuseppe "Beppe" Ciardi (1875-1932) è stato un pittore italiano di rilievo, noto per le sue opere paesaggistiche che catturano l'essenza della laguna veneta e della campagna trevigiana. Nato a Venezia il 18 marzo 1875, figlio del pittore Guglielmo Ciardi e di Linda Locatelli, Beppe crebbe in un ambiente profondamente influenzato dall'arte.
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    Suo padre, uno dei principali esponenti del paesaggismo realista veneto, e sua madre, figlia del ritrattista Gianfranco Locatelli, gli trasmisero fin da giovane una passione per la pittura.

    Fin da bambino, Beppe mostrò un interesse profondo per l'arte, trascorrendo molto tempo nello studio del padre e tentando i suoi primi schizzi. Nel 1896, all'età di 21 anni, si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Ettore Tito, un noto pittore verista. Durante gli anni accademici, Beppe affinò le sue tecniche pittoriche, sviluppando uno stile personale che univa l'influenza del padre a una sensibilità propria.

    Nel 1899, Beppe esordì alla Biennale di Venezia con l'opera "Monte Rosa" e il trittico "Terra in fiore", segnando un distacco dalla pittura paterna e avvicinandosi alle tematiche divisioniste espresse da Giovanni Segantini. L'anno successivo, nel 1900, ottenne il premio Fumagalli all'Esposizione della Permanente di Milano con "Traghetto delle Agnelle". Nel 1904 partecipò all'Esposizione internazionale di San Francisco, dove ricevette una medaglia d'argento, e nel 1906 espose undici quadri della serie "Silenzi notturni e crepuscolari" all'Esposizione internazionale del Sempione.

    Nel 1912, alla X Biennale di Venezia, Beppe tenne una mostra personale con 45 tele, tra cui la nota "I saltimbanchi". Dopo una breve interruzione dovuta alla partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, riprese la sua attività artistica, partecipando a numerose Biennali di Venezia, segnate dalla diffusione di movimenti avanguardistici come il Futurismo e l'Espressionismo.

    Oltre alla pittura, Beppe Ciardi alternò la sua attività artistica con quella di agricoltore, trascorrendo la vita tra Venezia, Canove di Asiago e Quinto di Treviso, profondamente legato alla campagna trevigiana che riprodusse spesso nelle sue opere. La sua produzione artistica comprende numerosi paesaggi, marine e scene di vita quotidiana, caratterizzati da una luce vibrante e una tecnica pittorica raffinata.

    Beppe Ciardi morì improvvisamente il 14 giugno 1932 a Quinto di Treviso, dove fu sepolto. La moglie Emilia Rizzotti, modella di numerosi suoi lavori, raccolse una grande quantità di opere presso Villa Ciardi, istituendo una collezione che terminò con la cessione delle opere da parte degli eredi. Nel tempo, furono organizzate diverse mostre postume, tra cui nel 1932 presso la Galleria Pesaro di Milano, nel 1935 alla Biennale di Venezia e al Jeu de Paume di Parigi, nel 1936 presso l'Associazione Nazionale delle Famiglie dei Caduti di Guerra di Milano, nel 1939 al Caffè Pedrocchi di Padova, nel 1953 alla Galleria Giosio di Roma e nel 1983 alla Mostra d’Arte Trevigiana.

    Le opere di Beppe Ciardi sono oggi conservate in numerose collezioni pubbliche e private, testimoniando l'importanza del suo contributo all'arte paesaggistica italiana.



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  • Lotto 12  

    Lavoro nei campi

    Roberto Basilici
    Roma 1882 - Berlino 1929
    Olio su tela cm 70x70 firmato in basso a dx R.Basilici

    Roberto Basilici è stato un pittore italiano attivo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la cui produzione si inserisce nel più ampio contesto della pittura figurativa italiana di area romana. La sua figura rimane oggi poco documentata nelle fonti storico-critiche principali, ma le opere a lui attribuite permettono di ricostruire almeno in parte un percorso artistico legato alla tradizione del realismo e alla rappresentazione del quotidiano.
    Clicca per espandere



    Formatosi presumibilmente nell’ambiente artistico romano, Basilici sviluppò un linguaggio pittorico centrato sulla resa immediata del dato reale, con particolare attenzione a soggetti di genere, scene popolari e momenti di vita rurale o urbana. La sua pittura si caratterizza per una costruzione semplice e diretta dell’immagine, in cui il valore narrativo prevale su sperimentazioni formali più complesse, collocandolo in una linea di continuità con quella tradizione figurativa che, tra Otto e Novecento, mantenne saldo il legame con la rappresentazione naturalistica.

    Le poche informazioni disponibili suggeriscono una carriera svolta in ambito italiano, probabilmente senza una forte esposizione internazionale, e una produzione che ha trovato circolazione soprattutto in collezioni private. La mancanza di una bibliografia critica strutturata rende difficile delineare con precisione la sua evoluzione stilistica, ma il corpus delle opere attribuite testimonia una coerenza di fondo e un interesse costante per la rappresentazione della realtà quotidiana.

    Roberto Basilici morì nei primi decenni del Novecento, lasciando un insieme di lavori che, pur non avendo ricevuto ampia attenzione storiografica, contribuiscono a documentare la diffusione capillare della pittura figurativa italiana in ambito minore, al di fuori dei grandi nomi canonici.

    STIMA min € 5000 - max € 7000

    Lotto 12  

    Lavoro nei campi

    Roberto Basilici Roberto Basilici
    Roma 1882 - Berlino 1929
    Olio su tela cm 70x70 firmato in basso a dx R.Basilici

    Roberto Basilici è stato un pittore italiano attivo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la cui produzione si inserisce nel più ampio contesto della pittura figurativa italiana di area romana. La sua figura rimane oggi poco documentata nelle fonti storico-critiche principali, ma le opere a lui attribuite permettono di ricostruire almeno in parte un percorso artistico legato alla tradizione del realismo e alla rappresentazione del quotidiano.
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    Formatosi presumibilmente nell’ambiente artistico romano, Basilici sviluppò un linguaggio pittorico centrato sulla resa immediata del dato reale, con particolare attenzione a soggetti di genere, scene popolari e momenti di vita rurale o urbana. La sua pittura si caratterizza per una costruzione semplice e diretta dell’immagine, in cui il valore narrativo prevale su sperimentazioni formali più complesse, collocandolo in una linea di continuità con quella tradizione figurativa che, tra Otto e Novecento, mantenne saldo il legame con la rappresentazione naturalistica.

    Le poche informazioni disponibili suggeriscono una carriera svolta in ambito italiano, probabilmente senza una forte esposizione internazionale, e una produzione che ha trovato circolazione soprattutto in collezioni private. La mancanza di una bibliografia critica strutturata rende difficile delineare con precisione la sua evoluzione stilistica, ma il corpus delle opere attribuite testimonia una coerenza di fondo e un interesse costante per la rappresentazione della realtà quotidiana.

    Roberto Basilici morì nei primi decenni del Novecento, lasciando un insieme di lavori che, pur non avendo ricevuto ampia attenzione storiografica, contribuiscono a documentare la diffusione capillare della pittura figurativa italiana in ambito minore, al di fuori dei grandi nomi canonici.



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  • Lotto 13  

    Arando i campi

    Giovanni Lomi
    Livorno 1889 - 1969
    Olio su tela cm 70,5x95 firmato in basso a dx G.Lomi

    Giovanni Lomi nacque a Livorno nel 1889 e morì nella stessa città nel 1969. Rimasto orfano in giovane età, fu affidato a una famiglia contadina, dove sviluppò una precoce passione per il disegno e la pittura.
    Clicca per espandere

    Iniziò la sua carriera artistica intorno al 1918 e tenne la sua prima mostra personale a Firenze nel 1922. Nel corso della sua carriera, Lomi partecipò a numerose esposizioni, tra cui diverse edizioni della Biennale di Venezia e delle Quadriennali romane. Fu membro attivo del Gruppo Labronico, un'associazione di artisti livornesi, e le sue opere furono influenzate dalla corrente dei Macchiaioli, mostrando affinità con artisti come Telemaco Signorini e Giovanni Fattori. Parallelamente alla pittura, Lomi coltivò una carriera come baritono, esibendosi in ambito operistico. Tra le sue opere più note si annoverano paesaggi toscani e scene di vita quotidiana, caratterizzati da una tavolozza cromatica delicata e una tecnica pittorica che riflette l'influenza macchiaiola. Le sue opere sono state vendute in numerose aste, consolidando la sua reputazione nel panorama artistico italiano

    STIMA min € 3500 - max € 4000

    Lotto 13  

    Arando i campi

    Giovanni Lomi Giovanni Lomi
    Livorno 1889 - 1969
    Olio su tela cm 70,5x95 firmato in basso a dx G.Lomi

    Giovanni Lomi nacque a Livorno nel 1889 e morì nella stessa città nel 1969. Rimasto orfano in giovane età, fu affidato a una famiglia contadina, dove sviluppò una precoce passione per il disegno e la pittura.
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    Iniziò la sua carriera artistica intorno al 1918 e tenne la sua prima mostra personale a Firenze nel 1922. Nel corso della sua carriera, Lomi partecipò a numerose esposizioni, tra cui diverse edizioni della Biennale di Venezia e delle Quadriennali romane. Fu membro attivo del Gruppo Labronico, un'associazione di artisti livornesi, e le sue opere furono influenzate dalla corrente dei Macchiaioli, mostrando affinità con artisti come Telemaco Signorini e Giovanni Fattori. Parallelamente alla pittura, Lomi coltivò una carriera come baritono, esibendosi in ambito operistico. Tra le sue opere più note si annoverano paesaggi toscani e scene di vita quotidiana, caratterizzati da una tavolozza cromatica delicata e una tecnica pittorica che riflette l'influenza macchiaiola. Le sue opere sono state vendute in numerose aste, consolidando la sua reputazione nel panorama artistico italiano



    8 offerte pre-asta Fai Offerta Segui Lotto
  • Lotto 14  

    Maternita'

    Ludovico Tommasi
    Livorno 1866 - Firenze 1941
    Olio su cartone cm 84x69,5 firmato in alto a dx L.Tommasi

    Ludovico Tommasi nacque a Livorno il 16 luglio 1866 da Luigi e Isolina Vivoli. In famiglia la musica aveva un ruolo importante: egli studiò violino al Conservatorio di Firenze, mostrando fin da giovane una sensibilità per le arti.
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    Sebbene non avesse una formazione pittorica accademica tradizionale, la presenza frequente del maestro Silvestro Lega nella villa di famiglia a Bellariva attirò Ludovico verso la pittura. Seguendo l’esempio del fratello Angiolo e grazie agli insegnamenti informali, iniziò a dipingere copiando dal vero, lavorando all’aperto, coltivando un rapporto diretto con la natura.

    Il suo debutto in pubblico come pittore risale al 1884, quando espose un “studio dal vero” alla Promotrice fiorentina. Nei primi anni varcò la soglia di diverse esposizioni, incluso un esordio nel 1886 all’Esposizione di Belle Arti di Livorno. Dopo un periodo passato a Milano per il servizio militare, durante il quale affinò la sua mano attraverso il disegno, tornò in Toscana e riprese a dedicarsi prevalentemente alla pittura di paesaggio e alla scena di vita rurale, ispirandosi alle colline, alle campagne, ai borghi toscani e agli scorci dell’Arno.

    Negli anni Novanta del XIX secolo e nei primi del Novecento si avvicinò, insieme al cerchio di artisti che frequentava (tra i quali Plinio Nomellini), alle ricerche divisioniste, reinterpretandole secondo una sensibilità personale: nella sua tavolozza comparvero giochi di luce e colore, pennellate più libere, un’intensità luminosa che ben si adattava ai paesaggi toscani. Partecipò con regolarità a importanti mostre italiane, nel 1905 contribuì alla decorazione della I Mostra d’Arte Toscana ospitata a Firenze e negli anni successivi aderì al gruppo Giovane Etruria, impegnato nella rivitalizzazione della tradizione naturalistica toscana.

    Nel 1912, sentendosi sempre più attratto dalla grafica, fondò con un collega la Libera Scuola di Acquaforte a Firenze, dedicandosi con passione all’incisione, all’acquaforte e alla litografia. Il suo versante di incisore divenne complementare alla pittura, offrendo nuove possibilità espressive e un diverso rapporto con la luce e il tratto.

    Con il passare degli anni il suo stile si fece più meditativo e contenuto. Le sue opere mature restituiscono armonie delicate, atmosfere tranquille, paesaggi rurali, scorci di campagna, scene di vita quotidiana con figure semplici e quotidiane, prive di retorica, dove la natura e l’uomo convivono in equilibro. Tommasi riuscì a coniugare la lezione della macchia, l’esperienza divisionista e una sensibilità intima, dando vita a un linguaggio personale che riflette un attaccamento profondo alla terra toscana e al paesaggio come humus dell’animo.

    Ludovico Tommasi morì a Firenze il 7 febbraio 1941.

    STIMA min € 3500 - max € 4000

    Lotto 14  

    Maternita'

    Ludovico Tommasi Ludovico Tommasi
    Livorno 1866 - Firenze 1941
    Olio su cartone cm 84x69,5 firmato in alto a dx L.Tommasi

    Ludovico Tommasi nacque a Livorno il 16 luglio 1866 da Luigi e Isolina Vivoli. In famiglia la musica aveva un ruolo importante: egli studiò violino al Conservatorio di Firenze, mostrando fin da giovane una sensibilità per le arti.
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    Sebbene non avesse una formazione pittorica accademica tradizionale, la presenza frequente del maestro Silvestro Lega nella villa di famiglia a Bellariva attirò Ludovico verso la pittura. Seguendo l’esempio del fratello Angiolo e grazie agli insegnamenti informali, iniziò a dipingere copiando dal vero, lavorando all’aperto, coltivando un rapporto diretto con la natura.

    Il suo debutto in pubblico come pittore risale al 1884, quando espose un “studio dal vero” alla Promotrice fiorentina. Nei primi anni varcò la soglia di diverse esposizioni, incluso un esordio nel 1886 all’Esposizione di Belle Arti di Livorno. Dopo un periodo passato a Milano per il servizio militare, durante il quale affinò la sua mano attraverso il disegno, tornò in Toscana e riprese a dedicarsi prevalentemente alla pittura di paesaggio e alla scena di vita rurale, ispirandosi alle colline, alle campagne, ai borghi toscani e agli scorci dell’Arno.

    Negli anni Novanta del XIX secolo e nei primi del Novecento si avvicinò, insieme al cerchio di artisti che frequentava (tra i quali Plinio Nomellini), alle ricerche divisioniste, reinterpretandole secondo una sensibilità personale: nella sua tavolozza comparvero giochi di luce e colore, pennellate più libere, un’intensità luminosa che ben si adattava ai paesaggi toscani. Partecipò con regolarità a importanti mostre italiane, nel 1905 contribuì alla decorazione della I Mostra d’Arte Toscana ospitata a Firenze e negli anni successivi aderì al gruppo Giovane Etruria, impegnato nella rivitalizzazione della tradizione naturalistica toscana.

    Nel 1912, sentendosi sempre più attratto dalla grafica, fondò con un collega la Libera Scuola di Acquaforte a Firenze, dedicandosi con passione all’incisione, all’acquaforte e alla litografia. Il suo versante di incisore divenne complementare alla pittura, offrendo nuove possibilità espressive e un diverso rapporto con la luce e il tratto.

    Con il passare degli anni il suo stile si fece più meditativo e contenuto. Le sue opere mature restituiscono armonie delicate, atmosfere tranquille, paesaggi rurali, scorci di campagna, scene di vita quotidiana con figure semplici e quotidiane, prive di retorica, dove la natura e l’uomo convivono in equilibro. Tommasi riuscì a coniugare la lezione della macchia, l’esperienza divisionista e una sensibilità intima, dando vita a un linguaggio personale che riflette un attaccamento profondo alla terra toscana e al paesaggio come humus dell’animo.

    Ludovico Tommasi morì a Firenze il 7 febbraio 1941.



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  • Lotto 15  

    Riposo dopo il lavoro

    Achille Tominetti
    Milano 1848 - Miazzina 1917
    Olio su tela cm 58x45 firmato in basso a sx Tominetti

    Achille Tominetti nacque a Milano nel 1848, in una famiglia che aveva origini a Miazzina, un villaggio sulle alture del Lago Maggiore. Verso il 1866 si iscrisse all’Accademia di Brera, frequentando la “Scuola del Paesaggio” sotto la direzione del paesaggista Luigi Riccardi.
    Clicca per espandere

    In quegli anni conobbe artisti come Eugenio Gignous, con il quale instaurò rapporti di amicizia e condivisione artistica. Nel 1871 espose per la prima volta a Brera e nel 1872, a causa di difficoltà economiche e della malattia del padre, fece ritorno con la famiglia a Miazzina. Qui iniziò a dedicarsi anche all’agricoltura, ma senza mai rinunciare all’amore per la pittura.

    Nonostante il lavoro nei campi, Tominetti continuò a dipingere e a inviare regolarmente le sue opere a importanti mostre: nelle città di Milano, Torino, Genova e in altri centri italiani. La sua produzione iniziale apparteneva al naturalismo lombardo, con paesaggi e scene rurali legate alla montagna e alla vita agreste, spesso ambientate nei territori attorno al Lago Maggiore.

    Negli anni Ottanta dell’Ottocento la sua carriera artistica subì una svolta decisiva grazie ai contatti con la famiglia aristocratica dei Troubetzkoy. Invitato come maestro di disegno e pittura per il figlio Pietro presso la loro villa di Ghiffa, entrò in contatto con ambienti aristocratici e altoborghesi, e conobbe il mercante e promotore d’arte Vittore Grubicy de Dragon. Questi incontri lo avvicinarono alle istanze del divisionismo, influenzando profondamente la sua tecnica e il suo approccio alla luce e all’atmosfera.

    Dal tardo XIX secolo in poi Tominetti divenne un interprete originale di scene di campagna, pascoli alpini, lavori agricoli e ambienti montani. Molti dei suoi dipinti trasmettono un sentimento di pathos e contemplazione, rendendo omaggio alla vita rurale e ai ritmi naturali. Tra i suoi temi ricorrenti figurano l’aratura, il pascolo, la raccolta, la fatica e la quiete della natura. Con l’uso del colore, della luce e dell’attenzione al dettaglio atmosferico, seppe evocare paesaggi lirici e realistici al tempo stesso.

    Grazie al sostegno della galleria dei Grubicy ottenne stabilità economica e visibilità internazionale: partecipò a esposizioni in Italia e all’estero, e le sue tele furono apprezzate da critici e collezionisti. Alcune sue opere furono tra le più significative del panorama paesaggistico lombardo e alpino della fine dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento.

    Nella parte finale della sua vita visse stabilmente a Miazzina, continuando a dipingere paesaggi montani e agresti e talvolta utilizzando strumenti fotografici per fissare il reale e restituirne le atmosfere in tela. Morì nel 1917 nella sua casa di Miazzina.

    STIMA min € 4000 - max € 5000

    Lotto 15  

    Riposo dopo il lavoro

    Achille Tominetti Achille Tominetti
    Milano 1848 - Miazzina 1917
    Olio su tela cm 58x45 firmato in basso a sx Tominetti

    Achille Tominetti nacque a Milano nel 1848, in una famiglia che aveva origini a Miazzina, un villaggio sulle alture del Lago Maggiore. Verso il 1866 si iscrisse all’Accademia di Brera, frequentando la “Scuola del Paesaggio” sotto la direzione del paesaggista Luigi Riccardi.
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    In quegli anni conobbe artisti come Eugenio Gignous, con il quale instaurò rapporti di amicizia e condivisione artistica. Nel 1871 espose per la prima volta a Brera e nel 1872, a causa di difficoltà economiche e della malattia del padre, fece ritorno con la famiglia a Miazzina. Qui iniziò a dedicarsi anche all’agricoltura, ma senza mai rinunciare all’amore per la pittura.

    Nonostante il lavoro nei campi, Tominetti continuò a dipingere e a inviare regolarmente le sue opere a importanti mostre: nelle città di Milano, Torino, Genova e in altri centri italiani. La sua produzione iniziale apparteneva al naturalismo lombardo, con paesaggi e scene rurali legate alla montagna e alla vita agreste, spesso ambientate nei territori attorno al Lago Maggiore.

    Negli anni Ottanta dell’Ottocento la sua carriera artistica subì una svolta decisiva grazie ai contatti con la famiglia aristocratica dei Troubetzkoy. Invitato come maestro di disegno e pittura per il figlio Pietro presso la loro villa di Ghiffa, entrò in contatto con ambienti aristocratici e altoborghesi, e conobbe il mercante e promotore d’arte Vittore Grubicy de Dragon. Questi incontri lo avvicinarono alle istanze del divisionismo, influenzando profondamente la sua tecnica e il suo approccio alla luce e all’atmosfera.

    Dal tardo XIX secolo in poi Tominetti divenne un interprete originale di scene di campagna, pascoli alpini, lavori agricoli e ambienti montani. Molti dei suoi dipinti trasmettono un sentimento di pathos e contemplazione, rendendo omaggio alla vita rurale e ai ritmi naturali. Tra i suoi temi ricorrenti figurano l’aratura, il pascolo, la raccolta, la fatica e la quiete della natura. Con l’uso del colore, della luce e dell’attenzione al dettaglio atmosferico, seppe evocare paesaggi lirici e realistici al tempo stesso.

    Grazie al sostegno della galleria dei Grubicy ottenne stabilità economica e visibilità internazionale: partecipò a esposizioni in Italia e all’estero, e le sue tele furono apprezzate da critici e collezionisti. Alcune sue opere furono tra le più significative del panorama paesaggistico lombardo e alpino della fine dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento.

    Nella parte finale della sua vita visse stabilmente a Miazzina, continuando a dipingere paesaggi montani e agresti e talvolta utilizzando strumenti fotografici per fissare il reale e restituirne le atmosfere in tela. Morì nel 1917 nella sua casa di Miazzina.



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  • Lotto 16  

    La pastorella

    Achille Tominetti
    Milano 1848 - Miazzina 1917
    Olio su tela cm 71x120 firmato in basso a dx A.Tominetti

    Achille Tominetti nacque a Milano nel 1848, in una famiglia che aveva origini a Miazzina, un villaggio sulle alture del Lago Maggiore. Verso il 1866 si iscrisse all’Accademia di Brera, frequentando la “Scuola del Paesaggio” sotto la direzione del paesaggista Luigi Riccardi.
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    In quegli anni conobbe artisti come Eugenio Gignous, con il quale instaurò rapporti di amicizia e condivisione artistica. Nel 1871 espose per la prima volta a Brera e nel 1872, a causa di difficoltà economiche e della malattia del padre, fece ritorno con la famiglia a Miazzina. Qui iniziò a dedicarsi anche all’agricoltura, ma senza mai rinunciare all’amore per la pittura.

    Nonostante il lavoro nei campi, Tominetti continuò a dipingere e a inviare regolarmente le sue opere a importanti mostre: nelle città di Milano, Torino, Genova e in altri centri italiani. La sua produzione iniziale apparteneva al naturalismo lombardo, con paesaggi e scene rurali legate alla montagna e alla vita agreste, spesso ambientate nei territori attorno al Lago Maggiore.

    Negli anni Ottanta dell’Ottocento la sua carriera artistica subì una svolta decisiva grazie ai contatti con la famiglia aristocratica dei Troubetzkoy. Invitato come maestro di disegno e pittura per il figlio Pietro presso la loro villa di Ghiffa, entrò in contatto con ambienti aristocratici e altoborghesi, e conobbe il mercante e promotore d’arte Vittore Grubicy de Dragon. Questi incontri lo avvicinarono alle istanze del divisionismo, influenzando profondamente la sua tecnica e il suo approccio alla luce e all’atmosfera.

    Dal tardo XIX secolo in poi Tominetti divenne un interprete originale di scene di campagna, pascoli alpini, lavori agricoli e ambienti montani. Molti dei suoi dipinti trasmettono un sentimento di pathos e contemplazione, rendendo omaggio alla vita rurale e ai ritmi naturali. Tra i suoi temi ricorrenti figurano l’aratura, il pascolo, la raccolta, la fatica e la quiete della natura. Con l’uso del colore, della luce e dell’attenzione al dettaglio atmosferico, seppe evocare paesaggi lirici e realistici al tempo stesso.

    Grazie al sostegno della galleria dei Grubicy ottenne stabilità economica e visibilità internazionale: partecipò a esposizioni in Italia e all’estero, e le sue tele furono apprezzate da critici e collezionisti. Alcune sue opere furono tra le più significative del panorama paesaggistico lombardo e alpino della fine dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento.

    Nella parte finale della sua vita visse stabilmente a Miazzina, continuando a dipingere paesaggi montani e agresti e talvolta utilizzando strumenti fotografici per fissare il reale e restituirne le atmosfere in tela. Morì nel 1917 nella sua casa di Miazzina.

    STIMA min € 8000 - max € 10000

    Lotto 16  

    La pastorella

    Achille Tominetti Achille Tominetti
    Milano 1848 - Miazzina 1917
    Olio su tela cm 71x120 firmato in basso a dx A.Tominetti

    Achille Tominetti nacque a Milano nel 1848, in una famiglia che aveva origini a Miazzina, un villaggio sulle alture del Lago Maggiore. Verso il 1866 si iscrisse all’Accademia di Brera, frequentando la “Scuola del Paesaggio” sotto la direzione del paesaggista Luigi Riccardi.
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    In quegli anni conobbe artisti come Eugenio Gignous, con il quale instaurò rapporti di amicizia e condivisione artistica. Nel 1871 espose per la prima volta a Brera e nel 1872, a causa di difficoltà economiche e della malattia del padre, fece ritorno con la famiglia a Miazzina. Qui iniziò a dedicarsi anche all’agricoltura, ma senza mai rinunciare all’amore per la pittura.

    Nonostante il lavoro nei campi, Tominetti continuò a dipingere e a inviare regolarmente le sue opere a importanti mostre: nelle città di Milano, Torino, Genova e in altri centri italiani. La sua produzione iniziale apparteneva al naturalismo lombardo, con paesaggi e scene rurali legate alla montagna e alla vita agreste, spesso ambientate nei territori attorno al Lago Maggiore.

    Negli anni Ottanta dell’Ottocento la sua carriera artistica subì una svolta decisiva grazie ai contatti con la famiglia aristocratica dei Troubetzkoy. Invitato come maestro di disegno e pittura per il figlio Pietro presso la loro villa di Ghiffa, entrò in contatto con ambienti aristocratici e altoborghesi, e conobbe il mercante e promotore d’arte Vittore Grubicy de Dragon. Questi incontri lo avvicinarono alle istanze del divisionismo, influenzando profondamente la sua tecnica e il suo approccio alla luce e all’atmosfera.

    Dal tardo XIX secolo in poi Tominetti divenne un interprete originale di scene di campagna, pascoli alpini, lavori agricoli e ambienti montani. Molti dei suoi dipinti trasmettono un sentimento di pathos e contemplazione, rendendo omaggio alla vita rurale e ai ritmi naturali. Tra i suoi temi ricorrenti figurano l’aratura, il pascolo, la raccolta, la fatica e la quiete della natura. Con l’uso del colore, della luce e dell’attenzione al dettaglio atmosferico, seppe evocare paesaggi lirici e realistici al tempo stesso.

    Grazie al sostegno della galleria dei Grubicy ottenne stabilità economica e visibilità internazionale: partecipò a esposizioni in Italia e all’estero, e le sue tele furono apprezzate da critici e collezionisti. Alcune sue opere furono tra le più significative del panorama paesaggistico lombardo e alpino della fine dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento.

    Nella parte finale della sua vita visse stabilmente a Miazzina, continuando a dipingere paesaggi montani e agresti e talvolta utilizzando strumenti fotografici per fissare il reale e restituirne le atmosfere in tela. Morì nel 1917 nella sua casa di Miazzina.



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  • Lotto 17  

    Vecchio cascinale 1884

    Eugenio Gignous
    Milano 1850 - Stresa (VB) 1906
    Olio su tela cm 150x110 firmato in basso a dx E.Gignous

    Eugenio Gignous nacque a Milano il 4 agosto 1850 da Laurent, un commerciante di seta originario del Delfinato, e da Maria Taveggia Brizzolara, milanese. Fin da giovane manifestò una spiccata inclinazione per il disegno, che lo portò a iscriversi nel 1864 all'Accademia di Belle Arti di Brera, dove frequentò la scuola di ornato e successivamente quella di paesaggio sotto la guida di Luigi Riccardi e Gaetano Fasanotti .
    Clicca per espandere



    Durante gli anni di formazione, Gignous entrò in contatto con l'ambiente della Scapigliatura milanese, stringendo amicizia con artisti come Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni. Queste frequentazioni influenzarono il suo stile, portandolo a sperimentare una pittura en plein air caratterizzata da una vivace resa cromatica e da una ricerca sugli effetti della luce .

    Nel 1870 esordì alla XXIX Esposizione della Società per le Belle Arti di Torino con l'opera "Lavandaie della Magolfa". Negli anni successivi, si dedicò prevalentemente alla pittura di paesaggio, realizzando vedute delle campagne lombarde e piemontesi, spesso in compagnia di amici artisti come Luigi Rossi e Achille Tominetti .

    Verso la fine degli anni settanta, Gignous si orientò verso un naturalismo più marcato, influenzato dalle ricerche di Filippo Carcano. Insieme a quest'ultimo, nel 1879, iniziò a dipingere sul Lago Maggiore, inaugurando un repertorio tematico dedicato alle vedute del Verbano, del Mottarone e della Val d'Ossola .

    Nel 1887 si trasferì con la moglie Matilde Ferri e i cinque figli a Stresa, dove frequentò l'ambiente culturale del Lago Maggiore e continuò a ritrarre paesaggi montani e lacustri. In questo periodo, aprì uno studio frequentato da giovani allieve, tra cui Camilla Bellorini e Maria Zinelli .

    Gignous partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, tra cui l'Esposizione nazionale di Milano del 1881, l'Esposizione di Roma del 1883 e la I Esposizione internazionale di Venezia del 1895. Alcune sue opere furono acquistate dal re Umberto I e dal Ministero della Pubblica Istruzione .

    Colpito da un tumore alla gola, Eugenio Gignous morì a Stresa il 30 agosto 1906.

    STIMA min € 3500 - max € 4000

    Lotto 17  

    Vecchio cascinale 1884

    Eugenio Gignous Eugenio Gignous
    Milano 1850 - Stresa (VB) 1906
    Olio su tela cm 150x110 firmato in basso a dx E.Gignous

    Eugenio Gignous nacque a Milano il 4 agosto 1850 da Laurent, un commerciante di seta originario del Delfinato, e da Maria Taveggia Brizzolara, milanese. Fin da giovane manifestò una spiccata inclinazione per il disegno, che lo portò a iscriversi nel 1864 all'Accademia di Belle Arti di Brera, dove frequentò la scuola di ornato e successivamente quella di paesaggio sotto la guida di Luigi Riccardi e Gaetano Fasanotti .
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    Durante gli anni di formazione, Gignous entrò in contatto con l'ambiente della Scapigliatura milanese, stringendo amicizia con artisti come Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni. Queste frequentazioni influenzarono il suo stile, portandolo a sperimentare una pittura en plein air caratterizzata da una vivace resa cromatica e da una ricerca sugli effetti della luce .

    Nel 1870 esordì alla XXIX Esposizione della Società per le Belle Arti di Torino con l'opera "Lavandaie della Magolfa". Negli anni successivi, si dedicò prevalentemente alla pittura di paesaggio, realizzando vedute delle campagne lombarde e piemontesi, spesso in compagnia di amici artisti come Luigi Rossi e Achille Tominetti .

    Verso la fine degli anni settanta, Gignous si orientò verso un naturalismo più marcato, influenzato dalle ricerche di Filippo Carcano. Insieme a quest'ultimo, nel 1879, iniziò a dipingere sul Lago Maggiore, inaugurando un repertorio tematico dedicato alle vedute del Verbano, del Mottarone e della Val d'Ossola .

    Nel 1887 si trasferì con la moglie Matilde Ferri e i cinque figli a Stresa, dove frequentò l'ambiente culturale del Lago Maggiore e continuò a ritrarre paesaggi montani e lacustri. In questo periodo, aprì uno studio frequentato da giovani allieve, tra cui Camilla Bellorini e Maria Zinelli .

    Gignous partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, tra cui l'Esposizione nazionale di Milano del 1881, l'Esposizione di Roma del 1883 e la I Esposizione internazionale di Venezia del 1895. Alcune sue opere furono acquistate dal re Umberto I e dal Ministero della Pubblica Istruzione .

    Colpito da un tumore alla gola, Eugenio Gignous morì a Stresa il 30 agosto 1906.



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  • Lotto 18  

    Le chiacchiere 1878

    Eugenio Perego
    Milano 1876 - Roma 1944
    Olio su tela cm 64,5x51 firmato in basso a sx Perego

    Eugenio Perego (Milano, 1876 – Roma, 1944) è stato un regista e sceneggiatore italiano attivo soprattutto nel periodo del cinema muto, figura significativa della prima stagione dell’industria cinematografica nazionale. La sua attività si sviluppò a partire dagli anni Dieci del Novecento, quando il cinema italiano stava conoscendo una rapida espansione e una progressiva strutturazione produttiva.
    Clicca per espandere



    Formatosi inizialmente come soggettista e riduzionista per alcune case cinematografiche del Nord Italia, Perego avviò la sua carriera alla Milano Film, dove maturò le competenze che lo portarono rapidamente alla regia. In seguito lavorò anche per altre produzioni, tra cui realtà torinesi e romane, contribuendo alla realizzazione di numerosi film in un’epoca in cui il linguaggio cinematografico era ancora in piena definizione.

    Un momento centrale della sua carriera fu il periodo trascorso a Napoli, dove collaborò con la Lombardo Film e realizzò diversi film interpretati da Leda Gys, una delle dive più note del cinema muto italiano. Questa collaborazione segnò una fase particolarmente intensa della sua produzione, caratterizzata da opere di genere prevalentemente comico e drammatico leggero, in linea con i gusti del pubblico dell’epoca.

    Nel corso degli anni Dieci e Venti, Perego firmò una filmografia piuttosto ampia, che comprende titoli come Il ciclone, Così è la vita e Il padrone delle ferriere, mostrando una versatilità che gli consentì di adattarsi alle esigenze narrative e produttive del cinema muto. Il suo lavoro si inserisce pienamente nel contesto della nascente industria cinematografica italiana, contribuendo alla diffusione del linguaggio filmico prima dell’avvento del sonoro.

    Con il progressivo declino del cinema muto e le trasformazioni dell’industria cinematografica, la sua attività si ridusse fino a interrompersi alla fine degli anni Venti. Eugenio Perego morì a Roma nel 1944.

    STIMA min € 4000 - max € 5000

    Lotto 18  

    Le chiacchiere 1878

    Eugenio Perego Eugenio Perego
    Milano 1876 - Roma 1944
    Olio su tela cm 64,5x51 firmato in basso a sx Perego

    Eugenio Perego (Milano, 1876 – Roma, 1944) è stato un regista e sceneggiatore italiano attivo soprattutto nel periodo del cinema muto, figura significativa della prima stagione dell’industria cinematografica nazionale. La sua attività si sviluppò a partire dagli anni Dieci del Novecento, quando il cinema italiano stava conoscendo una rapida espansione e una progressiva strutturazione produttiva.
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    Formatosi inizialmente come soggettista e riduzionista per alcune case cinematografiche del Nord Italia, Perego avviò la sua carriera alla Milano Film, dove maturò le competenze che lo portarono rapidamente alla regia. In seguito lavorò anche per altre produzioni, tra cui realtà torinesi e romane, contribuendo alla realizzazione di numerosi film in un’epoca in cui il linguaggio cinematografico era ancora in piena definizione.

    Un momento centrale della sua carriera fu il periodo trascorso a Napoli, dove collaborò con la Lombardo Film e realizzò diversi film interpretati da Leda Gys, una delle dive più note del cinema muto italiano. Questa collaborazione segnò una fase particolarmente intensa della sua produzione, caratterizzata da opere di genere prevalentemente comico e drammatico leggero, in linea con i gusti del pubblico dell’epoca.

    Nel corso degli anni Dieci e Venti, Perego firmò una filmografia piuttosto ampia, che comprende titoli come Il ciclone, Così è la vita e Il padrone delle ferriere, mostrando una versatilità che gli consentì di adattarsi alle esigenze narrative e produttive del cinema muto. Il suo lavoro si inserisce pienamente nel contesto della nascente industria cinematografica italiana, contribuendo alla diffusione del linguaggio filmico prima dell’avvento del sonoro.

    Con il progressivo declino del cinema muto e le trasformazioni dell’industria cinematografica, la sua attività si ridusse fino a interrompersi alla fine degli anni Venti. Eugenio Perego morì a Roma nel 1944.



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  • Lotto 19  

    Mosca cieca 1890

    Harry Brooker
    Inghilterra 1848 - 1940
    Olio su tela cm 71,5x92 firmato in basso a sx Harry Brooker

    Harry Brooker (1848–1940) è stato un pittore britannico specializzato nella pittura di genere, attivo soprattutto tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. La sua produzione si inserisce pienamente nel gusto vittoriano per la rappresentazione della vita domestica e dell’infanzia, con scene spesso ambientate in interni borghesi o in contesti quotidiani, caratterizzate da un tono narrativo semplice e da una forte attenzione al dettaglio realistico.
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    Nato a Londra nel 1848 in una famiglia legata al mondo artistico, Brooker si formò probabilmente anche grazie all’influenza del suo ambiente familiare, in particolare dello zio Charles Hunt, anch’egli pittore. Fin da giovane si dedicò alla pittura di soggetti di genere, trovando presto una propria collocazione nel circuito espositivo britannico. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento iniziò infatti a esporre presso importanti istituzioni come la Royal Academy e la Royal Society of British Artists, ottenendo una discreta visibilità.

    La sua carriera fu segnata da una costante attenzione per il mondo dell’infanzia, che rappresentò il nucleo centrale della sua produzione. Bambini impegnati nel gioco, momenti di vita familiare e scene domestiche costituiscono i soggetti più ricorrenti delle sue opere, trattati con un linguaggio pittorico misurato e narrativo, vicino alla tradizione della cosiddetta Cranbrook Colony, un gruppo di artisti che celebrava la vita familiare idealizzata dell’Inghilterra vittoriana. In questo contesto, Brooker sviluppò uno stile riconoscibile per la sua capacità di combinare realismo descrittivo e sentimento affettuoso, spesso con una sottile vena narrativa o moraleggiante.

    Nel corso della sua vita si sposò e si trasferì per un periodo a Southport, lavorando anche come insegnante privato di disegno prima di tornare a Londra, dove continuò la sua attività artistica ed espositiva fino ai primi decenni del Novecento. Le sue opere furono esposte anche in sedi provinciali e continuarono a circolare nel mercato dell’arte anche dopo la sua morte.

    Harry Brooker morì a Londra nel 1940, lasciando un corpus di opere che oggi viene ricordato soprattutto per la sua capacità di restituire con sensibilità e precisione l’immaginario domestico e infantile dell’età vittoriana, contribuendo alla tradizione della pittura di genere inglese.

    STIMA min € 3500 - max € 4000

    Lotto 19  

    Mosca cieca 1890

    Harry Brooker Harry Brooker
    Inghilterra 1848 - 1940
    Olio su tela cm 71,5x92 firmato in basso a sx Harry Brooker

    Harry Brooker (1848–1940) è stato un pittore britannico specializzato nella pittura di genere, attivo soprattutto tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. La sua produzione si inserisce pienamente nel gusto vittoriano per la rappresentazione della vita domestica e dell’infanzia, con scene spesso ambientate in interni borghesi o in contesti quotidiani, caratterizzate da un tono narrativo semplice e da una forte attenzione al dettaglio realistico.
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    Nato a Londra nel 1848 in una famiglia legata al mondo artistico, Brooker si formò probabilmente anche grazie all’influenza del suo ambiente familiare, in particolare dello zio Charles Hunt, anch’egli pittore. Fin da giovane si dedicò alla pittura di soggetti di genere, trovando presto una propria collocazione nel circuito espositivo britannico. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento iniziò infatti a esporre presso importanti istituzioni come la Royal Academy e la Royal Society of British Artists, ottenendo una discreta visibilità.

    La sua carriera fu segnata da una costante attenzione per il mondo dell’infanzia, che rappresentò il nucleo centrale della sua produzione. Bambini impegnati nel gioco, momenti di vita familiare e scene domestiche costituiscono i soggetti più ricorrenti delle sue opere, trattati con un linguaggio pittorico misurato e narrativo, vicino alla tradizione della cosiddetta Cranbrook Colony, un gruppo di artisti che celebrava la vita familiare idealizzata dell’Inghilterra vittoriana. In questo contesto, Brooker sviluppò uno stile riconoscibile per la sua capacità di combinare realismo descrittivo e sentimento affettuoso, spesso con una sottile vena narrativa o moraleggiante.

    Nel corso della sua vita si sposò e si trasferì per un periodo a Southport, lavorando anche come insegnante privato di disegno prima di tornare a Londra, dove continuò la sua attività artistica ed espositiva fino ai primi decenni del Novecento. Le sue opere furono esposte anche in sedi provinciali e continuarono a circolare nel mercato dell’arte anche dopo la sua morte.

    Harry Brooker morì a Londra nel 1940, lasciando un corpus di opere che oggi viene ricordato soprattutto per la sua capacità di restituire con sensibilità e precisione l’immaginario domestico e infantile dell’età vittoriana, contribuendo alla tradizione della pittura di genere inglese.



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  • Lotto 20  

    Natura morta

    Bruno Croatto
    Trieste 1875 - Roma 1948
    Olio su tavola cm 62,5x50 firmato in basso a sx Bruno Croatto

    ttività si colloca tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. La sua formazione e il suo percorso artistico si sviluppano in un contesto culturale ampio e stratificato, che lo porta a muoversi tra l’ambiente mitteleuropeo delle origini e la scena artistica italiana, contribuendo a definire una ricerca personale basata su equilibrio formale e raffinatezza tecnica.
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    Fin da giovane Croatto si avvicina al disegno e alla pittura nella sua città natale, dove cresce in un ambiente culturalmente influenzato dalla vicinanza con il mondo austro-ungarico. Questo contesto iniziale contribuisce a sviluppare in lui una sensibilità attenta alla precisione del segno e alla costruzione rigorosa dell’immagine. Successivamente si trasferisce a Monaco di Baviera, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti e entra in contatto con una formazione accademica solida, ma anche con le correnti simboliste e impressioniste che circolavano nell’ambiente artistico tedesco di fine secolo. Questa esperienza risulta fondamentale per la definizione del suo linguaggio pittorico.

    Rientrato in Italia, Croatto inizia a esporre molto giovane e partecipa a importanti manifestazioni artistiche, tra cui la Biennale di Venezia, consolidando progressivamente la sua presenza nel panorama nazionale. Le sue prime opere sono caratterizzate da soggetti figurativi e scene di genere, affrontati con un’impostazione attenta al disegno e alla resa atmosferica, in cui la costruzione della luce gioca un ruolo centrale.

    Un momento decisivo della sua evoluzione artistica avviene con il trasferimento a Orvieto, dove si dedica con particolare intensità all’incisione, soprattutto all’acquaforte. In questa tecnica raggiunge risultati di notevole qualità, sviluppando un linguaggio basato su contrasti delicati e su una descrizione minuziosa del paesaggio e dell’architettura urbana. Le sue vedute italiane, realizzate in questo periodo, restituiscono una dimensione sospesa e contemplativa, in cui il dato reale si trasforma in immagine poetica.

    Negli anni successivi si stabilisce a Roma, dove la sua produzione pittorica si orienta verso una maggiore essenzialità formale. In questa fase matura sviluppa nature morte e composizioni costruite con grande equilibrio, nelle quali oggetti e spazi sono organizzati con rigore e una particolare attenzione alla luce. La sua pittura si avvicina così a una sensibilità più moderna, in dialogo con il clima del Realismo magico italiano, pur mantenendo una forte continuità con la tradizione figurativa.

    Bruno Croatto continua a lavorare e a esporre fino agli ultimi anni della sua vita, mantenendo una coerenza stilistica e una riconoscibilità che lo collocano tra gli interpreti più interessanti della pittura figurativa tra Otto e Novecento. Muore a Roma nel 1948ttività si colloca tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. La sua formazione e il suo percorso artistico si sviluppano in un contesto culturale ampio e stratificato, che lo porta a muoversi tra l’ambiente mitteleuropeo delle origini e la scena artistica italiana, contribuendo a definire una ricerca personale basata su equilibrio formale e raffinatezza tecnica.

    Fin da giovane Croatto si avvicina al disegno e alla pittura nella sua città natale, dove cresce in un ambiente culturalmente influenzato dalla vicinanza con il mondo austro-ungarico. Questo contesto iniziale contribuisce a sviluppare in lui una sensibilità attenta alla precisione del segno e alla costruzione rigorosa dell’immagine. Successivamente si trasferisce a Monaco di Baviera, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti e entra in contatto con una formazione accademica solida, ma anche con le correnti simboliste e impressioniste che circolavano nell’ambiente artistico tedesco di fine secolo. Questa esperienza risulta fondamentale per la definizione del suo linguaggio pittorico.

    Rientrato in Italia, Croatto inizia a esporre molto giovane e partecipa a importanti manifestazioni artistiche, tra cui la Biennale di Venezia, consolidando progressivamente la sua presenza nel panorama nazionale. Le sue prime opere sono caratterizzate da soggetti figurativi e scene di genere, affrontati con un’impostazione attenta al disegno e alla resa atmosferica, in cui la costruzione della luce gioca un ruolo centrale.

    Un momento decisivo della sua evoluzione artistica avviene con il trasferimento a Orvieto, dove si dedica con particolare intensità all’incisione, soprattutto all’acquaforte. In questa tecnica raggiunge risultati di notevole qualità, sviluppando un linguaggio basato su contrasti delicati e su una descrizione minuziosa del paesaggio e dell’architettura urbana. Le sue vedute italiane, realizzate in questo periodo, restituiscono una dimensione sospesa e contemplativa, in cui il dato reale si trasforma in immagine poetica.

    Negli anni successivi si stabilisce a Roma, dove la sua produzione pittorica si orienta verso una maggiore essenzialità formale. In questa fase matura sviluppa nature morte e composizioni costruite con grande equilibrio, nelle quali oggetti e spazi sono organizzati con rigore e una particolare attenzione alla luce. La sua pittura si avvicina così a una sensibilità più moderna, in dialogo con il clima del Realismo magico italiano, pur mantenendo una forte continuità con la tradizione figurativa.

    Bruno Croatto continua a lavorare e a esporre fino agli ultimi anni della sua vita, mantenendo una coerenza stilistica e una riconoscibilità che lo collocano tra gli interpreti più interessanti della pittura figurativa tra Otto e Novecento. Muore a Roma nel 1948.

    STIMA min € 2500 - max € 3000

    Lotto 20  

    Natura morta

    Bruno Croatto Bruno Croatto
    Trieste 1875 - Roma 1948
    Olio su tavola cm 62,5x50 firmato in basso a sx Bruno Croatto

    ttività si colloca tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. La sua formazione e il suo percorso artistico si sviluppano in un contesto culturale ampio e stratificato, che lo porta a muoversi tra l’ambiente mitteleuropeo delle origini e la scena artistica italiana, contribuendo a definire una ricerca personale basata su equilibrio formale e raffinatezza tecnica.
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    Fin da giovane Croatto si avvicina al disegno e alla pittura nella sua città natale, dove cresce in un ambiente culturalmente influenzato dalla vicinanza con il mondo austro-ungarico. Questo contesto iniziale contribuisce a sviluppare in lui una sensibilità attenta alla precisione del segno e alla costruzione rigorosa dell’immagine. Successivamente si trasferisce a Monaco di Baviera, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti e entra in contatto con una formazione accademica solida, ma anche con le correnti simboliste e impressioniste che circolavano nell’ambiente artistico tedesco di fine secolo. Questa esperienza risulta fondamentale per la definizione del suo linguaggio pittorico.

    Rientrato in Italia, Croatto inizia a esporre molto giovane e partecipa a importanti manifestazioni artistiche, tra cui la Biennale di Venezia, consolidando progressivamente la sua presenza nel panorama nazionale. Le sue prime opere sono caratterizzate da soggetti figurativi e scene di genere, affrontati con un’impostazione attenta al disegno e alla resa atmosferica, in cui la costruzione della luce gioca un ruolo centrale.

    Un momento decisivo della sua evoluzione artistica avviene con il trasferimento a Orvieto, dove si dedica con particolare intensità all’incisione, soprattutto all’acquaforte. In questa tecnica raggiunge risultati di notevole qualità, sviluppando un linguaggio basato su contrasti delicati e su una descrizione minuziosa del paesaggio e dell’architettura urbana. Le sue vedute italiane, realizzate in questo periodo, restituiscono una dimensione sospesa e contemplativa, in cui il dato reale si trasforma in immagine poetica.

    Negli anni successivi si stabilisce a Roma, dove la sua produzione pittorica si orienta verso una maggiore essenzialità formale. In questa fase matura sviluppa nature morte e composizioni costruite con grande equilibrio, nelle quali oggetti e spazi sono organizzati con rigore e una particolare attenzione alla luce. La sua pittura si avvicina così a una sensibilità più moderna, in dialogo con il clima del Realismo magico italiano, pur mantenendo una forte continuità con la tradizione figurativa.

    Bruno Croatto continua a lavorare e a esporre fino agli ultimi anni della sua vita, mantenendo una coerenza stilistica e una riconoscibilità che lo collocano tra gli interpreti più interessanti della pittura figurativa tra Otto e Novecento. Muore a Roma nel 1948ttività si colloca tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. La sua formazione e il suo percorso artistico si sviluppano in un contesto culturale ampio e stratificato, che lo porta a muoversi tra l’ambiente mitteleuropeo delle origini e la scena artistica italiana, contribuendo a definire una ricerca personale basata su equilibrio formale e raffinatezza tecnica.

    Fin da giovane Croatto si avvicina al disegno e alla pittura nella sua città natale, dove cresce in un ambiente culturalmente influenzato dalla vicinanza con il mondo austro-ungarico. Questo contesto iniziale contribuisce a sviluppare in lui una sensibilità attenta alla precisione del segno e alla costruzione rigorosa dell’immagine. Successivamente si trasferisce a Monaco di Baviera, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti e entra in contatto con una formazione accademica solida, ma anche con le correnti simboliste e impressioniste che circolavano nell’ambiente artistico tedesco di fine secolo. Questa esperienza risulta fondamentale per la definizione del suo linguaggio pittorico.

    Rientrato in Italia, Croatto inizia a esporre molto giovane e partecipa a importanti manifestazioni artistiche, tra cui la Biennale di Venezia, consolidando progressivamente la sua presenza nel panorama nazionale. Le sue prime opere sono caratterizzate da soggetti figurativi e scene di genere, affrontati con un’impostazione attenta al disegno e alla resa atmosferica, in cui la costruzione della luce gioca un ruolo centrale.

    Un momento decisivo della sua evoluzione artistica avviene con il trasferimento a Orvieto, dove si dedica con particolare intensità all’incisione, soprattutto all’acquaforte. In questa tecnica raggiunge risultati di notevole qualità, sviluppando un linguaggio basato su contrasti delicati e su una descrizione minuziosa del paesaggio e dell’architettura urbana. Le sue vedute italiane, realizzate in questo periodo, restituiscono una dimensione sospesa e contemplativa, in cui il dato reale si trasforma in immagine poetica.

    Negli anni successivi si stabilisce a Roma, dove la sua produzione pittorica si orienta verso una maggiore essenzialità formale. In questa fase matura sviluppa nature morte e composizioni costruite con grande equilibrio, nelle quali oggetti e spazi sono organizzati con rigore e una particolare attenzione alla luce. La sua pittura si avvicina così a una sensibilità più moderna, in dialogo con il clima del Realismo magico italiano, pur mantenendo una forte continuità con la tradizione figurativa.

    Bruno Croatto continua a lavorare e a esporre fino agli ultimi anni della sua vita, mantenendo una coerenza stilistica e una riconoscibilità che lo collocano tra gli interpreti più interessanti della pittura figurativa tra Otto e Novecento. Muore a Roma nel 1948.



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  • Mario Moretti Foggia
    Mantova 1882 - Pecetto di Macugnaga VB 1954
    Olio su tavola cm 60x76,5 firmato in basso a dx Foggia

    Mario Moretti Foggia è stato un rinomato pittore italiano nato il 25 dicembre 1882 a Mantova. La sua formazione artistica lo ha portato ad apprendere presso prestigiose istituzioni, tra cui l'Accademia Cignaroli a Verona e l'Accademia di Brera a Milano.
    Clicca per espandere

    Durante il suo percorso formativo, ha avuto la fortuna di essere istruito da eminenti maestri dell'arte come Mosè Bianchi, Giuseppe Mentessi e Cesare Tallone.

    Foggia si è distinto come un abile paesaggista e ritrattista, utilizzando varie tecniche pittoriche come olio, tempera, acquarello e fresco per esprimere la sua creatività. Il suo debutto ufficiale nel mondo dell'arte è avvenuto a Milano nel 1902. Nel corso della sua carriera, ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui medaglie d'oro all'Esposizione di Mantova per l'insieme delle sue opere nel 1902, a Milano nel 1908 con l'opera "Fratellanza" e a Como nel 1909 grazie al dipinto "Fresca Mattinata". Nel 1925, ha ottenuto il prestigioso Premio Cassani a Milano per il dipinto "L'ora del rosario".

    Tra il 1920 e il 1926, Foggia ha esposto con successo a Venezia, presentando opere come "Nel cantuccio di Venezia", "Nel Campiello", "Nevicata" e "Compiacenze materne". Nel 1927, a Firenze, in occasione dell'ottantesima Esposizione Nazionale di Palazzo Pitti, ha presentato le opere "Vera" e "Sole invernale". Tra le sue opere più celebri si trova il "Trittico dei Magi" (Ecce sidus, Imus, Adoremus), conservato presso la Galleria d'Arte Moderna di Milano, e "Danza la circassa", esposta presso la Galleria del Palazzo Ducale di Mantova.

    Le opere di Mario Moretti Foggia sono state incluse in importanti collezioni, tra cui quella del Quirinale, e sono state esposte in gallerie pubbliche e private in Italia, Svizzera, Stati Uniti e America Latina. Foggia era un instancabile viaggiatore, che trascorreva lunghi periodi in Oriente per studiare costumi e paesaggi, le cui ricerche sono state esposte con successo a Londra, Parigi e Bruxelles.

    Partecipando a numerose mostre collettive nazionali e internazionali, Mario Moretti Foggia ha consolidato la sua reputazione come uno dei pittori più influenti della sua epoca. Nel corso della sua carriera, ha realizzato dieci mostre personali, tutte accolte con entusiasmo da parte di pubblico e critica.

    Mario Moretti Foggia si è spento nel 1954 a Pecetto di Macugnaga, lasciando dietro di sé un prezioso e duraturo contributo all'arte italiana.

    STIMA min € 3500 - max € 4000

    Mario Moretti Foggia Mario Moretti Foggia
    Mantova 1882 - Pecetto di Macugnaga VB 1954
    Olio su tavola cm 60x76,5 firmato in basso a dx Foggia

    Mario Moretti Foggia è stato un rinomato pittore italiano nato il 25 dicembre 1882 a Mantova. La sua formazione artistica lo ha portato ad apprendere presso prestigiose istituzioni, tra cui l'Accademia Cignaroli a Verona e l'Accademia di Brera a Milano.
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    Durante il suo percorso formativo, ha avuto la fortuna di essere istruito da eminenti maestri dell'arte come Mosè Bianchi, Giuseppe Mentessi e Cesare Tallone.

    Foggia si è distinto come un abile paesaggista e ritrattista, utilizzando varie tecniche pittoriche come olio, tempera, acquarello e fresco per esprimere la sua creatività. Il suo debutto ufficiale nel mondo dell'arte è avvenuto a Milano nel 1902. Nel corso della sua carriera, ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui medaglie d'oro all'Esposizione di Mantova per l'insieme delle sue opere nel 1902, a Milano nel 1908 con l'opera "Fratellanza" e a Como nel 1909 grazie al dipinto "Fresca Mattinata". Nel 1925, ha ottenuto il prestigioso Premio Cassani a Milano per il dipinto "L'ora del rosario".

    Tra il 1920 e il 1926, Foggia ha esposto con successo a Venezia, presentando opere come "Nel cantuccio di Venezia", "Nel Campiello", "Nevicata" e "Compiacenze materne". Nel 1927, a Firenze, in occasione dell'ottantesima Esposizione Nazionale di Palazzo Pitti, ha presentato le opere "Vera" e "Sole invernale". Tra le sue opere più celebri si trova il "Trittico dei Magi" (Ecce sidus, Imus, Adoremus), conservato presso la Galleria d'Arte Moderna di Milano, e "Danza la circassa", esposta presso la Galleria del Palazzo Ducale di Mantova.

    Le opere di Mario Moretti Foggia sono state incluse in importanti collezioni, tra cui quella del Quirinale, e sono state esposte in gallerie pubbliche e private in Italia, Svizzera, Stati Uniti e America Latina. Foggia era un instancabile viaggiatore, che trascorreva lunghi periodi in Oriente per studiare costumi e paesaggi, le cui ricerche sono state esposte con successo a Londra, Parigi e Bruxelles.

    Partecipando a numerose mostre collettive nazionali e internazionali, Mario Moretti Foggia ha consolidato la sua reputazione come uno dei pittori più influenti della sua epoca. Nel corso della sua carriera, ha realizzato dieci mostre personali, tutte accolte con entusiasmo da parte di pubblico e critica.

    Mario Moretti Foggia si è spento nel 1954 a Pecetto di Macugnaga, lasciando dietro di sé un prezioso e duraturo contributo all'arte italiana.



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  • Lotto 22  

    Il cervino

    Leonardo Roda
    Racconigi 1868 - Torino 1933
    Olio su tela cm 48x64 firmato in basso a dx L.Roda

    Leonardo Roda è nato nel 1868 a Racconigi, Italia. Cresciuto in una famiglia di alpinisti e artisti botanici, ha coltivato sin da giovane l'amore per la montagna e l'arte.
    Clicca per espandere

    Ha iniziato la sua carriera artistica nel 1889, esponendo opere presso la Promotrice di Torino.

    Roda era noto per i suoi dipinti di paesaggi alpini e scene della vita di montagna, spesso ritraendo il maestoso Cervino. Ha anche dipinto paesaggi della pianura padana e del mare ligure. Nel corso della sua carriera, ha ricevuto riconoscimenti e premi per le sue opere, ma verso la fine degli anni '20 ha abbandonato l'attività espositiva e si è ritirato dall'ambiente artistico.

    La sua pittura è stata descritta come un equilibrio tra realismo e espressionismo, con un'attenzione particolare alla luce e ai cambiamenti atmosferici. Roda è stato elogiato per la sua capacità di catturare la bellezza della natura, sia nelle montagne che nella campagna.

    La sua salute ha iniziato a declinare negli anni '30, e Roda è morto nel 1933. Sebbene la critica dell'epoca non sia stata sempre gentile con lui, le sue opere sono ancora oggi ammirate e conservate in collezioni private e musei.

    STIMA min € 2500 - max € 3000

    Lotto 22  

    Il cervino

    Leonardo Roda Leonardo Roda
    Racconigi 1868 - Torino 1933
    Olio su tela cm 48x64 firmato in basso a dx L.Roda

    Leonardo Roda è nato nel 1868 a Racconigi, Italia. Cresciuto in una famiglia di alpinisti e artisti botanici, ha coltivato sin da giovane l'amore per la montagna e l'arte.
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    Ha iniziato la sua carriera artistica nel 1889, esponendo opere presso la Promotrice di Torino.

    Roda era noto per i suoi dipinti di paesaggi alpini e scene della vita di montagna, spesso ritraendo il maestoso Cervino. Ha anche dipinto paesaggi della pianura padana e del mare ligure. Nel corso della sua carriera, ha ricevuto riconoscimenti e premi per le sue opere, ma verso la fine degli anni '20 ha abbandonato l'attività espositiva e si è ritirato dall'ambiente artistico.

    La sua pittura è stata descritta come un equilibrio tra realismo e espressionismo, con un'attenzione particolare alla luce e ai cambiamenti atmosferici. Roda è stato elogiato per la sua capacità di catturare la bellezza della natura, sia nelle montagne che nella campagna.

    La sua salute ha iniziato a declinare negli anni '30, e Roda è morto nel 1933. Sebbene la critica dell'epoca non sia stata sempre gentile con lui, le sue opere sono ancora oggi ammirate e conservate in collezioni private e musei.



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  • Carlo Jotti
    Milano, 1826 - Milano, 1905
    Olio su tela cm 64,5x90 firmato in basso a dx C.Jotti

    Carlo Jotti nacque a Milano il 29 marzo 1826 e si formò artisticamente presso l'Accademia di Brera, dove ebbe come maestri Luigi Sabatelli e Giuseppe Bisi. Inizialmente orientato verso la pittura storica di stampo accademico sotto l'influenza di Sabatelli, successivamente si avvicinò al paesaggismo grazie all'insegnamento di Bisi, sviluppando una visione realistica basata sull'osservazione diretta della natura.
    Clicca per espandere

    Questo approccio lo inserì nel gruppo dei paesaggisti lombardi, noti per l'attenzione alla luce e ai colori.
    A partire dal 1847, Jotti partecipò assiduamente alle mostre di Milano, Torino, Genova e Venezia, esponendo opere che ritraevano scorci del Lago Maggiore, del Lago di Como, della Riviera Ligure di Ponente e di altre località italiane come il Lazio e la Campania. Tra i suoi lavori più noti si annoverano "Monte Rosa", "Madonna del Monte", "Pescarenico (Lecco)" e "Acquedotto". La sua pittura si distingue per una rappresentazione vigorosa e appassionata del vero, con una particolare sensibilità verso le atmosfere e i dettagli del paesaggio italiano.
    Carlo Jotti morì a Milano il 21 giugno 1905. Le sue opere sono conservate in diverse collezioni, tra cui la Galleria d'Arte Moderna di Milano, testimoniando il suo contributo significativo alla pittura paesaggistica dell'Ottocento italiano.

    STIMA min € 3500 - max € 4000

    Carlo Jotti Carlo Jotti
    Milano, 1826 - Milano, 1905
    Olio su tela cm 64,5x90 firmato in basso a dx C.Jotti

    Carlo Jotti nacque a Milano il 29 marzo 1826 e si formò artisticamente presso l'Accademia di Brera, dove ebbe come maestri Luigi Sabatelli e Giuseppe Bisi. Inizialmente orientato verso la pittura storica di stampo accademico sotto l'influenza di Sabatelli, successivamente si avvicinò al paesaggismo grazie all'insegnamento di Bisi, sviluppando una visione realistica basata sull'osservazione diretta della natura.
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    Questo approccio lo inserì nel gruppo dei paesaggisti lombardi, noti per l'attenzione alla luce e ai colori.
    A partire dal 1847, Jotti partecipò assiduamente alle mostre di Milano, Torino, Genova e Venezia, esponendo opere che ritraevano scorci del Lago Maggiore, del Lago di Como, della Riviera Ligure di Ponente e di altre località italiane come il Lazio e la Campania. Tra i suoi lavori più noti si annoverano "Monte Rosa", "Madonna del Monte", "Pescarenico (Lecco)" e "Acquedotto". La sua pittura si distingue per una rappresentazione vigorosa e appassionata del vero, con una particolare sensibilità verso le atmosfere e i dettagli del paesaggio italiano.
    Carlo Jotti morì a Milano il 21 giugno 1905. Le sue opere sono conservate in diverse collezioni, tra cui la Galleria d'Arte Moderna di Milano, testimoniando il suo contributo significativo alla pittura paesaggistica dell'Ottocento italiano.



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  • Lotto 24  

    Paesaggio di montagna

    Bruto Mazzolani
    Ferrara 1880 - Milano 1949
    Olio su tavola cm 56x39 firmato in basso a dx Mazzolani

    Bruto Mazzolani nacque a Ferrara nel 1880 in una famiglia già legata al mondo dell’arte: il padre era pittore e restauratore, e fu lui il primo vero maestro del giovane Bruto. Cresciuto in un ambiente in cui il disegno e il colore erano parte della vita quotidiana, si formò presto un gusto per la pittura che lo portò a proseguire gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, sotto la guida di Domenico Ferri.
    Clicca per espandere

    Dopo questo periodo di formazione accademica si trasferì a Milano, città più dinamica e stimolante, dove iniziò a costruire una carriera autonoma.

    La sua produzione si orientò fin dagli esordi verso due ambiti principali: la figura e il paesaggio. Nei ritratti e nei nudi femminili emergono un’attenzione marcata ai volumi, alle variazioni della luce sulla pelle e ai giochi di chiaroscuro che modellano le forme. Le pennellate, con il tempo sempre più libere e materiche, rivelano un progressivo distacco dai rigori accademici e una vicinanza alle ricerche più moderne del suo tempo.

    Parallelamente si dedicò con costanza al paesaggio, prediligendo ambienti lacustri e vedute serene. Il Lago di Como, le sue sponde e piccoli borghi come Lierna furono tra i soggetti più amati. In queste opere Mazzolani interpretò la natura con sensibilità luminosa, cercando il riflesso dell’acqua, la quiete dei cieli, le tonalità delicate che cambiano con le stagioni. Sono dipinti che uniscono realismo e poesia, costruiti su una tavolozza morbida, fatta di passaggi cromatici sfumati.

    Espose in diverse città italiane e trovò un pubblico attento soprattutto nella borghesia milanese, che apprezzava sia i suoi interni intimi sia le vedute paesaggistiche ricche di atmosfera. Mantenne per tutta la vita una produzione costante e coerente, capace di evolvere senza perdere il legame con le sue radici figurative.

    Bruto Mazzolani morì a Milano nel 1949.

    STIMA min € 1200 - max € 1400

    Lotto 24  

    Paesaggio di montagna

    Bruto Mazzolani Bruto Mazzolani
    Ferrara 1880 - Milano 1949
    Olio su tavola cm 56x39 firmato in basso a dx Mazzolani

    Bruto Mazzolani nacque a Ferrara nel 1880 in una famiglia già legata al mondo dell’arte: il padre era pittore e restauratore, e fu lui il primo vero maestro del giovane Bruto. Cresciuto in un ambiente in cui il disegno e il colore erano parte della vita quotidiana, si formò presto un gusto per la pittura che lo portò a proseguire gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, sotto la guida di Domenico Ferri.
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    Dopo questo periodo di formazione accademica si trasferì a Milano, città più dinamica e stimolante, dove iniziò a costruire una carriera autonoma.

    La sua produzione si orientò fin dagli esordi verso due ambiti principali: la figura e il paesaggio. Nei ritratti e nei nudi femminili emergono un’attenzione marcata ai volumi, alle variazioni della luce sulla pelle e ai giochi di chiaroscuro che modellano le forme. Le pennellate, con il tempo sempre più libere e materiche, rivelano un progressivo distacco dai rigori accademici e una vicinanza alle ricerche più moderne del suo tempo.

    Parallelamente si dedicò con costanza al paesaggio, prediligendo ambienti lacustri e vedute serene. Il Lago di Como, le sue sponde e piccoli borghi come Lierna furono tra i soggetti più amati. In queste opere Mazzolani interpretò la natura con sensibilità luminosa, cercando il riflesso dell’acqua, la quiete dei cieli, le tonalità delicate che cambiano con le stagioni. Sono dipinti che uniscono realismo e poesia, costruiti su una tavolozza morbida, fatta di passaggi cromatici sfumati.

    Espose in diverse città italiane e trovò un pubblico attento soprattutto nella borghesia milanese, che apprezzava sia i suoi interni intimi sia le vedute paesaggistiche ricche di atmosfera. Mantenne per tutta la vita una produzione costante e coerente, capace di evolvere senza perdere il legame con le sue radici figurative.

    Bruto Mazzolani morì a Milano nel 1949.



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  • Lotto 25  

    Feltre 1891

    Guglielmo Ciardi
    Venezia 1842-1917
    Olio su tela cm 41x51 firmato in basso a sx G.Ciardi

    Guglielmo Ciardi nacque a Venezia il 13 settembre 1842 da Giuseppe, funzionario statale, e da Teresa De Bei. Dopo aver completato gli studi al collegio di Santa Caterina, decise di dedicarsi alla pittura e si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Federico Moja per la prospettiva e di Domenico Bresolin per il paesaggio.
    Clicca per espandere

    L’insegnamento di Bresolin, attento alla resa diretta della natura e all’osservazione dal vero, segnò profondamente la sua formazione.

    Nel 1868 intraprese un viaggio fondamentale che lo portò prima a Firenze, poi a Roma e a Napoli. A Firenze venne a contatto con l’ambiente dei Macchiaioli e con artisti come Telemaco Signorini, che lo influenzarono nella ricerca di una pittura più libera e luminosa. A Napoli conobbe la Scuola di Posillipo e quella di Resina, che gli offrirono nuovi spunti per un naturalismo di impronta verista. Al suo ritorno a Venezia, Ciardi trovò nella laguna e nelle campagne del Veneto un inesauribile motivo d’ispirazione, ritraendo scorci di vita rurale, riflessi d’acqua, cieli ariosi e atmosfere vibranti di luce.

    Nel 1874 sposò Linda Locatelli, con la quale ebbe quattro figli, tra cui Beppe ed Emma, entrambi destinati a seguire la sua strada artistica. La sua carriera proseguì con grande successo: partecipò a numerose esposizioni in Italia e all’estero, ottenendo premi e riconoscimenti, tra cui la medaglia d’oro all’Esposizione di Nizza del 1883 e quella di Berlino nel 1886 con il dipinto Messidoro, oggi conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

    Nel 1894 fu nominato docente di vedute di paese e di mare all’Accademia di Belle Arti di Venezia, succedendo al suo maestro Bresolin, e divenne membro della commissione della Biennale di Venezia, ruolo che ne consacrò l’autorevolezza nel panorama artistico italiano. La sua pittura, pur radicata nella tradizione veneta del vedutismo, seppe rinnovarsi attraverso una sensibilità luministica moderna: i suoi paesaggi della laguna, delle colline trevigiane e delle montagne venete si distinguono per la freschezza cromatica e la capacità di restituire la verità dell’atmosfera.

    Negli ultimi anni, nonostante problemi di salute che lo colpirono duramente, continuò a dipingere con coerenza e passione. Nel 1915 ricevette la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di San Francisco, ulteriore riconoscimento alla sua lunga carriera. Morì a Venezia il 5 ottobre 1917, dopo una vita interamente dedicata all’arte e alla natura.

    Guglielmo Ciardi rimane una delle figure centrali della pittura veneta dell’Ottocento. La sua opera, sospesa tra tradizione e modernità, traduce con autenticità e poesia l’incontro fra la luce e l’acqua, tra l’osservazione quotidiana e la visione lirica del paesaggio. Le sue tele, oggi conservate nei principali musei e collezioni italiane, continuano a testimoniare la grandezza di un artista che seppe trasformare la laguna e la campagna veneta in un linguaggio universale di luce e silenzio.

    STIMA min € 3500 - max € 4000

    Lotto 25  

    Feltre 1891

    Guglielmo Ciardi Guglielmo Ciardi
    Venezia 1842-1917
    Olio su tela cm 41x51 firmato in basso a sx G.Ciardi

    Guglielmo Ciardi nacque a Venezia il 13 settembre 1842 da Giuseppe, funzionario statale, e da Teresa De Bei. Dopo aver completato gli studi al collegio di Santa Caterina, decise di dedicarsi alla pittura e si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Federico Moja per la prospettiva e di Domenico Bresolin per il paesaggio.
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    L’insegnamento di Bresolin, attento alla resa diretta della natura e all’osservazione dal vero, segnò profondamente la sua formazione.

    Nel 1868 intraprese un viaggio fondamentale che lo portò prima a Firenze, poi a Roma e a Napoli. A Firenze venne a contatto con l’ambiente dei Macchiaioli e con artisti come Telemaco Signorini, che lo influenzarono nella ricerca di una pittura più libera e luminosa. A Napoli conobbe la Scuola di Posillipo e quella di Resina, che gli offrirono nuovi spunti per un naturalismo di impronta verista. Al suo ritorno a Venezia, Ciardi trovò nella laguna e nelle campagne del Veneto un inesauribile motivo d’ispirazione, ritraendo scorci di vita rurale, riflessi d’acqua, cieli ariosi e atmosfere vibranti di luce.

    Nel 1874 sposò Linda Locatelli, con la quale ebbe quattro figli, tra cui Beppe ed Emma, entrambi destinati a seguire la sua strada artistica. La sua carriera proseguì con grande successo: partecipò a numerose esposizioni in Italia e all’estero, ottenendo premi e riconoscimenti, tra cui la medaglia d’oro all’Esposizione di Nizza del 1883 e quella di Berlino nel 1886 con il dipinto Messidoro, oggi conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

    Nel 1894 fu nominato docente di vedute di paese e di mare all’Accademia di Belle Arti di Venezia, succedendo al suo maestro Bresolin, e divenne membro della commissione della Biennale di Venezia, ruolo che ne consacrò l’autorevolezza nel panorama artistico italiano. La sua pittura, pur radicata nella tradizione veneta del vedutismo, seppe rinnovarsi attraverso una sensibilità luministica moderna: i suoi paesaggi della laguna, delle colline trevigiane e delle montagne venete si distinguono per la freschezza cromatica e la capacità di restituire la verità dell’atmosfera.

    Negli ultimi anni, nonostante problemi di salute che lo colpirono duramente, continuò a dipingere con coerenza e passione. Nel 1915 ricevette la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di San Francisco, ulteriore riconoscimento alla sua lunga carriera. Morì a Venezia il 5 ottobre 1917, dopo una vita interamente dedicata all’arte e alla natura.

    Guglielmo Ciardi rimane una delle figure centrali della pittura veneta dell’Ottocento. La sua opera, sospesa tra tradizione e modernità, traduce con autenticità e poesia l’incontro fra la luce e l’acqua, tra l’osservazione quotidiana e la visione lirica del paesaggio. Le sue tele, oggi conservate nei principali musei e collezioni italiane, continuano a testimoniare la grandezza di un artista che seppe trasformare la laguna e la campagna veneta in un linguaggio universale di luce e silenzio.



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  • Lotto 26  

    Piazza a Firenze

    Giuseppe Canella
    Verona 1788 - Firenze 1847
    Olio su lastra di zinco cm 34x26,5 firmato in basso a sx G.Canella

    Giuseppe Canella è stato un pittore italiano nato a Verona nel 1788 e morto a Firenze nel 1847, considerato uno dei più importanti vedutisti dell’Ottocento italiano. La sua formazione avvenne inizialmente all’interno dell’ambiente familiare, poiché il padre Giovanni era architetto e scenografo, e fu proprio da lui che ricevette i primi insegnamenti legati al disegno e alla scenografia teatrale.
    Clicca per espandere

    Questo primo contatto con la rappresentazione dello spazio e della prospettiva influenzò profondamente tutta la sua successiva attività artistica.

    Dopo un periodo di apprendistato tra Verona e altre città del Nord Italia, Canella si avvicinò progressivamente alla pittura di paesaggio, sviluppando un interesse sempre più marcato per la rappresentazione dal vero e per la resa atmosferica dei luoghi. Questo passaggio segnò l’abbandono delle scenografie per dedicarsi completamente alla veduta, genere nel quale avrebbe poi raggiunto i risultati più significativi. Le sue prime opere mostrano già una forte attenzione per la costruzione prospettica e per la descrizione dettagliata dell’ambiente urbano e naturale.

    Un momento decisivo della sua carriera fu il soggiorno a Venezia, dove entrò in contatto con la grande tradizione vedutista settecentesca, da cui trasse importanti stimoli, pur sviluppando uno stile personale più moderno e attento alla vita contemporanea. Nel 1818 esordì ufficialmente all’Accademia di Brera, presentando alcune vedute che attirarono subito l’attenzione della critica.

    Successivamente intraprese un lungo periodo di viaggi che lo portarono prima in Spagna e poi a Parigi. Proprio nella capitale francese Canella raggiunse la piena affermazione artistica, partecipando ai Salon e ottenendo importanti riconoscimenti, tra cui una medaglia d’oro. Le sue vedute parigine si distinguono per la capacità di unire la precisione architettonica alla rappresentazione vivace della vita cittadina, con figure inserite in modo naturale all’interno della scena.

    Rientrato in Italia negli anni Trenta dell’Ottocento, si stabilì a Milano, dove fu accolto come accademico di Brera e continuò la sua attività con grande intensità. In questa fase la sua pittura si concentrò sulle città italiane e sui paesaggi lombardi, mantenendo sempre un equilibrio tra descrizione realistica e sensibilità luministica. Le sue opere di questo periodo mostrano una maturità stilistica consolidata, in cui la veduta diventa anche racconto della vita quotidiana.

    Negli ultimi anni si dedicò soprattutto ai paesaggi della campagna e dei laghi del Nord Italia, continuando a perfezionare il suo linguaggio pittorico fino alla morte, avvenuta a Firenze nel 1847.

    STIMA min € 10000 - max € 12000

    Lotto 26  

    Piazza a Firenze

    Giuseppe Canella Giuseppe Canella
    Verona 1788 - Firenze 1847
    Olio su lastra di zinco cm 34x26,5 firmato in basso a sx G.Canella

    Giuseppe Canella è stato un pittore italiano nato a Verona nel 1788 e morto a Firenze nel 1847, considerato uno dei più importanti vedutisti dell’Ottocento italiano. La sua formazione avvenne inizialmente all’interno dell’ambiente familiare, poiché il padre Giovanni era architetto e scenografo, e fu proprio da lui che ricevette i primi insegnamenti legati al disegno e alla scenografia teatrale.
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    Questo primo contatto con la rappresentazione dello spazio e della prospettiva influenzò profondamente tutta la sua successiva attività artistica.

    Dopo un periodo di apprendistato tra Verona e altre città del Nord Italia, Canella si avvicinò progressivamente alla pittura di paesaggio, sviluppando un interesse sempre più marcato per la rappresentazione dal vero e per la resa atmosferica dei luoghi. Questo passaggio segnò l’abbandono delle scenografie per dedicarsi completamente alla veduta, genere nel quale avrebbe poi raggiunto i risultati più significativi. Le sue prime opere mostrano già una forte attenzione per la costruzione prospettica e per la descrizione dettagliata dell’ambiente urbano e naturale.

    Un momento decisivo della sua carriera fu il soggiorno a Venezia, dove entrò in contatto con la grande tradizione vedutista settecentesca, da cui trasse importanti stimoli, pur sviluppando uno stile personale più moderno e attento alla vita contemporanea. Nel 1818 esordì ufficialmente all’Accademia di Brera, presentando alcune vedute che attirarono subito l’attenzione della critica.

    Successivamente intraprese un lungo periodo di viaggi che lo portarono prima in Spagna e poi a Parigi. Proprio nella capitale francese Canella raggiunse la piena affermazione artistica, partecipando ai Salon e ottenendo importanti riconoscimenti, tra cui una medaglia d’oro. Le sue vedute parigine si distinguono per la capacità di unire la precisione architettonica alla rappresentazione vivace della vita cittadina, con figure inserite in modo naturale all’interno della scena.

    Rientrato in Italia negli anni Trenta dell’Ottocento, si stabilì a Milano, dove fu accolto come accademico di Brera e continuò la sua attività con grande intensità. In questa fase la sua pittura si concentrò sulle città italiane e sui paesaggi lombardi, mantenendo sempre un equilibrio tra descrizione realistica e sensibilità luministica. Le sue opere di questo periodo mostrano una maturità stilistica consolidata, in cui la veduta diventa anche racconto della vita quotidiana.

    Negli ultimi anni si dedicò soprattutto ai paesaggi della campagna e dei laghi del Nord Italia, continuando a perfezionare il suo linguaggio pittorico fino alla morte, avvenuta a Firenze nel 1847.



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  • Lotto 27  

    L'Arena di Verona

    Angelo Dall'Oca B

    Angelo Dall’Oca Bianca è stato un pittore italiano nato a Verona il 31 marzo 1858 e morto nella stessa città nel 1942. È considerato uno dei principali interpreti della pittura veronese tra Ottocento e Novecento, con una produzione ampia e riconoscibile soprattutto per le scene di genere e le vedute urbane, spesso ambientate nella sua città natale.
    Clicca per espandere



    La sua infanzia fu segnata da condizioni economiche difficili e da una formazione irregolare. In giovane età lavorò come manovale, ma mostrò fin da subito una forte inclinazione per il disegno, che lo portò a intraprendere un percorso artistico quasi autodidatta. Successivamente riuscì a entrare all’Accademia Cignaroli di Verona, dove studiò sotto la guida di Napoleone Nani, formando una solida base tecnica e sviluppando un linguaggio pittorico inizialmente legato al realismo accademico.

    Un momento decisivo della sua crescita fu il contatto con Giacomo Favretto, che influenzò profondamente la sua pittura, indirizzandolo verso una maggiore libertà cromatica e una rappresentazione più vivace e narrativa della realtà. In questa fase iniziale Dall’Oca Bianca si affermò con opere di genere ambientate nella vita quotidiana veronese, caratterizzate da un forte interesse per la figura umana e per la resa immediata delle situazioni, spesso arricchite dall’uso della fotografia come supporto compositivo.

    A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane ed europee, ottenendo un buon successo di pubblico e critica. Le sue opere furono apprezzate per la capacità di unire freschezza narrativa, attenzione al dettaglio e una cromia brillante. In questo periodo la sua produzione si consolidò attorno a soggetti legati alla vita cittadina e alla rappresentazione della società contemporanea, con particolare attenzione alla città di Verona, che divenne uno dei temi centrali del suo lavoro.

    Tra fine Ottocento e inizio Novecento la sua pittura si aprì anche a nuove influenze, avvicinandosi in parte alle correnti simboliste e divisioniste, pur senza abbandonare completamente la matrice verista. Questo aggiornamento stilistico si riflette in opere più complesse e ambiziose, in cui emergono anche tematiche allegoriche e una maggiore attenzione alla costruzione luministica.

    Nel corso del Novecento la sua produzione subì un progressivo irrigidimento stilistico e fu oggetto di critiche da parte delle nuove avanguardie, che lo consideravano legato a una visione ormai superata della pittura figurativa. Nonostante ciò, Dall’Oca Bianca continuò a lavorare e a essere molto apprezzato soprattutto nell’ambiente veronese, dove si dedicò anche ad attività culturali e civiche legate alla sua città.

    Morì a Verona nel 1942Angelo Dall’Oca Bianca è stato un pittore italiano nato a Verona il 31 marzo 1858 e morto nella stessa città nel 1942. È considerato uno dei principali interpreti della pittura veronese tra Ottocento e Novecento, con una produzione ampia e riconoscibile soprattutto per le scene di genere e le vedute urbane, spesso ambientate nella sua città natale.

    La sua infanzia fu segnata da condizioni economiche difficili e da una formazione irregolare. In giovane età lavorò come manovale, ma mostrò fin da subito una forte inclinazione per il disegno, che lo portò a intraprendere un percorso artistico quasi autodidatta. Successivamente riuscì a entrare all’Accademia Cignaroli di Verona, dove studiò sotto la guida di Napoleone Nani, formando una solida base tecnica e sviluppando un linguaggio pittorico inizialmente legato al realismo accademico.

    Un momento decisivo della sua crescita fu il contatto con Giacomo Favretto, che influenzò profondamente la sua pittura, indirizzandolo verso una maggiore libertà cromatica e una rappresentazione più vivace e narrativa della realtà. In questa fase iniziale Dall’Oca Bianca si affermò con opere di genere ambientate nella vita quotidiana veronese, caratterizzate da un forte interesse per la figura umana e per la resa immediata delle situazioni, spesso arricchite dall’uso della fotografia come supporto compositivo.

    A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane ed europee, ottenendo un buon successo di pubblico e critica. Le sue opere furono apprezzate per la capacità di unire freschezza narrativa, attenzione al dettaglio e una cromia brillante. In questo periodo la sua produzione si consolidò attorno a soggetti legati alla vita cittadina e alla rappresentazione della società contemporanea, con particolare attenzione alla città di Verona, che divenne uno dei temi centrali del suo lavoro.

    Tra fine Ottocento e inizio Novecento la sua pittura si aprì anche a nuove influenze, avvicinandosi in parte alle correnti simboliste e divisioniste, pur senza abbandonare completamente la matrice verista. Questo aggiornamento stilistico si riflette in opere più complesse e ambiziose, in cui emergono anche tematiche allegoriche e una maggiore attenzione alla costruzione luministica.

    Nel corso del Novecento la sua produzione subì un progressivo irrigidimento stilistico e fu oggetto di critiche da parte delle nuove avanguardie, che lo consideravano legato a una visione ormai superata della pittura figurativa. Nonostante ciò, Dall’Oca Bianca continuò a lavorare e a essere molto apprezzato soprattutto nell’ambiente veronese, dove si dedicò anche ad attività culturali e civiche legate alla sua città.

    Morì a Verona nel 1942.

    ianca

    Verona 1858 - 1942
    Olio su tavola cm 24x34.5 firmato in basso a sx A.Dall'Oca Bianca
    STIMA min € 8000 - max € 10000

    Lotto 27  

    L'Arena di Verona

    Angelo Dall'Oca Bianca Angelo Dall'Oca B

    Angelo Dall’Oca Bianca è stato un pittore italiano nato a Verona il 31 marzo 1858 e morto nella stessa città nel 1942. È considerato uno dei principali interpreti della pittura veronese tra Ottocento e Novecento, con una produzione ampia e riconoscibile soprattutto per le scene di genere e le vedute urbane, spesso ambientate nella sua città natale.
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    La sua infanzia fu segnata da condizioni economiche difficili e da una formazione irregolare. In giovane età lavorò come manovale, ma mostrò fin da subito una forte inclinazione per il disegno, che lo portò a intraprendere un percorso artistico quasi autodidatta. Successivamente riuscì a entrare all’Accademia Cignaroli di Verona, dove studiò sotto la guida di Napoleone Nani, formando una solida base tecnica e sviluppando un linguaggio pittorico inizialmente legato al realismo accademico.

    Un momento decisivo della sua crescita fu il contatto con Giacomo Favretto, che influenzò profondamente la sua pittura, indirizzandolo verso una maggiore libertà cromatica e una rappresentazione più vivace e narrativa della realtà. In questa fase iniziale Dall’Oca Bianca si affermò con opere di genere ambientate nella vita quotidiana veronese, caratterizzate da un forte interesse per la figura umana e per la resa immediata delle situazioni, spesso arricchite dall’uso della fotografia come supporto compositivo.

    A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane ed europee, ottenendo un buon successo di pubblico e critica. Le sue opere furono apprezzate per la capacità di unire freschezza narrativa, attenzione al dettaglio e una cromia brillante. In questo periodo la sua produzione si consolidò attorno a soggetti legati alla vita cittadina e alla rappresentazione della società contemporanea, con particolare attenzione alla città di Verona, che divenne uno dei temi centrali del suo lavoro.

    Tra fine Ottocento e inizio Novecento la sua pittura si aprì anche a nuove influenze, avvicinandosi in parte alle correnti simboliste e divisioniste, pur senza abbandonare completamente la matrice verista. Questo aggiornamento stilistico si riflette in opere più complesse e ambiziose, in cui emergono anche tematiche allegoriche e una maggiore attenzione alla costruzione luministica.

    Nel corso del Novecento la sua produzione subì un progressivo irrigidimento stilistico e fu oggetto di critiche da parte delle nuove avanguardie, che lo consideravano legato a una visione ormai superata della pittura figurativa. Nonostante ciò, Dall’Oca Bianca continuò a lavorare e a essere molto apprezzato soprattutto nell’ambiente veronese, dove si dedicò anche ad attività culturali e civiche legate alla sua città.

    Morì a Verona nel 1942Angelo Dall’Oca Bianca è stato un pittore italiano nato a Verona il 31 marzo 1858 e morto nella stessa città nel 1942. È considerato uno dei principali interpreti della pittura veronese tra Ottocento e Novecento, con una produzione ampia e riconoscibile soprattutto per le scene di genere e le vedute urbane, spesso ambientate nella sua città natale.

    La sua infanzia fu segnata da condizioni economiche difficili e da una formazione irregolare. In giovane età lavorò come manovale, ma mostrò fin da subito una forte inclinazione per il disegno, che lo portò a intraprendere un percorso artistico quasi autodidatta. Successivamente riuscì a entrare all’Accademia Cignaroli di Verona, dove studiò sotto la guida di Napoleone Nani, formando una solida base tecnica e sviluppando un linguaggio pittorico inizialmente legato al realismo accademico.

    Un momento decisivo della sua crescita fu il contatto con Giacomo Favretto, che influenzò profondamente la sua pittura, indirizzandolo verso una maggiore libertà cromatica e una rappresentazione più vivace e narrativa della realtà. In questa fase iniziale Dall’Oca Bianca si affermò con opere di genere ambientate nella vita quotidiana veronese, caratterizzate da un forte interesse per la figura umana e per la resa immediata delle situazioni, spesso arricchite dall’uso della fotografia come supporto compositivo.

    A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane ed europee, ottenendo un buon successo di pubblico e critica. Le sue opere furono apprezzate per la capacità di unire freschezza narrativa, attenzione al dettaglio e una cromia brillante. In questo periodo la sua produzione si consolidò attorno a soggetti legati alla vita cittadina e alla rappresentazione della società contemporanea, con particolare attenzione alla città di Verona, che divenne uno dei temi centrali del suo lavoro.

    Tra fine Ottocento e inizio Novecento la sua pittura si aprì anche a nuove influenze, avvicinandosi in parte alle correnti simboliste e divisioniste, pur senza abbandonare completamente la matrice verista. Questo aggiornamento stilistico si riflette in opere più complesse e ambiziose, in cui emergono anche tematiche allegoriche e una maggiore attenzione alla costruzione luministica.

    Nel corso del Novecento la sua produzione subì un progressivo irrigidimento stilistico e fu oggetto di critiche da parte delle nuove avanguardie, che lo consideravano legato a una visione ormai superata della pittura figurativa. Nonostante ciò, Dall’Oca Bianca continuò a lavorare e a essere molto apprezzato soprattutto nell’ambiente veronese, dove si dedicò anche ad attività culturali e civiche legate alla sua città.

    Morì a Verona nel 1942.

    ianca

    Verona 1858 - 1942
    Olio su tavola cm 24x34.5 firmato in basso a sx A.Dall'Oca Bianca


    1 offerte pre-asta Fai Offerta Segui Lotto
  • Lotto 28  

    L'attesa

    Beppe Ciardi
    Venezia 1875 - Quinto di Treviso 1932
    Olio su cartone cm 26x20,5 firmato in basso a dx B.Ciardi

    Giuseppe "Beppe" Ciardi (1875-1932) è stato un pittore italiano di rilievo, noto per le sue opere paesaggistiche che catturano l'essenza della laguna veneta e della campagna trevigiana. Nato a Venezia il 18 marzo 1875, figlio del pittore Guglielmo Ciardi e di Linda Locatelli, Beppe crebbe in un ambiente profondamente influenzato dall'arte.
    Clicca per espandere

    Suo padre, uno dei principali esponenti del paesaggismo realista veneto, e sua madre, figlia del ritrattista Gianfranco Locatelli, gli trasmisero fin da giovane una passione per la pittura.

    Fin da bambino, Beppe mostrò un interesse profondo per l'arte, trascorrendo molto tempo nello studio del padre e tentando i suoi primi schizzi. Nel 1896, all'età di 21 anni, si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Ettore Tito, un noto pittore verista. Durante gli anni accademici, Beppe affinò le sue tecniche pittoriche, sviluppando uno stile personale che univa l'influenza del padre a una sensibilità propria.

    Nel 1899, Beppe esordì alla Biennale di Venezia con l'opera "Monte Rosa" e il trittico "Terra in fiore", segnando un distacco dalla pittura paterna e avvicinandosi alle tematiche divisioniste espresse da Giovanni Segantini. L'anno successivo, nel 1900, ottenne il premio Fumagalli all'Esposizione della Permanente di Milano con "Traghetto delle Agnelle". Nel 1904 partecipò all'Esposizione internazionale di San Francisco, dove ricevette una medaglia d'argento, e nel 1906 espose undici quadri della serie "Silenzi notturni e crepuscolari" all'Esposizione internazionale del Sempione.

    Nel 1912, alla X Biennale di Venezia, Beppe tenne una mostra personale con 45 tele, tra cui la nota "I saltimbanchi". Dopo una breve interruzione dovuta alla partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, riprese la sua attività artistica, partecipando a numerose Biennali di Venezia, segnate dalla diffusione di movimenti avanguardistici come il Futurismo e l'Espressionismo.

    Oltre alla pittura, Beppe Ciardi alternò la sua attività artistica con quella di agricoltore, trascorrendo la vita tra Venezia, Canove di Asiago e Quinto di Treviso, profondamente legato alla campagna trevigiana che riprodusse spesso nelle sue opere. La sua produzione artistica comprende numerosi paesaggi, marine e scene di vita quotidiana, caratterizzati da una luce vibrante e una tecnica pittorica raffinata.

    Beppe Ciardi morì improvvisamente il 14 giugno 1932 a Quinto di Treviso, dove fu sepolto. La moglie Emilia Rizzotti, modella di numerosi suoi lavori, raccolse una grande quantità di opere presso Villa Ciardi, istituendo una collezione che terminò con la cessione delle opere da parte degli eredi. Nel tempo, furono organizzate diverse mostre postume, tra cui nel 1932 presso la Galleria Pesaro di Milano, nel 1935 alla Biennale di Venezia e al Jeu de Paume di Parigi, nel 1936 presso l'Associazione Nazionale delle Famiglie dei Caduti di Guerra di Milano, nel 1939 al Caffè Pedrocchi di Padova, nel 1953 alla Galleria Giosio di Roma e nel 1983 alla Mostra d’Arte Trevigiana.

    Le opere di Beppe Ciardi sono oggi conservate in numerose collezioni pubbliche e private, testimoniando l'importanza del suo contributo all'arte paesaggistica italiana.

    STIMA min € 3000 - max € 3500

    Lotto 28  

    L'attesa

    Beppe Ciardi Beppe Ciardi
    Venezia 1875 - Quinto di Treviso 1932
    Olio su cartone cm 26x20,5 firmato in basso a dx B.Ciardi

    Giuseppe "Beppe" Ciardi (1875-1932) è stato un pittore italiano di rilievo, noto per le sue opere paesaggistiche che catturano l'essenza della laguna veneta e della campagna trevigiana. Nato a Venezia il 18 marzo 1875, figlio del pittore Guglielmo Ciardi e di Linda Locatelli, Beppe crebbe in un ambiente profondamente influenzato dall'arte.
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    Suo padre, uno dei principali esponenti del paesaggismo realista veneto, e sua madre, figlia del ritrattista Gianfranco Locatelli, gli trasmisero fin da giovane una passione per la pittura.

    Fin da bambino, Beppe mostrò un interesse profondo per l'arte, trascorrendo molto tempo nello studio del padre e tentando i suoi primi schizzi. Nel 1896, all'età di 21 anni, si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Ettore Tito, un noto pittore verista. Durante gli anni accademici, Beppe affinò le sue tecniche pittoriche, sviluppando uno stile personale che univa l'influenza del padre a una sensibilità propria.

    Nel 1899, Beppe esordì alla Biennale di Venezia con l'opera "Monte Rosa" e il trittico "Terra in fiore", segnando un distacco dalla pittura paterna e avvicinandosi alle tematiche divisioniste espresse da Giovanni Segantini. L'anno successivo, nel 1900, ottenne il premio Fumagalli all'Esposizione della Permanente di Milano con "Traghetto delle Agnelle". Nel 1904 partecipò all'Esposizione internazionale di San Francisco, dove ricevette una medaglia d'argento, e nel 1906 espose undici quadri della serie "Silenzi notturni e crepuscolari" all'Esposizione internazionale del Sempione.

    Nel 1912, alla X Biennale di Venezia, Beppe tenne una mostra personale con 45 tele, tra cui la nota "I saltimbanchi". Dopo una breve interruzione dovuta alla partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, riprese la sua attività artistica, partecipando a numerose Biennali di Venezia, segnate dalla diffusione di movimenti avanguardistici come il Futurismo e l'Espressionismo.

    Oltre alla pittura, Beppe Ciardi alternò la sua attività artistica con quella di agricoltore, trascorrendo la vita tra Venezia, Canove di Asiago e Quinto di Treviso, profondamente legato alla campagna trevigiana che riprodusse spesso nelle sue opere. La sua produzione artistica comprende numerosi paesaggi, marine e scene di vita quotidiana, caratterizzati da una luce vibrante e una tecnica pittorica raffinata.

    Beppe Ciardi morì improvvisamente il 14 giugno 1932 a Quinto di Treviso, dove fu sepolto. La moglie Emilia Rizzotti, modella di numerosi suoi lavori, raccolse una grande quantità di opere presso Villa Ciardi, istituendo una collezione che terminò con la cessione delle opere da parte degli eredi. Nel tempo, furono organizzate diverse mostre postume, tra cui nel 1932 presso la Galleria Pesaro di Milano, nel 1935 alla Biennale di Venezia e al Jeu de Paume di Parigi, nel 1936 presso l'Associazione Nazionale delle Famiglie dei Caduti di Guerra di Milano, nel 1939 al Caffè Pedrocchi di Padova, nel 1953 alla Galleria Giosio di Roma e nel 1983 alla Mostra d’Arte Trevigiana.

    Le opere di Beppe Ciardi sono oggi conservate in numerose collezioni pubbliche e private, testimoniando l'importanza del suo contributo all'arte paesaggistica italiana.



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  • Lotto 29  

    Dipingendo sulla riva

    Antonio Paoletti
    Venezia 1834 - Venezia 1912
    Olio su cartone cm 24x34,5 firmato in basso a sx A.Paoletti

    Antonio Paoletti è stato un pittore italiano nato a Venezia l’8 maggio 1834 e morto nella stessa città il 13 dicembre 1912. È considerato un interprete significativo della pittura di genere veneziana dell’Ottocento, con una produzione incentrata soprattutto sulla rappresentazione della vita quotidiana della laguna e dei suoi abitanti.
    Clicca per espandere



    Figlio di Ermolao Paoletti, studioso, scrittore e artista molto noto nell’ambiente culturale veneziano, Antonio crebbe in un contesto fortemente orientato alle arti e alla cultura. Questo ambiente familiare favorì il suo precoce avvicinamento alla pittura, che lo portò a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Pompeo Marino Molmenti e si formò all’interno della tradizione figurativa accademica.

    Fin dai primi anni di attività, Paoletti sviluppò una forte predilezione per le scene di genere, in particolare per quelle ambientate nella Venezia popolare. I suoi dipinti ritraggono spesso bambini, mercanti, pescatori e momenti di vita quotidiana, con uno stile attento alla narrazione e ai dettagli, capace di unire realismo e immediatezza espressiva. La sua pittura si distingue per la capacità di cogliere aspetti vivaci e talvolta affettuosi della vita cittadina, restituendo un’immagine vivace e umana della Venezia ottocentesca.

    Parallelamente alla pittura di genere, Paoletti si dedicò anche all’arte sacra e alla decorazione ad affresco, realizzando opere per chiese del Veneto. In questi lavori mantenne la stessa attenzione per la composizione chiara e per la resa accurata delle figure, adattando il suo linguaggio alle esigenze della committenza religiosa.

    Nel corso della sua carriera partecipò a diverse esposizioni nazionali, tra cui quelle di Milano, Torino e Firenze, ottenendo una buona considerazione critica e una discreta fortuna espositiva. Insegnò inoltre presso l’Accademia di Venezia, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti.

    La sua produzione fu coerente e legata a una visione tradizionale della pittura, lontana dalle avanguardie ma profondamente radicata nella cultura figurativa veneziana del suo tempo. Morì a Venezia nel 1912Antonio Paoletti è stato un pittore italiano nato a Venezia l’8 maggio 1834 e morto nella stessa città il 13 dicembre 1912. È considerato un interprete significativo della pittura di genere veneziana dell’Ottocento, con una produzione incentrata soprattutto sulla rappresentazione della vita quotidiana della laguna e dei suoi abitanti.

    Figlio di Ermolao Paoletti, studioso, scrittore e artista molto noto nell’ambiente culturale veneziano, Antonio crebbe in un contesto fortemente orientato alle arti e alla cultura. Questo ambiente familiare favorì il suo precoce avvicinamento alla pittura, che lo portò a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Pompeo Marino Molmenti e si formò all’interno della tradizione figurativa accademica.

    Fin dai primi anni di attività, Paoletti sviluppò una forte predilezione per le scene di genere, in particolare per quelle ambientate nella Venezia popolare. I suoi dipinti ritraggono spesso bambini, mercanti, pescatori e momenti di vita quotidiana, con uno stile attento alla narrazione e ai dettagli, capace di unire realismo e immediatezza espressiva. La sua pittura si distingue per la capacità di cogliere aspetti vivaci e talvolta affettuosi della vita cittadina, restituendo un’immagine vivace e umana della Venezia ottocentesca.

    Parallelamente alla pittura di genere, Paoletti si dedicò anche all’arte sacra e alla decorazione ad affresco, realizzando opere per chiese del Veneto. In questi lavori mantenne la stessa attenzione per la composizione chiara e per la resa accurata delle figure, adattando il suo linguaggio alle esigenze della committenza religiosa.

    Nel corso della sua carriera partecipò a diverse esposizioni nazionali, tra cui quelle di Milano, Torino e Firenze, ottenendo una buona considerazione critica e una discreta fortuna espositiva. Insegnò inoltre presso l’Accademia di Venezia, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti.

    La sua produzione fu coerente e legata a una visione tradizionale della pittura, lontana dalle avanguardie ma profondamente radicata nella cultura figurativa veneziana del suo tempo. Morì a Venezia nel 1912.

    STIMA min € 2500 - max € 3000

    Lotto 29  

    Dipingendo sulla riva

    Antonio Paoletti Antonio Paoletti
    Venezia 1834 - Venezia 1912
    Olio su cartone cm 24x34,5 firmato in basso a sx A.Paoletti

    Antonio Paoletti è stato un pittore italiano nato a Venezia l’8 maggio 1834 e morto nella stessa città il 13 dicembre 1912. È considerato un interprete significativo della pittura di genere veneziana dell’Ottocento, con una produzione incentrata soprattutto sulla rappresentazione della vita quotidiana della laguna e dei suoi abitanti.
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    Figlio di Ermolao Paoletti, studioso, scrittore e artista molto noto nell’ambiente culturale veneziano, Antonio crebbe in un contesto fortemente orientato alle arti e alla cultura. Questo ambiente familiare favorì il suo precoce avvicinamento alla pittura, che lo portò a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Pompeo Marino Molmenti e si formò all’interno della tradizione figurativa accademica.

    Fin dai primi anni di attività, Paoletti sviluppò una forte predilezione per le scene di genere, in particolare per quelle ambientate nella Venezia popolare. I suoi dipinti ritraggono spesso bambini, mercanti, pescatori e momenti di vita quotidiana, con uno stile attento alla narrazione e ai dettagli, capace di unire realismo e immediatezza espressiva. La sua pittura si distingue per la capacità di cogliere aspetti vivaci e talvolta affettuosi della vita cittadina, restituendo un’immagine vivace e umana della Venezia ottocentesca.

    Parallelamente alla pittura di genere, Paoletti si dedicò anche all’arte sacra e alla decorazione ad affresco, realizzando opere per chiese del Veneto. In questi lavori mantenne la stessa attenzione per la composizione chiara e per la resa accurata delle figure, adattando il suo linguaggio alle esigenze della committenza religiosa.

    Nel corso della sua carriera partecipò a diverse esposizioni nazionali, tra cui quelle di Milano, Torino e Firenze, ottenendo una buona considerazione critica e una discreta fortuna espositiva. Insegnò inoltre presso l’Accademia di Venezia, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti.

    La sua produzione fu coerente e legata a una visione tradizionale della pittura, lontana dalle avanguardie ma profondamente radicata nella cultura figurativa veneziana del suo tempo. Morì a Venezia nel 1912Antonio Paoletti è stato un pittore italiano nato a Venezia l’8 maggio 1834 e morto nella stessa città il 13 dicembre 1912. È considerato un interprete significativo della pittura di genere veneziana dell’Ottocento, con una produzione incentrata soprattutto sulla rappresentazione della vita quotidiana della laguna e dei suoi abitanti.

    Figlio di Ermolao Paoletti, studioso, scrittore e artista molto noto nell’ambiente culturale veneziano, Antonio crebbe in un contesto fortemente orientato alle arti e alla cultura. Questo ambiente familiare favorì il suo precoce avvicinamento alla pittura, che lo portò a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove fu allievo di Pompeo Marino Molmenti e si formò all’interno della tradizione figurativa accademica.

    Fin dai primi anni di attività, Paoletti sviluppò una forte predilezione per le scene di genere, in particolare per quelle ambientate nella Venezia popolare. I suoi dipinti ritraggono spesso bambini, mercanti, pescatori e momenti di vita quotidiana, con uno stile attento alla narrazione e ai dettagli, capace di unire realismo e immediatezza espressiva. La sua pittura si distingue per la capacità di cogliere aspetti vivaci e talvolta affettuosi della vita cittadina, restituendo un’immagine vivace e umana della Venezia ottocentesca.

    Parallelamente alla pittura di genere, Paoletti si dedicò anche all’arte sacra e alla decorazione ad affresco, realizzando opere per chiese del Veneto. In questi lavori mantenne la stessa attenzione per la composizione chiara e per la resa accurata delle figure, adattando il suo linguaggio alle esigenze della committenza religiosa.

    Nel corso della sua carriera partecipò a diverse esposizioni nazionali, tra cui quelle di Milano, Torino e Firenze, ottenendo una buona considerazione critica e una discreta fortuna espositiva. Insegnò inoltre presso l’Accademia di Venezia, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti.

    La sua produzione fu coerente e legata a una visione tradizionale della pittura, lontana dalle avanguardie ma profondamente radicata nella cultura figurativa veneziana del suo tempo. Morì a Venezia nel 1912.



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  • Lotto 30  

    La preghiera

    Alessandro Zezzos
    Venezia 1848 - Vittorio Veneto 1914
    Olio su tela cm 45,5x25 firmato in basso a sx Zezzos

    Alessandro Zezzos è stato un pittore italiano nato a Venezia nel 1848 e morto a Vittorio Veneto nel 1914. È considerato uno dei più raffinati interpreti della pittura di genere veneziana dell’Ottocento, specializzato in scene ambientate nella vita quotidiana della città lagunare, con particolare attenzione ai costumi, agli interni domestici e ai momenti di vita popolare.
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    Figlio di padre greco e madre veneziana, crebbe in un ambiente culturalmente vivace che contribuì a sviluppare la sua sensibilità artistica e il suo interesse per la rappresentazione della realtà veneziana. Dopo aver completato gli studi classici, si formò presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della pittura veneziana dell’epoca, tra cui Giacomo Favretto, Luigi Nono, Guglielmo Ciardi e Alessandro Milesi. In questo ambiente maturò una formazione solida e un orientamento stilistico che lo avvicinò alla pittura di genere.

    Particolarmente influenzato da Favretto, con il quale ebbe un rapporto di amicizia e scambio artistico, Zezzos sviluppò una pittura vivace e narrativa, spesso ambientata in una Venezia idealizzata del Settecento, secondo un gusto molto diffuso nell’Ottocento. Le sue opere si distinguono per l’attenzione al dettaglio, la resa accurata dei costumi e la capacità di costruire scene animate e teatrali, in cui la figura umana è sempre protagonista.

    Esordì giovanissimo esponendo nel 1873 alla Promotrice di Venezia, dove presentò opere di genere che ottennero subito attenzione. Negli anni successivi partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, tra cui quelle di Milano, Roma e Parigi, consolidando la sua reputazione di acquerellista di grande abilità. Proprio nell’acquerello trovò il mezzo espressivo più congeniale, distinguendosi per una tecnica raffinata e per la capacità di rendere con leggerezza e precisione le atmosfere veneziane.

    Nel corso della sua carriera realizzò anche vedute e scene di costume, spesso legate alla vita popolare e alla quotidianità della città, alternando soggetti più narrativi ad altri di taglio più intimista. La sua pittura, pur rimanendo legata alla tradizione figurativa ottocentesca, mostra in alcuni momenti una sensibilità più libera nella pennellata e una particolare attenzione agli effetti atmosferici.

    Negli ultimi anni della sua vita viaggiò e lavorò anche fuori da Venezia, ma rimase sempre profondamente legato alla sua città natale, che continuò a essere la principale fonte di ispirazione della sua opera. Morì nel 1914 a Vittorio VenetoAlessandro Zezzos è stato un pittore italiano nato a Venezia nel 1848 e morto a Vittorio Veneto nel 1914. È considerato uno dei più raffinati interpreti della pittura di genere veneziana dell’Ottocento, specializzato in scene ambientate nella vita quotidiana della città lagunare, con particolare attenzione ai costumi, agli interni domestici e ai momenti di vita popolare.

    Figlio di padre greco e madre veneziana, crebbe in un ambiente culturalmente vivace che contribuì a sviluppare la sua sensibilità artistica e il suo interesse per la rappresentazione della realtà veneziana. Dopo aver completato gli studi classici, si formò presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della pittura veneziana dell’epoca, tra cui Giacomo Favretto, Luigi Nono, Guglielmo Ciardi e Alessandro Milesi. In questo ambiente maturò una formazione solida e un orientamento stilistico che lo avvicinò alla pittura di genere.

    Particolarmente influenzato da Favretto, con il quale ebbe un rapporto di amicizia e scambio artistico, Zezzos sviluppò una pittura vivace e narrativa, spesso ambientata in una Venezia idealizzata del Settecento, secondo un gusto molto diffuso nell’Ottocento. Le sue opere si distinguono per l’attenzione al dettaglio, la resa accurata dei costumi e la capacità di costruire scene animate e teatrali, in cui la figura umana è sempre protagonista.

    Esordì giovanissimo esponendo nel 1873 alla Promotrice di Venezia, dove presentò opere di genere che ottennero subito attenzione. Negli anni successivi partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, tra cui quelle di Milano, Roma e Parigi, consolidando la sua reputazione di acquerellista di grande abilità. Proprio nell’acquerello trovò il mezzo espressivo più congeniale, distinguendosi per una tecnica raffinata e per la capacità di rendere con leggerezza e precisione le atmosfere veneziane.

    Nel corso della sua carriera realizzò anche vedute e scene di costume, spesso legate alla vita popolare e alla quotidianità della città, alternando soggetti più narrativi ad altri di taglio più intimista. La sua pittura, pur rimanendo legata alla tradizione figurativa ottocentesca, mostra in alcuni momenti una sensibilità più libera nella pennellata e una particolare attenzione agli effetti atmosferici.

    Negli ultimi anni della sua vita viaggiò e lavorò anche fuori da Venezia, ma rimase sempre profondamente legato alla sua città natale, che continuò a essere la principale fonte di ispirazione della sua opera. Morì nel 1914 a Vittorio Veneto.

    STIMA min € 2500 - max € 3000

    Lotto 30  

    La preghiera

    Alessandro Zezzos Alessandro Zezzos
    Venezia 1848 - Vittorio Veneto 1914
    Olio su tela cm 45,5x25 firmato in basso a sx Zezzos

    Alessandro Zezzos è stato un pittore italiano nato a Venezia nel 1848 e morto a Vittorio Veneto nel 1914. È considerato uno dei più raffinati interpreti della pittura di genere veneziana dell’Ottocento, specializzato in scene ambientate nella vita quotidiana della città lagunare, con particolare attenzione ai costumi, agli interni domestici e ai momenti di vita popolare.
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    Figlio di padre greco e madre veneziana, crebbe in un ambiente culturalmente vivace che contribuì a sviluppare la sua sensibilità artistica e il suo interesse per la rappresentazione della realtà veneziana. Dopo aver completato gli studi classici, si formò presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della pittura veneziana dell’epoca, tra cui Giacomo Favretto, Luigi Nono, Guglielmo Ciardi e Alessandro Milesi. In questo ambiente maturò una formazione solida e un orientamento stilistico che lo avvicinò alla pittura di genere.

    Particolarmente influenzato da Favretto, con il quale ebbe un rapporto di amicizia e scambio artistico, Zezzos sviluppò una pittura vivace e narrativa, spesso ambientata in una Venezia idealizzata del Settecento, secondo un gusto molto diffuso nell’Ottocento. Le sue opere si distinguono per l’attenzione al dettaglio, la resa accurata dei costumi e la capacità di costruire scene animate e teatrali, in cui la figura umana è sempre protagonista.

    Esordì giovanissimo esponendo nel 1873 alla Promotrice di Venezia, dove presentò opere di genere che ottennero subito attenzione. Negli anni successivi partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, tra cui quelle di Milano, Roma e Parigi, consolidando la sua reputazione di acquerellista di grande abilità. Proprio nell’acquerello trovò il mezzo espressivo più congeniale, distinguendosi per una tecnica raffinata e per la capacità di rendere con leggerezza e precisione le atmosfere veneziane.

    Nel corso della sua carriera realizzò anche vedute e scene di costume, spesso legate alla vita popolare e alla quotidianità della città, alternando soggetti più narrativi ad altri di taglio più intimista. La sua pittura, pur rimanendo legata alla tradizione figurativa ottocentesca, mostra in alcuni momenti una sensibilità più libera nella pennellata e una particolare attenzione agli effetti atmosferici.

    Negli ultimi anni della sua vita viaggiò e lavorò anche fuori da Venezia, ma rimase sempre profondamente legato alla sua città natale, che continuò a essere la principale fonte di ispirazione della sua opera. Morì nel 1914 a Vittorio VenetoAlessandro Zezzos è stato un pittore italiano nato a Venezia nel 1848 e morto a Vittorio Veneto nel 1914. È considerato uno dei più raffinati interpreti della pittura di genere veneziana dell’Ottocento, specializzato in scene ambientate nella vita quotidiana della città lagunare, con particolare attenzione ai costumi, agli interni domestici e ai momenti di vita popolare.

    Figlio di padre greco e madre veneziana, crebbe in un ambiente culturalmente vivace che contribuì a sviluppare la sua sensibilità artistica e il suo interesse per la rappresentazione della realtà veneziana. Dopo aver completato gli studi classici, si formò presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della pittura veneziana dell’epoca, tra cui Giacomo Favretto, Luigi Nono, Guglielmo Ciardi e Alessandro Milesi. In questo ambiente maturò una formazione solida e un orientamento stilistico che lo avvicinò alla pittura di genere.

    Particolarmente influenzato da Favretto, con il quale ebbe un rapporto di amicizia e scambio artistico, Zezzos sviluppò una pittura vivace e narrativa, spesso ambientata in una Venezia idealizzata del Settecento, secondo un gusto molto diffuso nell’Ottocento. Le sue opere si distinguono per l’attenzione al dettaglio, la resa accurata dei costumi e la capacità di costruire scene animate e teatrali, in cui la figura umana è sempre protagonista.

    Esordì giovanissimo esponendo nel 1873 alla Promotrice di Venezia, dove presentò opere di genere che ottennero subito attenzione. Negli anni successivi partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, tra cui quelle di Milano, Roma e Parigi, consolidando la sua reputazione di acquerellista di grande abilità. Proprio nell’acquerello trovò il mezzo espressivo più congeniale, distinguendosi per una tecnica raffinata e per la capacità di rendere con leggerezza e precisione le atmosfere veneziane.

    Nel corso della sua carriera realizzò anche vedute e scene di costume, spesso legate alla vita popolare e alla quotidianità della città, alternando soggetti più narrativi ad altri di taglio più intimista. La sua pittura, pur rimanendo legata alla tradizione figurativa ottocentesca, mostra in alcuni momenti una sensibilità più libera nella pennellata e una particolare attenzione agli effetti atmosferici.

    Negli ultimi anni della sua vita viaggiò e lavorò anche fuori da Venezia, ma rimase sempre profondamente legato alla sua città natale, che continuò a essere la principale fonte di ispirazione della sua opera. Morì nel 1914 a Vittorio Veneto.



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  • Lotto 31  

    Pensieri

    Mose Bianchi
    Monza 1840 - 1904
    Olio su tavola cm 30,5x22,5 firmato in alto a dx Mose Bianchi

    Mosè Bianchi nacque a Monza il 13 ottobre 1840 in una famiglia di artisti: il padre, Giosuè, era insegnante di disegno e pittore dilettante, e trasmise al figlio la passione per l’arte. Dopo gli studi tecnici, Mosè si iscrisse nel 1856 all’Accademia di Brera a Milano, dove studiò con Albert Zimmermann e Giuseppe Bertini, affiancando compagni come Filippo Carcano, Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni.
    Clicca per espandere

    Nel 1859, spinto dal fervore risorgimentale, partecipò come volontario ai Cacciatori delle Alpi nella seconda guerra d’indipendenza, esperienza che lasciò in lui un’impronta profonda.

    Terminati gli studi nel 1864, si dedicò alle prime opere di soggetto storico e religioso, caratterizzate da un linguaggio ancora legato al gusto romantico e accademico. Nel 1867 vinse il prestigioso pensionato Oggioni con l’opera La visione di Saul, che gli permise di soggiornare a Venezia e successivamente a Parigi. A Venezia studiò i maestri del Settecento, in particolare Tiepolo, mentre a Parigi entrò in contatto con la pittura brillante e luminosa di Mariano Fortuny. Queste esperienze lo spinsero verso una visione più libera e moderna, incentrata sul colore e sulla luce.

    Rientrato a Milano, Bianchi divenne presto una figura di spicco nell’ambiente artistico lombardo. Si dedicò a diversi generi: ritratti, scene di genere, affreschi e paesaggi. Tra i suoi lavori più noti figurano gli affreschi di Villa Giovanelli a Lonigo. Negli anni Settanta e Ottanta la sua pittura raggiunse la piena maturità, con opere che uniscono delicatezza atmosferica e sensibilità luministica. Le vedute di Venezia, Chioggia e Milano sotto la neve, come Laguna in burrasca, testimoniano la sua capacità di rendere la vibrazione dell’aria e la poesia della luce.

    Pur non appartenendo ai movimenti d’avanguardia, Bianchi mostrò un’attenzione moderna per la vita quotidiana e per gli effetti della luce naturale. La sua pennellata libera e la sensibilità cromatica lo posero come anello di congiunzione tra la tradizione accademica e le nuove tendenze pittoriche dell’Ottocento. Fu inoltre consigliere dell’Accademia di Brera e nel 1898 venne nominato direttore dell’Accademia Cignaroli di Verona, segno del grande prestigio raggiunto.

    Negli ultimi anni la salute precaria lo costrinse a ritirarsi nella sua città natale, dove morì il 15 marzo 1904. L’opera di Mosè Bianchi, vasta e coerente, comprende ritratti, affreschi, acquerelli, incisioni e vedute, tutte attraversate da una profonda attenzione alla luce e alla realtà osservata con sensibilità poetica. È considerato uno dei protagonisti più importanti della pittura lombarda dell’Ottocento, capace di fondere rigore tecnico e intima emozione.

    STIMA min € 3500 - max € 4000

    Lotto 31  

    Pensieri

    Mose Bianchi Mose Bianchi
    Monza 1840 - 1904
    Olio su tavola cm 30,5x22,5 firmato in alto a dx Mose Bianchi

    Mosè Bianchi nacque a Monza il 13 ottobre 1840 in una famiglia di artisti: il padre, Giosuè, era insegnante di disegno e pittore dilettante, e trasmise al figlio la passione per l’arte. Dopo gli studi tecnici, Mosè si iscrisse nel 1856 all’Accademia di Brera a Milano, dove studiò con Albert Zimmermann e Giuseppe Bertini, affiancando compagni come Filippo Carcano, Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni.
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    Nel 1859, spinto dal fervore risorgimentale, partecipò come volontario ai Cacciatori delle Alpi nella seconda guerra d’indipendenza, esperienza che lasciò in lui un’impronta profonda.

    Terminati gli studi nel 1864, si dedicò alle prime opere di soggetto storico e religioso, caratterizzate da un linguaggio ancora legato al gusto romantico e accademico. Nel 1867 vinse il prestigioso pensionato Oggioni con l’opera La visione di Saul, che gli permise di soggiornare a Venezia e successivamente a Parigi. A Venezia studiò i maestri del Settecento, in particolare Tiepolo, mentre a Parigi entrò in contatto con la pittura brillante e luminosa di Mariano Fortuny. Queste esperienze lo spinsero verso una visione più libera e moderna, incentrata sul colore e sulla luce.

    Rientrato a Milano, Bianchi divenne presto una figura di spicco nell’ambiente artistico lombardo. Si dedicò a diversi generi: ritratti, scene di genere, affreschi e paesaggi. Tra i suoi lavori più noti figurano gli affreschi di Villa Giovanelli a Lonigo. Negli anni Settanta e Ottanta la sua pittura raggiunse la piena maturità, con opere che uniscono delicatezza atmosferica e sensibilità luministica. Le vedute di Venezia, Chioggia e Milano sotto la neve, come Laguna in burrasca, testimoniano la sua capacità di rendere la vibrazione dell’aria e la poesia della luce.

    Pur non appartenendo ai movimenti d’avanguardia, Bianchi mostrò un’attenzione moderna per la vita quotidiana e per gli effetti della luce naturale. La sua pennellata libera e la sensibilità cromatica lo posero come anello di congiunzione tra la tradizione accademica e le nuove tendenze pittoriche dell’Ottocento. Fu inoltre consigliere dell’Accademia di Brera e nel 1898 venne nominato direttore dell’Accademia Cignaroli di Verona, segno del grande prestigio raggiunto.

    Negli ultimi anni la salute precaria lo costrinse a ritirarsi nella sua città natale, dove morì il 15 marzo 1904. L’opera di Mosè Bianchi, vasta e coerente, comprende ritratti, affreschi, acquerelli, incisioni e vedute, tutte attraversate da una profonda attenzione alla luce e alla realtà osservata con sensibilità poetica. È considerato uno dei protagonisti più importanti della pittura lombarda dell’Ottocento, capace di fondere rigore tecnico e intima emozione.



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  • Lotto 32  

    Lungo il sentiero

    Eugenio Spreafico
    Monza 1856 - Magreglio 1919
    Olio su tavola cm 18,5x36,5 firmato in basso a dx Spreafico

    Eugenio Spreafico è stato un pittore italiano nato a Monza nel 1856 e morto a Magreglio nel 1919. È considerato uno dei principali interpreti del verismo lombardo, con una produzione incentrata soprattutto sul paesaggio e sulla rappresentazione della vita rurale della Brianza e della campagna lombarda.
    Clicca per espandere



    Si formò all’Accademia di Brera a Milano, dove studiò sotto la guida di importanti maestri dell’epoca e acquisì una solida preparazione tecnica. Fin dagli esordi si orientò verso la pittura dal vero, sviluppando un linguaggio fortemente legato all’osservazione diretta della natura e alla resa immediata delle condizioni atmosferiche.

    A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane, distinguendosi come pittore di paesaggio e di scene di genere. Le sue opere rappresentano spesso contadini, lavoratrici dei campi e momenti di vita quotidiana, con un taglio realistico ma attento anche alla componente emotiva e narrativa delle scene.

    Stabilitosi nella zona del lago di Como, trovò nel paesaggio lombardo la sua principale fonte di ispirazione. In questa fase la sua pittura si arricchisce di una maggiore sensibilità luministica e atmosferica, pur mantenendo una forte aderenza alla realtà e una costante attenzione al mondo popolare.

    Continuò a lavorare fino agli ultimi anni della sua vita, rimanendo fedele a una visione della pittura legata al vero e alla tradizione verista. Morì nel 1919 a MagreglioEugenio Spreafico è stato un pittore italiano nato a Monza nel 1856 e morto a Magreglio nel 1919. È considerato uno dei principali interpreti del verismo lombardo, con una produzione incentrata soprattutto sul paesaggio e sulla rappresentazione della vita rurale della Brianza e della campagna lombarda.

    Si formò all’Accademia di Brera a Milano, dove studiò sotto la guida di importanti maestri dell’epoca e acquisì una solida preparazione tecnica. Fin dagli esordi si orientò verso la pittura dal vero, sviluppando un linguaggio fortemente legato all’osservazione diretta della natura e alla resa immediata delle condizioni atmosferiche.

    A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane, distinguendosi come pittore di paesaggio e di scene di genere. Le sue opere rappresentano spesso contadini, lavoratrici dei campi e momenti di vita quotidiana, con un taglio realistico ma attento anche alla componente emotiva e narrativa delle scene.

    Stabilitosi nella zona del lago di Como, trovò nel paesaggio lombardo la sua principale fonte di ispirazione. In questa fase la sua pittura si arricchisce di una maggiore sensibilità luministica e atmosferica, pur mantenendo una forte aderenza alla realtà e una costante attenzione al mondo popolare.

    Continuò a lavorare fino agli ultimi anni della sua vita, rimanendo fedele a una visione della pittura legata al vero e alla tradizione verista. Morì nel 1919 a Magreglio.

    STIMA min € 2500 - max € 3000

    Lotto 32  

    Lungo il sentiero

    Eugenio Spreafico Eugenio Spreafico
    Monza 1856 - Magreglio 1919
    Olio su tavola cm 18,5x36,5 firmato in basso a dx Spreafico

    Eugenio Spreafico è stato un pittore italiano nato a Monza nel 1856 e morto a Magreglio nel 1919. È considerato uno dei principali interpreti del verismo lombardo, con una produzione incentrata soprattutto sul paesaggio e sulla rappresentazione della vita rurale della Brianza e della campagna lombarda.
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    Si formò all’Accademia di Brera a Milano, dove studiò sotto la guida di importanti maestri dell’epoca e acquisì una solida preparazione tecnica. Fin dagli esordi si orientò verso la pittura dal vero, sviluppando un linguaggio fortemente legato all’osservazione diretta della natura e alla resa immediata delle condizioni atmosferiche.

    A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane, distinguendosi come pittore di paesaggio e di scene di genere. Le sue opere rappresentano spesso contadini, lavoratrici dei campi e momenti di vita quotidiana, con un taglio realistico ma attento anche alla componente emotiva e narrativa delle scene.

    Stabilitosi nella zona del lago di Como, trovò nel paesaggio lombardo la sua principale fonte di ispirazione. In questa fase la sua pittura si arricchisce di una maggiore sensibilità luministica e atmosferica, pur mantenendo una forte aderenza alla realtà e una costante attenzione al mondo popolare.

    Continuò a lavorare fino agli ultimi anni della sua vita, rimanendo fedele a una visione della pittura legata al vero e alla tradizione verista. Morì nel 1919 a MagreglioEugenio Spreafico è stato un pittore italiano nato a Monza nel 1856 e morto a Magreglio nel 1919. È considerato uno dei principali interpreti del verismo lombardo, con una produzione incentrata soprattutto sul paesaggio e sulla rappresentazione della vita rurale della Brianza e della campagna lombarda.

    Si formò all’Accademia di Brera a Milano, dove studiò sotto la guida di importanti maestri dell’epoca e acquisì una solida preparazione tecnica. Fin dagli esordi si orientò verso la pittura dal vero, sviluppando un linguaggio fortemente legato all’osservazione diretta della natura e alla resa immediata delle condizioni atmosferiche.

    A partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento partecipò con regolarità alle principali esposizioni italiane, distinguendosi come pittore di paesaggio e di scene di genere. Le sue opere rappresentano spesso contadini, lavoratrici dei campi e momenti di vita quotidiana, con un taglio realistico ma attento anche alla componente emotiva e narrativa delle scene.

    Stabilitosi nella zona del lago di Como, trovò nel paesaggio lombardo la sua principale fonte di ispirazione. In questa fase la sua pittura si arricchisce di una maggiore sensibilità luministica e atmosferica, pur mantenendo una forte aderenza alla realtà e una costante attenzione al mondo popolare.

    Continuò a lavorare fino agli ultimi anni della sua vita, rimanendo fedele a una visione della pittura legata al vero e alla tradizione verista. Morì nel 1919 a Magreglio.



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  • Lotto 33  

    Lugano da Cureggia

    Ambrogio Preda
    Milano 1839 - Davesco ( Lugano ) 1906
    Olio su tela cm 23x42 firmato in basso a dx A.Preda

    Ambrogio Preda (Milano, 1839 - Davesco, 1906) nacque a Milano. Le informazioni sulla sua giovinezza sono scarse, ma si sa che partecipò alla campagna del 1859 insieme allo zio Angelo Trezzini.
    Clicca per espandere

    Frequentò l'Accademia di Brera dal 1853 al 1858. Dal 1866 si stabilì a Davesco, spostandosi raramente, il che limitò forse la sua carriera artistica. Tuttavia, partecipò a diverse mostre in Italia, ricevendo riconoscimenti come una medaglia all'Esposizione artistico industriale di Asti nel 1869 e il premio Mylius nel 1875.

    Preda era principalmente un pittore di paesaggi, definito "pittore monogamo quasi senza infedeltà" da Adriano Soldini. Nonostante i problemi economici, vendeva le sue opere ai turisti tedeschi. Dipinse raramente ritratti o scene di genere. I suoi paesaggi, spesso vedute precise del lago di Lugano e dintorni, erano popolati da figure umane come contadine, lavandaie e signore con ombrellini, e talvolta animali come mucche, capre e asini.

    Pur dipingendo dal vero, Preda evitava un verismo banale e mantenne l'interesse nei suoi lavori nonostante la ripetizione dei soggetti. Occasionalmente, si spingeva a Campione, sul lago Maggiore, in Engadina e in Liguria, ma mai sul lago di Como. Sebbene alcuni suoi dipinti raffigurino paesaggi olandesi, probabilmente non visitò mai l'Olanda e potrebbe averli eseguiti da fotografie.

    Era profondamente amico del ticinese Luigi Monteverde, con il quale trascorse un'estate del 1888 sul Monte Boglia. Monteverde, in un'intervista del 1894, ricordò la loro armoniosa convivenza, affermando che la pittura non li aveva mai divisi.

    STIMA min € 3500 - max € 4000

    Lotto 33  

    Lugano da Cureggia

    Ambrogio Preda Ambrogio Preda
    Milano 1839 - Davesco ( Lugano ) 1906
    Olio su tela cm 23x42 firmato in basso a dx A.Preda

    Ambrogio Preda (Milano, 1839 - Davesco, 1906) nacque a Milano. Le informazioni sulla sua giovinezza sono scarse, ma si sa che partecipò alla campagna del 1859 insieme allo zio Angelo Trezzini.
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    Frequentò l'Accademia di Brera dal 1853 al 1858. Dal 1866 si stabilì a Davesco, spostandosi raramente, il che limitò forse la sua carriera artistica. Tuttavia, partecipò a diverse mostre in Italia, ricevendo riconoscimenti come una medaglia all'Esposizione artistico industriale di Asti nel 1869 e il premio Mylius nel 1875.

    Preda era principalmente un pittore di paesaggi, definito "pittore monogamo quasi senza infedeltà" da Adriano Soldini. Nonostante i problemi economici, vendeva le sue opere ai turisti tedeschi. Dipinse raramente ritratti o scene di genere. I suoi paesaggi, spesso vedute precise del lago di Lugano e dintorni, erano popolati da figure umane come contadine, lavandaie e signore con ombrellini, e talvolta animali come mucche, capre e asini.

    Pur dipingendo dal vero, Preda evitava un verismo banale e mantenne l'interesse nei suoi lavori nonostante la ripetizione dei soggetti. Occasionalmente, si spingeva a Campione, sul lago Maggiore, in Engadina e in Liguria, ma mai sul lago di Como. Sebbene alcuni suoi dipinti raffigurino paesaggi olandesi, probabilmente non visitò mai l'Olanda e potrebbe averli eseguiti da fotografie.

    Era profondamente amico del ticinese Luigi Monteverde, con il quale trascorse un'estate del 1888 sul Monte Boglia. Monteverde, in un'intervista del 1894, ricordò la loro armoniosa convivenza, affermando che la pittura non li aveva mai divisi.



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  • Lotto 34  

    Fuori dalla stalla

    Ambrogio Preda
    Milano 1839 - Davesco ( Lugano ) 1906
    Olio su tela cm 22x40 firmato in basso a dx A.Preda

    Ambrogio Preda (Milano, 1839 - Davesco, 1906) nacque a Milano. Le informazioni sulla sua giovinezza sono scarse, ma si sa che partecipò alla campagna del 1859 insieme allo zio Angelo Trezzini.
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    Frequentò l'Accademia di Brera dal 1853 al 1858. Dal 1866 si stabilì a Davesco, spostandosi raramente, il che limitò forse la sua carriera artistica. Tuttavia, partecipò a diverse mostre in Italia, ricevendo riconoscimenti come una medaglia all'Esposizione artistico industriale di Asti nel 1869 e il premio Mylius nel 1875.

    Preda era principalmente un pittore di paesaggi, definito "pittore monogamo quasi senza infedeltà" da Adriano Soldini. Nonostante i problemi economici, vendeva le sue opere ai turisti tedeschi. Dipinse raramente ritratti o scene di genere. I suoi paesaggi, spesso vedute precise del lago di Lugano e dintorni, erano popolati da figure umane come contadine, lavandaie e signore con ombrellini, e talvolta animali come mucche, capre e asini.

    Pur dipingendo dal vero, Preda evitava un verismo banale e mantenne l'interesse nei suoi lavori nonostante la ripetizione dei soggetti. Occasionalmente, si spingeva a Campione, sul lago Maggiore, in Engadina e in Liguria, ma mai sul lago di Como. Sebbene alcuni suoi dipinti raffigurino paesaggi olandesi, probabilmente non visitò mai l'Olanda e potrebbe averli eseguiti da fotografie.

    Era profondamente amico del ticinese Luigi Monteverde, con il quale trascorse un'estate del 1888 sul Monte Boglia. Monteverde, in un'intervista del 1894, ricordò la loro armoniosa convivenza, affermando che la pittura non li aveva mai divisi.

    STIMA min € 1800 - max € 2000

    Lotto 34  

    Fuori dalla stalla

    Ambrogio Preda Ambrogio Preda
    Milano 1839 - Davesco ( Lugano ) 1906
    Olio su tela cm 22x40 firmato in basso a dx A.Preda

    Ambrogio Preda (Milano, 1839 - Davesco, 1906) nacque a Milano. Le informazioni sulla sua giovinezza sono scarse, ma si sa che partecipò alla campagna del 1859 insieme allo zio Angelo Trezzini.
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    Frequentò l'Accademia di Brera dal 1853 al 1858. Dal 1866 si stabilì a Davesco, spostandosi raramente, il che limitò forse la sua carriera artistica. Tuttavia, partecipò a diverse mostre in Italia, ricevendo riconoscimenti come una medaglia all'Esposizione artistico industriale di Asti nel 1869 e il premio Mylius nel 1875.

    Preda era principalmente un pittore di paesaggi, definito "pittore monogamo quasi senza infedeltà" da Adriano Soldini. Nonostante i problemi economici, vendeva le sue opere ai turisti tedeschi. Dipinse raramente ritratti o scene di genere. I suoi paesaggi, spesso vedute precise del lago di Lugano e dintorni, erano popolati da figure umane come contadine, lavandaie e signore con ombrellini, e talvolta animali come mucche, capre e asini.

    Pur dipingendo dal vero, Preda evitava un verismo banale e mantenne l'interesse nei suoi lavori nonostante la ripetizione dei soggetti. Occasionalmente, si spingeva a Campione, sul lago Maggiore, in Engadina e in Liguria, ma mai sul lago di Como. Sebbene alcuni suoi dipinti raffigurino paesaggi olandesi, probabilmente non visitò mai l'Olanda e potrebbe averli eseguiti da fotografie.

    Era profondamente amico del ticinese Luigi Monteverde, con il quale trascorse un'estate del 1888 sul Monte Boglia. Monteverde, in un'intervista del 1894, ricordò la loro armoniosa convivenza, affermando che la pittura non li aveva mai divisi.



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  • Lotto 35  

    Veduta di lago

    Paolo Sala
    Milano 1859 - 1924
    Olio su tavola cm 35,5x49,5 firmato in basso a sx Paolo Sala

    Paolo Sala nacque a Milano il 24 gennaio 1859 in una famiglia di origine brianzola e fin da giovane dimostrò una spiccata inclinazione per le arti. Inizialmente studiò architettura all’Accademia di Belle Arti di Brera per volere del padre, ma ben presto la sua passione per la pittura prese il sopravvento e lo portò a dedicarsi completamente a questa disciplina sotto la guida di Camillo Boito.
    Clicca per espandere

    Sala si affermò rapidamente come uno dei protagonisti della pittura paesaggistica italiana del suo tempo, distinguendosi per la capacità di ritrarre vedute, scene di genere e scorci urbani con eleganza e sensibilità.

    Il suo debutto espositivo avvenne alla Promotrice di Napoli nel 1880, dove presentò un’opera a olio che attirò l’attenzione della critica. Nei decenni successivi partecipò con regolarità a rassegne artistiche in tutta Italia, da Milano a Venezia, da Roma a Torino, consolidando la sua reputazione in ambito nazionale. Sala amava dipingere dal vero, all’aperto, cercando di cogliere la luce e l’atmosfera dei luoghi che visitava, e questo suo approccio lo avvicinò alle istanze più vitali della ricerca visiva dell’epoca.

    Artista dal respiro internazionale, Sala viaggiò molto, spingendosi oltre i confini italiani per visitare città e paesi in Francia, Inghilterra, Olanda, Sudamerica e Russia. In particolare in Russia ottenne incarichi prestigiosi, tra cui decorazioni per edifici importanti come il Palazzo d’Inverno e il conservatorio imperiale di San Pietroburgo, e ricoprì la cattedra di pittura presso l’Accademia di Mosca. Questi spostamenti arricchirono il suo linguaggio visivo e incrementarono la sua fama, tanto da rendere le sue opere apprezzate da collezionisti e nobiltà europee.

    Sala fu anche un abile organizzatore e promotore dell’arte: nel 1911 fondò a Milano la Società degli Acquarellisti Lombardi, di cui fu presidente, dando impulso alla diffusione dell’acquarello come tecnica di rilievo tra gli artisti della sua generazione. Predilesse particolarmente questa tecnica, con cui realizzò molte vedute cittadine, paesaggi naturali e scene di vita quotidiana, ma lavorò con uguale maestria anche a olio e a pastello.

    La sua pittura, spesso caratterizzata da una pennellata vivace e da un’attenzione raffinata alla luce e all’atmosfera, testimoniò un profondo amore per la natura e per i luoghi che incontrò lungo il suo percorso. Paolo Sala morì a Milano il 13 giugno 1924Paolo Sala nacque a Milano il 24 gennaio 1859 in una famiglia di origine brianzola e fin da giovane dimostrò una spiccata inclinazione per le arti. Inizialmente studiò architettura all’Accademia di Belle Arti di Brera per volere del padre, ma ben presto la sua passione per la pittura prese il sopravvento e lo portò a dedicarsi completamente a questa disciplina sotto la guida di Camillo Boito. Sala si affermò rapidamente come uno dei protagonisti della pittura paesaggistica italiana del suo tempo, distinguendosi per la capacità di ritrarre vedute, scene di genere e scorci urbani con eleganza e sensibilità.

    Il suo debutto espositivo avvenne alla Promotrice di Napoli nel 1880, dove presentò un’opera a olio che attirò l’attenzione della critica. Nei decenni successivi partecipò con regolarità a rassegne artistiche in tutta Italia, da Milano a Venezia, da Roma a Torino, consolidando la sua reputazione in ambito nazionale. Sala amava dipingere dal vero, all’aperto, cercando di cogliere la luce e l’atmosfera dei luoghi che visitava, e questo suo approccio lo avvicinò alle istanze più vitali della ricerca visiva dell’epoca.

    Artista dal respiro internazionale, Sala viaggiò molto, spingendosi oltre i confini italiani per visitare città e paesi in Francia, Inghilterra, Olanda, Sudamerica e Russia. In particolare in Russia ottenne incarichi prestigiosi, tra cui decorazioni per edifici importanti come il Palazzo d’Inverno e il conservatorio imperiale di San Pietroburgo, e ricoprì la cattedra di pittura presso l’Accademia di Mosca. Questi spostamenti arricchirono il suo linguaggio visivo e incrementarono la sua fama, tanto da rendere le sue opere apprezzate da collezionisti e nobiltà europee.

    Sala fu anche un abile organizzatore e promotore dell’arte: nel 1911 fondò a Milano la Società degli Acquarellisti Lombardi, di cui fu presidente, dando impulso alla diffusione dell’acquarello come tecnica di rilievo tra gli artisti della sua generazione. Predilesse particolarmente questa tecnica, con cui realizzò molte vedute cittadine, paesaggi naturali e scene di vita quotidiana, ma lavorò con uguale maestria anche a olio e a pastello.

    La sua pittura, spesso caratterizzata da una pennellata vivace e da un’attenzione raffinata alla luce e all’atmosfera, testimoniò un profondo amore per la natura e per i luoghi che incontrò lungo il suo percorso. Paolo Sala morì a Milano il 13 giugno 1924.

    STIMA min € 1800 - max € 2000

    Lotto 35  

    Veduta di lago

    Paolo Sala Paolo Sala
    Milano 1859 - 1924
    Olio su tavola cm 35,5x49,5 firmato in basso a sx Paolo Sala

    Paolo Sala nacque a Milano il 24 gennaio 1859 in una famiglia di origine brianzola e fin da giovane dimostrò una spiccata inclinazione per le arti. Inizialmente studiò architettura all’Accademia di Belle Arti di Brera per volere del padre, ma ben presto la sua passione per la pittura prese il sopravvento e lo portò a dedicarsi completamente a questa disciplina sotto la guida di Camillo Boito.
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    Sala si affermò rapidamente come uno dei protagonisti della pittura paesaggistica italiana del suo tempo, distinguendosi per la capacità di ritrarre vedute, scene di genere e scorci urbani con eleganza e sensibilità.

    Il suo debutto espositivo avvenne alla Promotrice di Napoli nel 1880, dove presentò un’opera a olio che attirò l’attenzione della critica. Nei decenni successivi partecipò con regolarità a rassegne artistiche in tutta Italia, da Milano a Venezia, da Roma a Torino, consolidando la sua reputazione in ambito nazionale. Sala amava dipingere dal vero, all’aperto, cercando di cogliere la luce e l’atmosfera dei luoghi che visitava, e questo suo approccio lo avvicinò alle istanze più vitali della ricerca visiva dell’epoca.

    Artista dal respiro internazionale, Sala viaggiò molto, spingendosi oltre i confini italiani per visitare città e paesi in Francia, Inghilterra, Olanda, Sudamerica e Russia. In particolare in Russia ottenne incarichi prestigiosi, tra cui decorazioni per edifici importanti come il Palazzo d’Inverno e il conservatorio imperiale di San Pietroburgo, e ricoprì la cattedra di pittura presso l’Accademia di Mosca. Questi spostamenti arricchirono il suo linguaggio visivo e incrementarono la sua fama, tanto da rendere le sue opere apprezzate da collezionisti e nobiltà europee.

    Sala fu anche un abile organizzatore e promotore dell’arte: nel 1911 fondò a Milano la Società degli Acquarellisti Lombardi, di cui fu presidente, dando impulso alla diffusione dell’acquarello come tecnica di rilievo tra gli artisti della sua generazione. Predilesse particolarmente questa tecnica, con cui realizzò molte vedute cittadine, paesaggi naturali e scene di vita quotidiana, ma lavorò con uguale maestria anche a olio e a pastello.

    La sua pittura, spesso caratterizzata da una pennellata vivace e da un’attenzione raffinata alla luce e all’atmosfera, testimoniò un profondo amore per la natura e per i luoghi che incontrò lungo il suo percorso. Paolo Sala morì a Milano il 13 giugno 1924Paolo Sala nacque a Milano il 24 gennaio 1859 in una famiglia di origine brianzola e fin da giovane dimostrò una spiccata inclinazione per le arti. Inizialmente studiò architettura all’Accademia di Belle Arti di Brera per volere del padre, ma ben presto la sua passione per la pittura prese il sopravvento e lo portò a dedicarsi completamente a questa disciplina sotto la guida di Camillo Boito. Sala si affermò rapidamente come uno dei protagonisti della pittura paesaggistica italiana del suo tempo, distinguendosi per la capacità di ritrarre vedute, scene di genere e scorci urbani con eleganza e sensibilità.

    Il suo debutto espositivo avvenne alla Promotrice di Napoli nel 1880, dove presentò un’opera a olio che attirò l’attenzione della critica. Nei decenni successivi partecipò con regolarità a rassegne artistiche in tutta Italia, da Milano a Venezia, da Roma a Torino, consolidando la sua reputazione in ambito nazionale. Sala amava dipingere dal vero, all’aperto, cercando di cogliere la luce e l’atmosfera dei luoghi che visitava, e questo suo approccio lo avvicinò alle istanze più vitali della ricerca visiva dell’epoca.

    Artista dal respiro internazionale, Sala viaggiò molto, spingendosi oltre i confini italiani per visitare città e paesi in Francia, Inghilterra, Olanda, Sudamerica e Russia. In particolare in Russia ottenne incarichi prestigiosi, tra cui decorazioni per edifici importanti come il Palazzo d’Inverno e il conservatorio imperiale di San Pietroburgo, e ricoprì la cattedra di pittura presso l’Accademia di Mosca. Questi spostamenti arricchirono il suo linguaggio visivo e incrementarono la sua fama, tanto da rendere le sue opere apprezzate da collezionisti e nobiltà europee.

    Sala fu anche un abile organizzatore e promotore dell’arte: nel 1911 fondò a Milano la Società degli Acquarellisti Lombardi, di cui fu presidente, dando impulso alla diffusione dell’acquarello come tecnica di rilievo tra gli artisti della sua generazione. Predilesse particolarmente questa tecnica, con cui realizzò molte vedute cittadine, paesaggi naturali e scene di vita quotidiana, ma lavorò con uguale maestria anche a olio e a pastello.

    La sua pittura, spesso caratterizzata da una pennellata vivace e da un’attenzione raffinata alla luce e all’atmosfera, testimoniò un profondo amore per la natura e per i luoghi che incontrò lungo il suo percorso. Paolo Sala morì a Milano il 13 giugno 1924.



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  • Lotto 36  

    Pescatori a Chioggia

    Leonardo Bazzaro
    Milano 1853 - 1937
    Olio su tavola cm 41x60,5 firmato in basso a dx L.Bazzaro

    Leonardo Bazzaro fu un pittore italiano attivo tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, noto soprattutto per i suoi paesaggi, i ritratti e le scene di vita quotidiana. La sua formazione artistica ebbe inizio in un periodo di fermento culturale, in cui le correnti del realismo e del verismo esercitarono una notevole influenza sui giovani artisti italiani.
    Clicca per espandere

    Durante la sua carriera, Bazzaro si distinse per la capacità di catturare la luce e l'atmosfera, elementi che rendono le sue opere particolarmente evocative e ricche di dettagli naturalistici .

    Il percorso espositivo del pittore lo vide protagonista in numerose mostre sia in Italia che all’estero, contribuendo così a diffondere il suo stile personale e a consolidare la sua reputazione nell’ambito della pittura di genere e del paesaggio. Pur rimanendo ancorato ai canoni del realismo, Bazzaro sperimentò progressivamente nuove tecniche e linguaggi pittorici, integrando elementi modernisti che evidenziarono la sua capacità di interpretare in chiave personale la realtà circostante .

    Oggi, le opere di Leonardo Bazzaro sono apprezzate non solo per la loro bellezza formale, ma anche per il valore storico e culturale che rappresentano, testimonianza di un’epoca di importanti trasformazioni artistiche e sociali in Italia. Molte delle sue creazioni sono custodite in collezioni museali e private, continuando a suscitare interesse e ammirazione tra collezionisti e studiosi d’arte.

    Questa breve biografia intende offrire una panoramica della vita e dell’opera di un artista che, pur essendo stato apprezzato nel suo tempo, oggi rappresenta un importante capitolo della storia della pittura italiana.

    STIMA min € 1800 - max € 2000

    Lotto 36  

    Pescatori a Chioggia

    Leonardo Bazzaro Leonardo Bazzaro
    Milano 1853 - 1937
    Olio su tavola cm 41x60,5 firmato in basso a dx L.Bazzaro

    Leonardo Bazzaro fu un pittore italiano attivo tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, noto soprattutto per i suoi paesaggi, i ritratti e le scene di vita quotidiana. La sua formazione artistica ebbe inizio in un periodo di fermento culturale, in cui le correnti del realismo e del verismo esercitarono una notevole influenza sui giovani artisti italiani.
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    Durante la sua carriera, Bazzaro si distinse per la capacità di catturare la luce e l'atmosfera, elementi che rendono le sue opere particolarmente evocative e ricche di dettagli naturalistici .

    Il percorso espositivo del pittore lo vide protagonista in numerose mostre sia in Italia che all’estero, contribuendo così a diffondere il suo stile personale e a consolidare la sua reputazione nell’ambito della pittura di genere e del paesaggio. Pur rimanendo ancorato ai canoni del realismo, Bazzaro sperimentò progressivamente nuove tecniche e linguaggi pittorici, integrando elementi modernisti che evidenziarono la sua capacità di interpretare in chiave personale la realtà circostante .

    Oggi, le opere di Leonardo Bazzaro sono apprezzate non solo per la loro bellezza formale, ma anche per il valore storico e culturale che rappresentano, testimonianza di un’epoca di importanti trasformazioni artistiche e sociali in Italia. Molte delle sue creazioni sono custodite in collezioni museali e private, continuando a suscitare interesse e ammirazione tra collezionisti e studiosi d’arte.

    Questa breve biografia intende offrire una panoramica della vita e dell’opera di un artista che, pur essendo stato apprezzato nel suo tempo, oggi rappresenta un importante capitolo della storia della pittura italiana.



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  • Lotto 37  

    Le tre vergini 1925

    Federico Sartori
    Milano 1865 - Milano 1938
    Olio su tela cm 72x134 firmato in basso a dx Federico Sartori

    Federico Sartori è stato un pittore italiano nato a Milano il 19 ottobre 1865 e morto nella stessa città il 22 febbraio 1938. La sua figura si colloca tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, in un percorso artistico che lo porta a svilupparsi tra Italia e Argentina, dove trascorse una parte fondamentale della sua carriera.
    Clicca per espandere



    Cresciuto in una famiglia di origini modeste, si avvicinò fin da giovane al disegno, iniziando come apprendista incisore. Successivamente entrò all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove seguì i corsi di Raffaele Casnedi e venne a contatto con l’ambiente artistico milanese dell’epoca, segnato da figure come Bertini, Previati e Morbelli. Questa formazione gli fornì una solida base tecnica e lo introdusse ai principali fermenti della pittura lombarda di fine secolo.

    Spinto anche da necessità economiche, lasciò l’Italia in giovane età e si trasferì in Argentina, dove iniziò a lavorare presso il Museo de La Plata come disegnatore e pittore. In questo contesto si dedicò a illustrazioni scientifiche e lavori grafici, collaborando anche con istituzioni culturali e partecipando alla vita artistica locale. Successivamente si spostò a Buenos Aires, dove completò la sua formazione e si inserì nell’ambiente accademico e artistico della capitale, diventando insegnante all’Accademia Nazionale di Belle Arti e partecipando a diverse esposizioni di rilievo.

    Durante la sua permanenza sudamericana sviluppò una pittura caratterizzata inizialmente da influenze divisioniste e simboliste, con una particolare attenzione alla luce e alla resa atmosferica. Espose in importanti rassegne, tra cui l’Esposizione del Centenario di Buenos Aires del 1910, ottenendo riconoscimenti e medaglie, e consolidando la propria posizione nel panorama artistico argentino.

    Rientrato in Italia nel 1920, si stabilì inizialmente tra Lombardia e Liguria, per poi trasferirsi in Toscana, in particolare a Viareggio, dove entrò in contatto con un vivace ambiente culturale e artistico. Qui proseguì la sua attività pittorica, partecipando a esposizioni e realizzando opere legate anche alla memoria della guerra e alla figura umana, oltre a interventi decorativi e affreschi.

    Negli anni Venti partecipò nuovamente alla Biennale di Venezia, confermando la continuità della sua ricerca artistica. La sua produzione matura si caratterizza per una sintesi tra esperienza accademica, sensibilità simbolista e attenzione alla rappresentazione del reale, maturata anche grazie all’esperienza internazionale.

    Federico Sartori morì a Milano nel 1938Federico Sartori è stato un pittore italiano nato a Milano il 19 ottobre 1865 e morto nella stessa città il 22 febbraio 1938. La sua figura si colloca tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, in un percorso artistico che lo porta a svilupparsi tra Italia e Argentina, dove trascorse una parte fondamentale della sua carriera.

    Cresciuto in una famiglia di origini modeste, si avvicinò fin da giovane al disegno, iniziando come apprendista incisore. Successivamente entrò all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove seguì i corsi di Raffaele Casnedi e venne a contatto con l’ambiente artistico milanese dell’epoca, segnato da figure come Bertini, Previati e Morbelli. Questa formazione gli fornì una solida base tecnica e lo introdusse ai principali fermenti della pittura lombarda di fine secolo.

    Spinto anche da necessità economiche, lasciò l’Italia in giovane età e si trasferì in Argentina, dove iniziò a lavorare presso il Museo de La Plata come disegnatore e pittore. In questo contesto si dedicò a illustrazioni scientifiche e lavori grafici, collaborando anche con istituzioni culturali e partecipando alla vita artistica locale. Successivamente si spostò a Buenos Aires, dove completò la sua formazione e si inserì nell’ambiente accademico e artistico della capitale, diventando insegnante all’Accademia Nazionale di Belle Arti e partecipando a diverse esposizioni di rilievo.

    Durante la sua permanenza sudamericana sviluppò una pittura caratterizzata inizialmente da influenze divisioniste e simboliste, con una particolare attenzione alla luce e alla resa atmosferica. Espose in importanti rassegne, tra cui l’Esposizione del Centenario di Buenos Aires del 1910, ottenendo riconoscimenti e medaglie, e consolidando la propria posizione nel panorama artistico argentino.

    Rientrato in Italia nel 1920, si stabilì inizialmente tra Lombardia e Liguria, per poi trasferirsi in Toscana, in particolare a Viareggio, dove entrò in contatto con un vivace ambiente culturale e artistico. Qui proseguì la sua attività pittorica, partecipando a esposizioni e realizzando opere legate anche alla memoria della guerra e alla figura umana, oltre a interventi decorativi e affreschi.

    Negli anni Venti partecipò nuovamente alla Biennale di Venezia, confermando la continuità della sua ricerca artistica. La sua produzione matura si caratterizza per una sintesi tra esperienza accademica, sensibilità simbolista e attenzione alla rappresentazione del reale, maturata anche grazie all’esperienza internazionale.

    Federico Sartori morì a Milano nel 1938.

    STIMA min € 2500 - max € 3000

    Lotto 37  

    Le tre vergini 1925

    Federico Sartori Federico Sartori
    Milano 1865 - Milano 1938
    Olio su tela cm 72x134 firmato in basso a dx Federico Sartori

    Federico Sartori è stato un pittore italiano nato a Milano il 19 ottobre 1865 e morto nella stessa città il 22 febbraio 1938. La sua figura si colloca tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, in un percorso artistico che lo porta a svilupparsi tra Italia e Argentina, dove trascorse una parte fondamentale della sua carriera.
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    Cresciuto in una famiglia di origini modeste, si avvicinò fin da giovane al disegno, iniziando come apprendista incisore. Successivamente entrò all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove seguì i corsi di Raffaele Casnedi e venne a contatto con l’ambiente artistico milanese dell’epoca, segnato da figure come Bertini, Previati e Morbelli. Questa formazione gli fornì una solida base tecnica e lo introdusse ai principali fermenti della pittura lombarda di fine secolo.

    Spinto anche da necessità economiche, lasciò l’Italia in giovane età e si trasferì in Argentina, dove iniziò a lavorare presso il Museo de La Plata come disegnatore e pittore. In questo contesto si dedicò a illustrazioni scientifiche e lavori grafici, collaborando anche con istituzioni culturali e partecipando alla vita artistica locale. Successivamente si spostò a Buenos Aires, dove completò la sua formazione e si inserì nell’ambiente accademico e artistico della capitale, diventando insegnante all’Accademia Nazionale di Belle Arti e partecipando a diverse esposizioni di rilievo.

    Durante la sua permanenza sudamericana sviluppò una pittura caratterizzata inizialmente da influenze divisioniste e simboliste, con una particolare attenzione alla luce e alla resa atmosferica. Espose in importanti rassegne, tra cui l’Esposizione del Centenario di Buenos Aires del 1910, ottenendo riconoscimenti e medaglie, e consolidando la propria posizione nel panorama artistico argentino.

    Rientrato in Italia nel 1920, si stabilì inizialmente tra Lombardia e Liguria, per poi trasferirsi in Toscana, in particolare a Viareggio, dove entrò in contatto con un vivace ambiente culturale e artistico. Qui proseguì la sua attività pittorica, partecipando a esposizioni e realizzando opere legate anche alla memoria della guerra e alla figura umana, oltre a interventi decorativi e affreschi.

    Negli anni Venti partecipò nuovamente alla Biennale di Venezia, confermando la continuità della sua ricerca artistica. La sua produzione matura si caratterizza per una sintesi tra esperienza accademica, sensibilità simbolista e attenzione alla rappresentazione del reale, maturata anche grazie all’esperienza internazionale.

    Federico Sartori morì a Milano nel 1938Federico Sartori è stato un pittore italiano nato a Milano il 19 ottobre 1865 e morto nella stessa città il 22 febbraio 1938. La sua figura si colloca tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, in un percorso artistico che lo porta a svilupparsi tra Italia e Argentina, dove trascorse una parte fondamentale della sua carriera.

    Cresciuto in una famiglia di origini modeste, si avvicinò fin da giovane al disegno, iniziando come apprendista incisore. Successivamente entrò all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove seguì i corsi di Raffaele Casnedi e venne a contatto con l’ambiente artistico milanese dell’epoca, segnato da figure come Bertini, Previati e Morbelli. Questa formazione gli fornì una solida base tecnica e lo introdusse ai principali fermenti della pittura lombarda di fine secolo.

    Spinto anche da necessità economiche, lasciò l’Italia in giovane età e si trasferì in Argentina, dove iniziò a lavorare presso il Museo de La Plata come disegnatore e pittore. In questo contesto si dedicò a illustrazioni scientifiche e lavori grafici, collaborando anche con istituzioni culturali e partecipando alla vita artistica locale. Successivamente si spostò a Buenos Aires, dove completò la sua formazione e si inserì nell’ambiente accademico e artistico della capitale, diventando insegnante all’Accademia Nazionale di Belle Arti e partecipando a diverse esposizioni di rilievo.

    Durante la sua permanenza sudamericana sviluppò una pittura caratterizzata inizialmente da influenze divisioniste e simboliste, con una particolare attenzione alla luce e alla resa atmosferica. Espose in importanti rassegne, tra cui l’Esposizione del Centenario di Buenos Aires del 1910, ottenendo riconoscimenti e medaglie, e consolidando la propria posizione nel panorama artistico argentino.

    Rientrato in Italia nel 1920, si stabilì inizialmente tra Lombardia e Liguria, per poi trasferirsi in Toscana, in particolare a Viareggio, dove entrò in contatto con un vivace ambiente culturale e artistico. Qui proseguì la sua attività pittorica, partecipando a esposizioni e realizzando opere legate anche alla memoria della guerra e alla figura umana, oltre a interventi decorativi e affreschi.

    Negli anni Venti partecipò nuovamente alla Biennale di Venezia, confermando la continuità della sua ricerca artistica. La sua produzione matura si caratterizza per una sintesi tra esperienza accademica, sensibilità simbolista e attenzione alla rappresentazione del reale, maturata anche grazie all’esperienza internazionale.

    Federico Sartori morì a Milano nel 1938.



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  • Marco Calderini
    Torino 1850 - 1941
    Olio su tela cm 69x96,5 firmato in basso a sx M.Calderini

    Marco Calderini è stato un pittore italiano del XIX e XX secolo, noto per la sua dedizione al paesaggio e per la sua formazione autodidatta. Nato a Torino il 22 luglio 1850, da Michelangelo Calderini, corriere delle Regie Poste, e da Virginia Pernaud, di nazionalità francese, Calderini completò gli studi classici e si iscrisse alla facoltà di lettere presso l'università di Torino.
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    Si diplomò inoltre insegnante di lingua francese nel 1867 e di storia e geografia per le scuole secondarie nel 1869. Indirizzato all'arte da alcuni amici, si iscrisse all'Accademia Albertina di Torino, dove dal 1867 al 1873 frequentò le lezioni di Enrico Gamba, Andrea Gastaldi e del romanticista Antonio Fontanesi, ottenendo una medaglia d'oro nel 1872 a conclusione del corso di paesaggio. Viene presto avviato alla riproduzione di soggetti dal vero dallo stesso Fontanesi, che lo accompagna a dipingere nelle campagne torinesi; a conclusione degli studi accademici, Calderini aprì uno studio con l'amico e collega Francesco Mosso.

    Si presentò alle mostre annuali della Società Promotrice di Belle Arti di Torino quasi ininterrottamente dal 1870, quando esordì con "Le rive del Po a Torino" e "Le statue solitarie", al 1898: nel 1871 "Sul giardino dei ripari" venne venduto al Principe di Savoia Carignano, nel 1873 "Giardino reale" venne acquistato dalla stessa Società Promotrice. All'Esposizione del 1880 presentò nove tele e si aggiudicò il premio della giuria per "Mattino di luglio", l'anno seguente venne premiato con una medaglia in bronzo all'Esposizione Colombiana di Genova. Nel 1883 ripresentò all'Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma "Le statue solitarie", che venne acquistato dal Governo per la neonata Galleria d'Arte Moderna e partecipò alla mostra di Nizza. L'anno successivo fu all'Esposizione Generale Italiana di Torino (nella quale fu membro del comitato di accettazione e allestimento) con diverse opere, fra le quali "Tristezza invernale", acquistata dal Governo e presentata anche all'Italian Exhibition di Earls Court del 1888, anno nel quale partecipò all'Esposizione Internazionale di Barcellona (ripetuta nel 1907, quando si aggiudicò un riconoscimento). La stessa opera venne premiata nel 1893 al Salon de Paris. Nel 1888 venne premiato con una medaglia d'argento all'Esposizione Internazionale di Barcellona, nel 1889 fu presidente della sezione di pittura del circolo degli artisti di Torino, consigliere della Società Promotrice di Torino e venne premiato con diploma d'onore e stella d'oro all'Esposizione Internazionale di Colonia. Nel 1891 venne scelto dal ministro Pasquale Villari come membro della Commissione permanente di Belle Arti. Nel 1898 partecipò all'Esposizione di Torino con decine di opere, tra le quali "Piogge di Marzo", "Caduta delle foglie" e "Il giardino del palazzo Principe a Genova".

    Nel contempo, si dedicò con assiduità alla scrittura e alla critica d'arte, collaborando per numerose riviste come "L'Illustrazione Italiana", "La Rassegna nazionale" e la "Gazzetta letteraria di Torino"; nel 1884 pubblicò le "Memorie postume di F. Mosso, pittore", in seguito le monografie dedicate ad artisti contemporanei, come il maestro Antonio Fontanesi (1925), Giovanni Battista Quadrone, Alberto Pasini, lo scultore Vincenzo Vela e Carlo Marochetti (1928). Collaborò alla pubblicazione di tre volumi su Leonardo da Vinci, finanziata dal mecenate russo Fëdor Vasil'evič Sabašnikov, suo grande estimatore che lo volle come compagno per una serie di viaggi in Scozia e Irlanda e operò come consulente di importanti famiglie per l'allestimento delle proprie raccolte d'arte (Collezione Guagno Poma di Biella, Galleria Ricci Oddi di Piacenza, dove non a caso è presente una ricca raccolta delle opere del maestro Fontanesi).

    Nel 1902 la Società Promotrice di Torino gli dedicò una mostra personale, l'anno dopo espose a Venezia "Estate di San Martino", presentata anche in due occasioni al Salon di Parigi. Sempre nel 1903 partecipò a Brera con "Sole e nebbie in montagna" (Valle d’Aosta) e "Pascoli abbandonati sotto il ghiacciaio del Ruitor", nel 1906 con "Boschetti in autunno", "Dopo la pioggia in montagna" e "Giornata chiara di novembre. Giardino Reale di Torino", nel 1907 con "Autunno in Val di Susa" e "Villa del 1700", nel 1911 con "Sera di novembre sul Po" e "Strada del Piccolo San Bernardo". Nel 1912 venne insignito del premio principe Umberto per il dipinto "Nell'alto Canavese. Prealpi di Piemonte", l'anno successivo fu all'Esposizione Belle Arti di Roma con "Sera di autunno" acquistata dal Comune di Roma, nel 1914 espose a Brera "Alpi e Morene di Valchiusella", l'anno successivo "Il monte Rosa veduto dalle basi del Gran Paradiso", nel 1918 "In Valtournanche" e "Dopo la pioggia. Lago Maggiore".

    Tra i suoi allievi, il figlio Luigi, nato dal matrimonio con Jeanne Bourgeois (come il primogenito Marco) e Camillo Cabutti.

    Morì a Torino il 26 febbraio 1941.

    STIMA min € 2500 - max € 3000

    Marco Calderini Marco Calderini
    Torino 1850 - 1941
    Olio su tela cm 69x96,5 firmato in basso a sx M.Calderini

    Marco Calderini è stato un pittore italiano del XIX e XX secolo, noto per la sua dedizione al paesaggio e per la sua formazione autodidatta. Nato a Torino il 22 luglio 1850, da Michelangelo Calderini, corriere delle Regie Poste, e da Virginia Pernaud, di nazionalità francese, Calderini completò gli studi classici e si iscrisse alla facoltà di lettere presso l'università di Torino.
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    Si diplomò inoltre insegnante di lingua francese nel 1867 e di storia e geografia per le scuole secondarie nel 1869. Indirizzato all'arte da alcuni amici, si iscrisse all'Accademia Albertina di Torino, dove dal 1867 al 1873 frequentò le lezioni di Enrico Gamba, Andrea Gastaldi e del romanticista Antonio Fontanesi, ottenendo una medaglia d'oro nel 1872 a conclusione del corso di paesaggio. Viene presto avviato alla riproduzione di soggetti dal vero dallo stesso Fontanesi, che lo accompagna a dipingere nelle campagne torinesi; a conclusione degli studi accademici, Calderini aprì uno studio con l'amico e collega Francesco Mosso.

    Si presentò alle mostre annuali della Società Promotrice di Belle Arti di Torino quasi ininterrottamente dal 1870, quando esordì con "Le rive del Po a Torino" e "Le statue solitarie", al 1898: nel 1871 "Sul giardino dei ripari" venne venduto al Principe di Savoia Carignano, nel 1873 "Giardino reale" venne acquistato dalla stessa Società Promotrice. All'Esposizione del 1880 presentò nove tele e si aggiudicò il premio della giuria per "Mattino di luglio", l'anno seguente venne premiato con una medaglia in bronzo all'Esposizione Colombiana di Genova. Nel 1883 ripresentò all'Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma "Le statue solitarie", che venne acquistato dal Governo per la neonata Galleria d'Arte Moderna e partecipò alla mostra di Nizza. L'anno successivo fu all'Esposizione Generale Italiana di Torino (nella quale fu membro del comitato di accettazione e allestimento) con diverse opere, fra le quali "Tristezza invernale", acquistata dal Governo e presentata anche all'Italian Exhibition di Earls Court del 1888, anno nel quale partecipò all'Esposizione Internazionale di Barcellona (ripetuta nel 1907, quando si aggiudicò un riconoscimento). La stessa opera venne premiata nel 1893 al Salon de Paris. Nel 1888 venne premiato con una medaglia d'argento all'Esposizione Internazionale di Barcellona, nel 1889 fu presidente della sezione di pittura del circolo degli artisti di Torino, consigliere della Società Promotrice di Torino e venne premiato con diploma d'onore e stella d'oro all'Esposizione Internazionale di Colonia. Nel 1891 venne scelto dal ministro Pasquale Villari come membro della Commissione permanente di Belle Arti. Nel 1898 partecipò all'Esposizione di Torino con decine di opere, tra le quali "Piogge di Marzo", "Caduta delle foglie" e "Il giardino del palazzo Principe a Genova".

    Nel contempo, si dedicò con assiduità alla scrittura e alla critica d'arte, collaborando per numerose riviste come "L'Illustrazione Italiana", "La Rassegna nazionale" e la "Gazzetta letteraria di Torino"; nel 1884 pubblicò le "Memorie postume di F. Mosso, pittore", in seguito le monografie dedicate ad artisti contemporanei, come il maestro Antonio Fontanesi (1925), Giovanni Battista Quadrone, Alberto Pasini, lo scultore Vincenzo Vela e Carlo Marochetti (1928). Collaborò alla pubblicazione di tre volumi su Leonardo da Vinci, finanziata dal mecenate russo Fëdor Vasil'evič Sabašnikov, suo grande estimatore che lo volle come compagno per una serie di viaggi in Scozia e Irlanda e operò come consulente di importanti famiglie per l'allestimento delle proprie raccolte d'arte (Collezione Guagno Poma di Biella, Galleria Ricci Oddi di Piacenza, dove non a caso è presente una ricca raccolta delle opere del maestro Fontanesi).

    Nel 1902 la Società Promotrice di Torino gli dedicò una mostra personale, l'anno dopo espose a Venezia "Estate di San Martino", presentata anche in due occasioni al Salon di Parigi. Sempre nel 1903 partecipò a Brera con "Sole e nebbie in montagna" (Valle d’Aosta) e "Pascoli abbandonati sotto il ghiacciaio del Ruitor", nel 1906 con "Boschetti in autunno", "Dopo la pioggia in montagna" e "Giornata chiara di novembre. Giardino Reale di Torino", nel 1907 con "Autunno in Val di Susa" e "Villa del 1700", nel 1911 con "Sera di novembre sul Po" e "Strada del Piccolo San Bernardo". Nel 1912 venne insignito del premio principe Umberto per il dipinto "Nell'alto Canavese. Prealpi di Piemonte", l'anno successivo fu all'Esposizione Belle Arti di Roma con "Sera di autunno" acquistata dal Comune di Roma, nel 1914 espose a Brera "Alpi e Morene di Valchiusella", l'anno successivo "Il monte Rosa veduto dalle basi del Gran Paradiso", nel 1918 "In Valtournanche" e "Dopo la pioggia. Lago Maggiore".

    Tra i suoi allievi, il figlio Luigi, nato dal matrimonio con Jeanne Bourgeois (come il primogenito Marco) e Camillo Cabutti.

    Morì a Torino il 26 febbraio 1941.



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  • Lotto 39  

    L'amore di una madre

    Ottavio Steffenini
    Cuneo 1889 - Milano 1971
    Olio su tela cm 83x73 firmato in basso a sx Steffenini

    Ottavio Steffenini è stato un pittore italiano nato a Cuneo l’8 agosto 1889 e morto a Milano nel 1971. La sua figura si inserisce nel panorama artistico del primo e medio Novecento italiano, con una produzione legata alla pittura figurativa e alla partecipazione attiva alle principali rassegne artistiche del suo tempo.
    Clicca per espandere



    Dopo aver interrotto gli studi classici, si avvicinò alla pittura frequentando l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove fu allievo prima di Gaudenzi e successivamente del pittore spagnolo Bermejo, nel cui studio completò parte della sua formazione. Questa esperienza romana fu fondamentale per consolidare le sue competenze tecniche e indirizzarlo verso una pittura di impianto solido, attenta alla figura e alla costruzione compositiva.

    Terminati gli studi, lasciò l’Italia ancora giovane e si trasferì a Parigi, dove entrò in contatto con l’ambiente artistico internazionale. Nel 1912 si spostò in Spagna, dove ebbe modo di conoscere Sorolla, artista che influenzò la sua sensibilità luministica. Successivamente viaggiò tra Martinica e Venezuela, arricchendo ulteriormente la sua esperienza con contatti e suggestioni provenienti da contesti culturali diversi.

    Dopo la Prima guerra mondiale fece ritorno in Italia e si stabilì a Milano, città che divenne il centro della sua attività artistica matura. Qui iniziò a partecipare con regolarità alle principali esposizioni nazionali, ottenendo riconoscimenti e affermandosi nell’ambiente artistico milanese. Nel 1922 vinse il Premio Canonica alla Biennale di Venezia, segno del suo crescente prestigio.

    In questo periodo entrò anche in contatto con l’ambiente culturale milanese, diventando insegnante all’Accademia di Brera e contribuendo alla formazione di nuovi artisti. Sempre a Milano fu tra i fondatori del Premio Bagutta insieme a Riccardo Bacchelli, segno del suo coinvolgimento non solo nella pittura ma anche nella vita culturale della città.

    La sua produzione pittorica si caratterizza per una forte attenzione alla figura umana e per una ricerca che attraversa diverse fasi, influenzata dalle esperienze internazionali e dal confronto con le correnti del Novecento italiano. Le sue opere sono oggi conservate in diverse collezioni pubbliche e private, tra cui le Gallerie d’Arte Moderna di Milano.

    Ottavio Steffenini morì a Milano nel 1971Ottavio Steffenini è stato un pittore italiano nato a Cuneo l’8 agosto 1889 e morto a Milano nel 1971. La sua figura si inserisce nel panorama artistico del primo e medio Novecento italiano, con una produzione legata alla pittura figurativa e alla partecipazione attiva alle principali rassegne artistiche del suo tempo.

    Dopo aver interrotto gli studi classici, si avvicinò alla pittura frequentando l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove fu allievo prima di Gaudenzi e successivamente del pittore spagnolo Bermejo, nel cui studio completò parte della sua formazione. Questa esperienza romana fu fondamentale per consolidare le sue competenze tecniche e indirizzarlo verso una pittura di impianto solido, attenta alla figura e alla costruzione compositiva.

    Terminati gli studi, lasciò l’Italia ancora giovane e si trasferì a Parigi, dove entrò in contatto con l’ambiente artistico internazionale. Nel 1912 si spostò in Spagna, dove ebbe modo di conoscere Sorolla, artista che influenzò la sua sensibilità luministica. Successivamente viaggiò tra Martinica e Venezuela, arricchendo ulteriormente la sua esperienza con contatti e suggestioni provenienti da contesti culturali diversi.

    Dopo la Prima guerra mondiale fece ritorno in Italia e si stabilì a Milano, città che divenne il centro della sua attività artistica matura. Qui iniziò a partecipare con regolarità alle principali esposizioni nazionali, ottenendo riconoscimenti e affermandosi nell’ambiente artistico milanese. Nel 1922 vinse il Premio Canonica alla Biennale di Venezia, segno del suo crescente prestigio.

    In questo periodo entrò anche in contatto con l’ambiente culturale milanese, diventando insegnante all’Accademia di Brera e contribuendo alla formazione di nuovi artisti. Sempre a Milano fu tra i fondatori del Premio Bagutta insieme a Riccardo Bacchelli, segno del suo coinvolgimento non solo nella pittura ma anche nella vita culturale della città.

    La sua produzione pittorica si caratterizza per una forte attenzione alla figura umana e per una ricerca che attraversa diverse fasi, influenzata dalle esperienze internazionali e dal confronto con le correnti del Novecento italiano. Le sue opere sono oggi conservate in diverse collezioni pubbliche e private, tra cui le Gallerie d’Arte Moderna di Milano.

    Ottavio Steffenini morì a Milano nel 1971.

    STIMA min € 1200 - max € 1400

    Lotto 39  

    L'amore di una madre

    Ottavio Steffenini Ottavio Steffenini
    Cuneo 1889 - Milano 1971
    Olio su tela cm 83x73 firmato in basso a sx Steffenini

    Ottavio Steffenini è stato un pittore italiano nato a Cuneo l’8 agosto 1889 e morto a Milano nel 1971. La sua figura si inserisce nel panorama artistico del primo e medio Novecento italiano, con una produzione legata alla pittura figurativa e alla partecipazione attiva alle principali rassegne artistiche del suo tempo.
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    Dopo aver interrotto gli studi classici, si avvicinò alla pittura frequentando l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove fu allievo prima di Gaudenzi e successivamente del pittore spagnolo Bermejo, nel cui studio completò parte della sua formazione. Questa esperienza romana fu fondamentale per consolidare le sue competenze tecniche e indirizzarlo verso una pittura di impianto solido, attenta alla figura e alla costruzione compositiva.

    Terminati gli studi, lasciò l’Italia ancora giovane e si trasferì a Parigi, dove entrò in contatto con l’ambiente artistico internazionale. Nel 1912 si spostò in Spagna, dove ebbe modo di conoscere Sorolla, artista che influenzò la sua sensibilità luministica. Successivamente viaggiò tra Martinica e Venezuela, arricchendo ulteriormente la sua esperienza con contatti e suggestioni provenienti da contesti culturali diversi.

    Dopo la Prima guerra mondiale fece ritorno in Italia e si stabilì a Milano, città che divenne il centro della sua attività artistica matura. Qui iniziò a partecipare con regolarità alle principali esposizioni nazionali, ottenendo riconoscimenti e affermandosi nell’ambiente artistico milanese. Nel 1922 vinse il Premio Canonica alla Biennale di Venezia, segno del suo crescente prestigio.

    In questo periodo entrò anche in contatto con l’ambiente culturale milanese, diventando insegnante all’Accademia di Brera e contribuendo alla formazione di nuovi artisti. Sempre a Milano fu tra i fondatori del Premio Bagutta insieme a Riccardo Bacchelli, segno del suo coinvolgimento non solo nella pittura ma anche nella vita culturale della città.

    La sua produzione pittorica si caratterizza per una forte attenzione alla figura umana e per una ricerca che attraversa diverse fasi, influenzata dalle esperienze internazionali e dal confronto con le correnti del Novecento italiano. Le sue opere sono oggi conservate in diverse collezioni pubbliche e private, tra cui le Gallerie d’Arte Moderna di Milano.

    Ottavio Steffenini morì a Milano nel 1971Ottavio Steffenini è stato un pittore italiano nato a Cuneo l’8 agosto 1889 e morto a Milano nel 1971. La sua figura si inserisce nel panorama artistico del primo e medio Novecento italiano, con una produzione legata alla pittura figurativa e alla partecipazione attiva alle principali rassegne artistiche del suo tempo.

    Dopo aver interrotto gli studi classici, si avvicinò alla pittura frequentando l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove fu allievo prima di Gaudenzi e successivamente del pittore spagnolo Bermejo, nel cui studio completò parte della sua formazione. Questa esperienza romana fu fondamentale per consolidare le sue competenze tecniche e indirizzarlo verso una pittura di impianto solido, attenta alla figura e alla costruzione compositiva.

    Terminati gli studi, lasciò l’Italia ancora giovane e si trasferì a Parigi, dove entrò in contatto con l’ambiente artistico internazionale. Nel 1912 si spostò in Spagna, dove ebbe modo di conoscere Sorolla, artista che influenzò la sua sensibilità luministica. Successivamente viaggiò tra Martinica e Venezuela, arricchendo ulteriormente la sua esperienza con contatti e suggestioni provenienti da contesti culturali diversi.

    Dopo la Prima guerra mondiale fece ritorno in Italia e si stabilì a Milano, città che divenne il centro della sua attività artistica matura. Qui iniziò a partecipare con regolarità alle principali esposizioni nazionali, ottenendo riconoscimenti e affermandosi nell’ambiente artistico milanese. Nel 1922 vinse il Premio Canonica alla Biennale di Venezia, segno del suo crescente prestigio.

    In questo periodo entrò anche in contatto con l’ambiente culturale milanese, diventando insegnante all’Accademia di Brera e contribuendo alla formazione di nuovi artisti. Sempre a Milano fu tra i fondatori del Premio Bagutta insieme a Riccardo Bacchelli, segno del suo coinvolgimento non solo nella pittura ma anche nella vita culturale della città.

    La sua produzione pittorica si caratterizza per una forte attenzione alla figura umana e per una ricerca che attraversa diverse fasi, influenzata dalle esperienze internazionali e dal confronto con le correnti del Novecento italiano. Le sue opere sono oggi conservate in diverse collezioni pubbliche e private, tra cui le Gallerie d’Arte Moderna di Milano.

    Ottavio Steffenini morì a Milano nel 1971.



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  • Lotto 40  

    La piccola gressonara

    Alessandro Lupo
    Torino 1876 - 1953
    Olio su tavola cm 35x35 firmato in basso a dx A.Lupo

    Alessandro Lupo è stato un noto esponente del naturalismo piemontese durante la seconda metà del XIX secolo e i primi anni del XX secolo. La sua formazione artistica è stata influenzata in modo significativo dalla guida di Vittorio Cavalleri, un maestro di grande rilievo nell'ambito artistico dell'epoca.
    Clicca per espandere



    Il suo debutto ufficiale avviene nel 1901 alla Società Promotrice delle Belle Arti di Torino, presentando tre studi condotti dal vero. Questo evento segna l'inizio della sua costante partecipazione alle principali mostre d'arte a livello nazionale. Tuttavia, nei primi anni della sua carriera, Lupo è spesso criticato per ciò che alcuni considerano un'eccessiva aderenza ai modelli insegnatigli dal suo maestro, Vittorio Cavalleri.

    Nonostante le prime opere siano state incentrate principalmente su paesaggi realizzati en plein air, nel corso degli anni Lupo inizia a diversificare i suoi soggetti artistici, fino a specializzarsi come animalista e autore di scene di mercato a partire dagli anni Venti.

    Un momento significativo nella carriera di Alessandro Lupo è stato nel 1921, quando ha allestito una mostra personale presso la Galleria Vinciana di Milano. Questo evento ha segnato l'inizio di una crescente attenzione critica ed espositiva nei confronti dell'artista. Tuttavia, questa fase positiva è stata bruscamente interrotta dall'esclusione di Lupo dalla Biennale di Venezia nel 1928.

    Nonostante le critiche sul suo stile artistico, la piacevolezza dei soggetti da lui rappresentati e il suo gusto che sembrava attardato nei confronti dei canoni artistici ottocenteschi gli hanno garantito un successo costante sul mercato dell'arte. La sua opera ha continuato ad essere apprezzata e ricercata dai collezionisti nel corso degli anni, contribuendo così a preservare il suo lascito artistico nel panorama artistico italiano.

    STIMA min € 1500 - max € 1700

    Lotto 40  

    La piccola gressonara

    Alessandro Lupo Alessandro Lupo
    Torino 1876 - 1953
    Olio su tavola cm 35x35 firmato in basso a dx A.Lupo

    Alessandro Lupo è stato un noto esponente del naturalismo piemontese durante la seconda metà del XIX secolo e i primi anni del XX secolo. La sua formazione artistica è stata influenzata in modo significativo dalla guida di Vittorio Cavalleri, un maestro di grande rilievo nell'ambito artistico dell'epoca.
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    Il suo debutto ufficiale avviene nel 1901 alla Società Promotrice delle Belle Arti di Torino, presentando tre studi condotti dal vero. Questo evento segna l'inizio della sua costante partecipazione alle principali mostre d'arte a livello nazionale. Tuttavia, nei primi anni della sua carriera, Lupo è spesso criticato per ciò che alcuni considerano un'eccessiva aderenza ai modelli insegnatigli dal suo maestro, Vittorio Cavalleri.

    Nonostante le prime opere siano state incentrate principalmente su paesaggi realizzati en plein air, nel corso degli anni Lupo inizia a diversificare i suoi soggetti artistici, fino a specializzarsi come animalista e autore di scene di mercato a partire dagli anni Venti.

    Un momento significativo nella carriera di Alessandro Lupo è stato nel 1921, quando ha allestito una mostra personale presso la Galleria Vinciana di Milano. Questo evento ha segnato l'inizio di una crescente attenzione critica ed espositiva nei confronti dell'artista. Tuttavia, questa fase positiva è stata bruscamente interrotta dall'esclusione di Lupo dalla Biennale di Venezia nel 1928.

    Nonostante le critiche sul suo stile artistico, la piacevolezza dei soggetti da lui rappresentati e il suo gusto che sembrava attardato nei confronti dei canoni artistici ottocenteschi gli hanno garantito un successo costante sul mercato dell'arte. La sua opera ha continuato ad essere apprezzata e ricercata dai collezionisti nel corso degli anni, contribuendo così a preservare il suo lascito artistico nel panorama artistico italiano.



    1 offerte pre-asta Fai Offerta Segui Lotto
  • Alessandro Lupo
    Torino 1876 - 1953
    Olio su cartone cm 30x35 firmato in basso a sx A.Lupo

    Alessandro Lupo è stato un noto esponente del naturalismo piemontese durante la seconda metà del XIX secolo e i primi anni del XX secolo. La sua formazione artistica è stata influenzata in modo significativo dalla guida di Vittorio Cavalleri, un maestro di grande rilievo nell'ambito artistico dell'epoca.
    Clicca per espandere



    Il suo debutto ufficiale avviene nel 1901 alla Società Promotrice delle Belle Arti di Torino, presentando tre studi condotti dal vero. Questo evento segna l'inizio della sua costante partecipazione alle principali mostre d'arte a livello nazionale. Tuttavia, nei primi anni della sua carriera, Lupo è spesso criticato per ciò che alcuni considerano un'eccessiva aderenza ai modelli insegnatigli dal suo maestro, Vittorio Cavalleri.

    Nonostante le prime opere siano state incentrate principalmente su paesaggi realizzati en plein air, nel corso degli anni Lupo inizia a diversificare i suoi soggetti artistici, fino a specializzarsi come animalista e autore di scene di mercato a partire dagli anni Venti.

    Un momento significativo nella carriera di Alessandro Lupo è stato nel 1921, quando ha allestito una mostra personale presso la Galleria Vinciana di Milano. Questo evento ha segnato l'inizio di una crescente attenzione critica ed espositiva nei confronti dell'artista. Tuttavia, questa fase positiva è stata bruscamente interrotta dall'esclusione di Lupo dalla Biennale di Venezia nel 1928.

    Nonostante le critiche sul suo stile artistico, la piacevolezza dei soggetti da lui rappresentati e il suo gusto che sembrava attardato nei confronti dei canoni artistici ottocenteschi gli hanno garantito un successo costante sul mercato dell'arte. La sua opera ha continuato ad essere apprezzata e ricercata dai collezionisti nel corso degli anni, contribuendo così a preservare il suo lascito artistico nel panorama artistico italiano.

    STIMA min € 1500 - max € 1700

    Alessandro Lupo Alessandro Lupo
    Torino 1876 - 1953
    Olio su cartone cm 30x35 firmato in basso a sx A.Lupo

    Alessandro Lupo è stato un noto esponente del naturalismo piemontese durante la seconda metà del XIX secolo e i primi anni del XX secolo. La sua formazione artistica è stata influenzata in modo significativo dalla guida di Vittorio Cavalleri, un maestro di grande rilievo nell'ambito artistico dell'epoca.
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    Il suo debutto ufficiale avviene nel 1901 alla Società Promotrice delle Belle Arti di Torino, presentando tre studi condotti dal vero. Questo evento segna l'inizio della sua costante partecipazione alle principali mostre d'arte a livello nazionale. Tuttavia, nei primi anni della sua carriera, Lupo è spesso criticato per ciò che alcuni considerano un'eccessiva aderenza ai modelli insegnatigli dal suo maestro, Vittorio Cavalleri.

    Nonostante le prime opere siano state incentrate principalmente su paesaggi realizzati en plein air, nel corso degli anni Lupo inizia a diversificare i suoi soggetti artistici, fino a specializzarsi come animalista e autore di scene di mercato a partire dagli anni Venti.

    Un momento significativo nella carriera di Alessandro Lupo è stato nel 1921, quando ha allestito una mostra personale presso la Galleria Vinciana di Milano. Questo evento ha segnato l'inizio di una crescente attenzione critica ed espositiva nei confronti dell'artista. Tuttavia, questa fase positiva è stata bruscamente interrotta dall'esclusione di Lupo dalla Biennale di Venezia nel 1928.

    Nonostante le critiche sul suo stile artistico, la piacevolezza dei soggetti da lui rappresentati e il suo gusto che sembrava attardato nei confronti dei canoni artistici ottocenteschi gli hanno garantito un successo costante sul mercato dell'arte. La sua opera ha continuato ad essere apprezzata e ricercata dai collezionisti nel corso degli anni, contribuendo così a preservare il suo lascito artistico nel panorama artistico italiano.



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  • Lotto 42  

    Il pittore

    Gennaro Villani
    Napoli 1885 - Milano 1948
    Olio su cartone cm 33x35,5 firmato in basso a dx G.Villani

    Gennaro Villani è stato un pittore italiano nato a Napoli il 4 ottobre 1885 e morto nella stessa città il 25 dicembre 1948. È considerato una delle figure più significative del Novecento napoletano, interprete di una pittura capace di coniugare osservazione del vero, sensibilità luministica e intensa partecipazione emotiva alla realtà rappresentata.
    Clicca per espandere



    Si formò all’Istituto di Belle Arti di Napoli, dove fu allievo di Michele Cammarano, maestro che gli trasmise una solida impostazione disegnativa e un rigoroso studio del vero, fondato su un impianto chiaroscurale di forte struttura. In ambito accademico entrò inoltre in contatto con Gaetano Esposito e altri artisti della scena napoletana, sviluppando una sensibilità pittorica attenta sia alla costruzione formale sia alla resa atmosferica.

    Fin dagli esordi partecipò alle principali esposizioni artistiche, esordendo nel 1904 alle Promotrici napoletane e proseguendo poi con una presenza costante nelle rassegne italiane e internazionali. La sua carriera si sviluppò tra Italia e Francia, con un soggiorno parigino tra il 1912 e il 1914 che ebbe un ruolo decisivo nella sua evoluzione stilistica. In questo periodo entrò in contatto con le esperienze dell’impressionismo e delle avanguardie francesi, che contribuirono ad ampliare la sua tavolozza e a rendere più libera la sua espressione cromatica.

    Nella fase iniziale della sua attività la pittura di Villani è caratterizzata da toni più scuri e da una forte attenzione al dato sociale e umano, mentre l’esperienza francese segna una progressiva apertura verso una maggiore luminosità e una rappresentazione più lirica del paesaggio e della vita quotidiana. Nei suoi dipinti ricorrono spesso scene marine, vedute della costa e momenti di vita popolare, resi con una sensibilità poetica e una particolare attenzione agli effetti della luce.

    Nel corso degli anni successivi partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, consolidando la sua reputazione artistica e ottenendo riconoscimenti in diverse sedi europee e americane. Insegnò inoltre presso accademie di belle arti, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti e mantenendo un ruolo attivo nella vita culturale del suo tempo.

    Negli anni Trenta la sua pittura subì un’ulteriore evoluzione, avvicinandosi alle ricerche del Novecento italiano e a una maggiore solidità formale, pur senza abbandonare la sua originaria sensibilità luministica. Negli ultimi anni tornò a una maggiore libertà cromatica, chiudendo un percorso artistico coerente ma ricco di trasformazioni.

    Gennaro Villani morì a Napoli nel 1948Gennaro Villani è stato un pittore italiano nato a Napoli il 4 ottobre 1885 e morto nella stessa città il 25 dicembre 1948. È considerato una delle figure più significative del Novecento napoletano, interprete di una pittura capace di coniugare osservazione del vero, sensibilità luministica e intensa partecipazione emotiva alla realtà rappresentata.

    Si formò all’Istituto di Belle Arti di Napoli, dove fu allievo di Michele Cammarano, maestro che gli trasmise una solida impostazione disegnativa e un rigoroso studio del vero, fondato su un impianto chiaroscurale di forte struttura. In ambito accademico entrò inoltre in contatto con Gaetano Esposito e altri artisti della scena napoletana, sviluppando una sensibilità pittorica attenta sia alla costruzione formale sia alla resa atmosferica.

    Fin dagli esordi partecipò alle principali esposizioni artistiche, esordendo nel 1904 alle Promotrici napoletane e proseguendo poi con una presenza costante nelle rassegne italiane e internazionali. La sua carriera si sviluppò tra Italia e Francia, con un soggiorno parigino tra il 1912 e il 1914 che ebbe un ruolo decisivo nella sua evoluzione stilistica. In questo periodo entrò in contatto con le esperienze dell’impressionismo e delle avanguardie francesi, che contribuirono ad ampliare la sua tavolozza e a rendere più libera la sua espressione cromatica.

    Nella fase iniziale della sua attività la pittura di Villani è caratterizzata da toni più scuri e da una forte attenzione al dato sociale e umano, mentre l’esperienza francese segna una progressiva apertura verso una maggiore luminosità e una rappresentazione più lirica del paesaggio e della vita quotidiana. Nei suoi dipinti ricorrono spesso scene marine, vedute della costa e momenti di vita popolare, resi con una sensibilità poetica e una particolare attenzione agli effetti della luce.

    Nel corso degli anni successivi partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, consolidando la sua reputazione artistica e ottenendo riconoscimenti in diverse sedi europee e americane. Insegnò inoltre presso accademie di belle arti, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti e mantenendo un ruolo attivo nella vita culturale del suo tempo.

    Negli anni Trenta la sua pittura subì un’ulteriore evoluzione, avvicinandosi alle ricerche del Novecento italiano e a una maggiore solidità formale, pur senza abbandonare la sua originaria sensibilità luministica. Negli ultimi anni tornò a una maggiore libertà cromatica, chiudendo un percorso artistico coerente ma ricco di trasformazioni.

    Gennaro Villani morì a Napoli nel 1948.

    STIMA min € 1000 - max € 1200

    Lotto 42  

    Il pittore

    Gennaro Villani Gennaro Villani
    Napoli 1885 - Milano 1948
    Olio su cartone cm 33x35,5 firmato in basso a dx G.Villani

    Gennaro Villani è stato un pittore italiano nato a Napoli il 4 ottobre 1885 e morto nella stessa città il 25 dicembre 1948. È considerato una delle figure più significative del Novecento napoletano, interprete di una pittura capace di coniugare osservazione del vero, sensibilità luministica e intensa partecipazione emotiva alla realtà rappresentata.
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    Si formò all’Istituto di Belle Arti di Napoli, dove fu allievo di Michele Cammarano, maestro che gli trasmise una solida impostazione disegnativa e un rigoroso studio del vero, fondato su un impianto chiaroscurale di forte struttura. In ambito accademico entrò inoltre in contatto con Gaetano Esposito e altri artisti della scena napoletana, sviluppando una sensibilità pittorica attenta sia alla costruzione formale sia alla resa atmosferica.

    Fin dagli esordi partecipò alle principali esposizioni artistiche, esordendo nel 1904 alle Promotrici napoletane e proseguendo poi con una presenza costante nelle rassegne italiane e internazionali. La sua carriera si sviluppò tra Italia e Francia, con un soggiorno parigino tra il 1912 e il 1914 che ebbe un ruolo decisivo nella sua evoluzione stilistica. In questo periodo entrò in contatto con le esperienze dell’impressionismo e delle avanguardie francesi, che contribuirono ad ampliare la sua tavolozza e a rendere più libera la sua espressione cromatica.

    Nella fase iniziale della sua attività la pittura di Villani è caratterizzata da toni più scuri e da una forte attenzione al dato sociale e umano, mentre l’esperienza francese segna una progressiva apertura verso una maggiore luminosità e una rappresentazione più lirica del paesaggio e della vita quotidiana. Nei suoi dipinti ricorrono spesso scene marine, vedute della costa e momenti di vita popolare, resi con una sensibilità poetica e una particolare attenzione agli effetti della luce.

    Nel corso degli anni successivi partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, consolidando la sua reputazione artistica e ottenendo riconoscimenti in diverse sedi europee e americane. Insegnò inoltre presso accademie di belle arti, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti e mantenendo un ruolo attivo nella vita culturale del suo tempo.

    Negli anni Trenta la sua pittura subì un’ulteriore evoluzione, avvicinandosi alle ricerche del Novecento italiano e a una maggiore solidità formale, pur senza abbandonare la sua originaria sensibilità luministica. Negli ultimi anni tornò a una maggiore libertà cromatica, chiudendo un percorso artistico coerente ma ricco di trasformazioni.

    Gennaro Villani morì a Napoli nel 1948Gennaro Villani è stato un pittore italiano nato a Napoli il 4 ottobre 1885 e morto nella stessa città il 25 dicembre 1948. È considerato una delle figure più significative del Novecento napoletano, interprete di una pittura capace di coniugare osservazione del vero, sensibilità luministica e intensa partecipazione emotiva alla realtà rappresentata.

    Si formò all’Istituto di Belle Arti di Napoli, dove fu allievo di Michele Cammarano, maestro che gli trasmise una solida impostazione disegnativa e un rigoroso studio del vero, fondato su un impianto chiaroscurale di forte struttura. In ambito accademico entrò inoltre in contatto con Gaetano Esposito e altri artisti della scena napoletana, sviluppando una sensibilità pittorica attenta sia alla costruzione formale sia alla resa atmosferica.

    Fin dagli esordi partecipò alle principali esposizioni artistiche, esordendo nel 1904 alle Promotrici napoletane e proseguendo poi con una presenza costante nelle rassegne italiane e internazionali. La sua carriera si sviluppò tra Italia e Francia, con un soggiorno parigino tra il 1912 e il 1914 che ebbe un ruolo decisivo nella sua evoluzione stilistica. In questo periodo entrò in contatto con le esperienze dell’impressionismo e delle avanguardie francesi, che contribuirono ad ampliare la sua tavolozza e a rendere più libera la sua espressione cromatica.

    Nella fase iniziale della sua attività la pittura di Villani è caratterizzata da toni più scuri e da una forte attenzione al dato sociale e umano, mentre l’esperienza francese segna una progressiva apertura verso una maggiore luminosità e una rappresentazione più lirica del paesaggio e della vita quotidiana. Nei suoi dipinti ricorrono spesso scene marine, vedute della costa e momenti di vita popolare, resi con una sensibilità poetica e una particolare attenzione agli effetti della luce.

    Nel corso degli anni successivi partecipò a numerose esposizioni nazionali e internazionali, consolidando la sua reputazione artistica e ottenendo riconoscimenti in diverse sedi europee e americane. Insegnò inoltre presso accademie di belle arti, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti e mantenendo un ruolo attivo nella vita culturale del suo tempo.

    Negli anni Trenta la sua pittura subì un’ulteriore evoluzione, avvicinandosi alle ricerche del Novecento italiano e a una maggiore solidità formale, pur senza abbandonare la sua originaria sensibilità luministica. Negli ultimi anni tornò a una maggiore libertà cromatica, chiudendo un percorso artistico coerente ma ricco di trasformazioni.

    Gennaro Villani morì a Napoli nel 1948.



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  • Lotto 43  

    Lungo la sponda

    Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898
    Olio su tavola cm 21x31 firmato in basso a dx A.Rey

    Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti.
    Clicca per espandere

    Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.

    Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.

    Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.
    Museo Civico Giovanni Fattori - Livorno

    Augusto Rey morì nel 1898.

    STIMA min € 1000 - max € 1200

    Lotto 43  

    Lungo la sponda

    Augusto Rey Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898
    Olio su tavola cm 21x31 firmato in basso a dx A.Rey

    Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti.
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    Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.

    Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.

    Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.
    Museo Civico Giovanni Fattori - Livorno

    Augusto Rey morì nel 1898.



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  • Lotto 44  

    Bassa marea

    Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898
    Olio su tavola cm 20x32 firmato in basso a sx A.Rey

    Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti.
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    Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.

    Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.

    Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.
    Museo Civico Giovanni Fattori - Livorno

    Augusto Rey morì nel 1898.

    STIMA min € 1000 - max € 1200

    Lotto 44  

    Bassa marea

    Augusto Rey Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898
    Olio su tavola cm 20x32 firmato in basso a sx A.Rey

    Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti.
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    Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.

    Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.

    Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.
    Museo Civico Giovanni Fattori - Livorno

    Augusto Rey morì nel 1898.



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  • Lotto 45  

    Sotto i cipressi

    Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898
    Olio su tavola cm 31x22 firmato in basso a dx A.Rey

    Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti.
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    Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.

    Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.

    Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.
    Museo Civico Giovanni Fattori - Livorno

    Augusto Rey morì nel 1898.

    STIMA min € 1000 - max € 1200

    Lotto 45  

    Sotto i cipressi

    Augusto Rey Augusto Rey
    Alessandria d'Egitto 1837 - Livorno 1898
    Olio su tavola cm 31x22 firmato in basso a dx A.Rey

    Augusto Rey nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1837. Trasferitosi in giovane età a Livorno, studiò nello studio del pittore Betti.
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    Successivamente si trasferì a Firenze, dove si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti, frequentando anche gli studi di artisti come Lega e i Tommasi. Durante la sua formazione, entrò in contatto con i principali esponenti del movimento macchiaiolo, tra cui Silvestro Lega, Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.

    Nel 1895, Augusto Rey costruì una villa a Crespina, chiamata "La Favorita", situata di fronte alla villa della donna che amava. La villa divenne un punto di ritrovo per gli artisti dell'epoca, che spesso vi soggiornavano. Rey era noto per la sua abilità nel dipingere paesaggi dal vero, unendosi così alla corrente macchiaiola. La sua produzione artistica è relativamente scarsa, e alcune sue opere sono state erroneamente attribuite ad altri artisti più noti.

    Una delle sue opere più significative, "La raccolta delle olive", è conservata nel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Questo dipinto, che rappresenta contadine al lavoro in un oliveto, è stato donato al museo nel 1899 per lascito testamentario dell'artista.
    Museo Civico Giovanni Fattori - Livorno

    Augusto Rey morì nel 1898.



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